Tania e
le altre
di Vanna Ugolini
Edizioni Stampa Alternativa
PREFAZIONE
DI LELLA COSTA
INTRODUZIONE
CAPITOLO 1 - Tania
CAPITOLO 2
Il racket come vicino di casa
CAPITOLO 3
Le reazioni
CAPITOLO 4
Gli strumenti
CAPITOLO 5
L’esile confine tra il lecito e l’illecito
SESSO ANNUNCIATO
Conclusioni
Fonti e Bibliografia
A
Sebastiano Arena, capitano
dei carabinieri di Assisi
Stefania Alunni,
responsabile progetto West Comune di Perugia
Marco Chiacchiera, dirigente
Sco questura di Perugia
Maria Antonietta Confalonieri,
avvocato
Lella Costa, attrice
Alessandra Donatelli
Castaldo, avvocato
Antonella Duchini,
magistrato, Dda Perugia
Giovanni Fabi, maggiore dei
carabinieri, comandante Ros Perugia
Alessandro Gatti,
maresciallo capo dei carabinieri comando provinciale Perugia
Marco Giugliarelli,
fotografo
Stefano Gubbiotti,
sovrintendente di polizia, questura di Perugia
Monica Napoleoni,
commissario di polizia, questura di Perugia
Luigi Nappi, primo dirigente
polizia, questura di Perugia
Claudio Renzetti, sociologo
Mariano Sartore, urbanista,
università di Perugia
Sergio Sottani, magistrato,
Procura di Perugia
Grazie per il contributo
dato, con professionalità ma anche passione civile, per arricchire questo
libro.
Oggi come allora son sempre uguali: banchieri,
pizzicagnoli e notai. Banchieri, pizzicagnoli e notai coi ventri obesi e le
mani sudate, coi cuori a forma di salvadanaio.
“Noi che invochiam pietà fummo traviate, navigammo su
fragili vascelli per affrontar del mondo la burrasca ed avevamo gli occhi
troppo belli”.
Probabilmente non lo sapete ma, solo nel 1999 in
Italia, sono state ammazzate 186 donne straniere. Quasi tutte prostitute.
“Che la pietà non vi rimanga in tasca”.
Ma voi, banchieri, pizzicagnoli, notai, dirigenti
d’azienda, elettricisti, poliziotti, ministri, calzolai, avvocati, studenti,
musicisti, agenti di commercio, ballerini, vigili urbani, sindaci, editori,
guardie del corpo, medici, postini, giornalisti, ambulanti, pescatori,
sindacalisti, giudici togati, sicuramente non immaginate che solo a Milano, tutti
i giorni che Dio manda in terra, si combinano 150.000 incontri tra clienti e
prostitute. No, dico, 150.000 al giorno, tutti i giorni, solo a Milano, è una
cifra da capogiro. Roba che uno non si capacita. Ma i milanesi, di preciso,
quando cazzo lavorano? Ma dai! Ma non ci si crede! Anche perché, chi sono tutti
questi qua, visto che nessuno di voi ci va, anzi nessuno di noi conosce
qualcuno che ci vada? Allora, chi sono? Banchieri, pizzicagnoli, notai,
dirigenti d’azienda, elettricisti, poliziotti, ministri, calzolai, avvocati,
studenti, musicisti, agenti di commercio, ballerini, vigili urbani, sindaci,
editori, guardie del corpo, medici, postini, giornalisti, ambulanti, pescatori,
sindacalisti, giudici togati, curatori di immagine, bagnini, fotografi, dj, broker,
dentisti, librai, latifondisti, legionari, cuochi, insegnanti, autisti,
redattori, saltimbanchi, architetti, brigadieri, personal trainer,
sottosegretari, panettieri, cantanti, stagionali, chimici, faccendieri, sondaggisti,
pubblicitari, maghi, domatori, voi che “io ci sono stato solo una volta ma da
militare per la compagnia”, voi che “io personalmente sono contrario, però non
ritengo giusto limitare la libertà degli altri”, voi che “già è uno schifo, va
ben, uno scandalo e una vergogna, che al paese non posso più neanche uscire con
la moglie che c’è in giro tutte queste porche, che i torna al suo paese a far
le porche”, voi che: “ah, no, le schiave no, le minorenni no, dobbiamo
assolutamente intervenire e liberarle da questi sfruttatori che le costringono
a prostituirsi contro la loro volontà”. Perché è ovvio che tutte le altre lo
fanno perché gli piace. Voi che “in fondo, riaprire le case chiuse è una
questione di civiltà e di controllo, perché così le prostitute saranno
costrette a farsi rilasciare dei certificati medici”. Ma pensa, e i clienti no?
Gli untori, no? Voi e il fascino dei vecchi casini, e l’umanità delle
maitresse, e le navi scuola e Fellini e Montanelli. Ma siete sicuri di stare
bene? Davvero vi sembra normale che qui e oggi, si debba ancora comperare il
corpo delle donne? Dico a voi banchieri, pizzicagnoli, notai, dirigenti
d’azienda, elettricisti, poliziotti, ministri, calzolai, avvocati, studenti,
musicisti, agenti di commercio, ballerini, vigili urbani, sindaci, editori,
guardie del corpo, medici, postini, giornalisti, ambulanti, pescatori,
sindacalisti, giudici togati, curatori di immagine, bagnini, fotografi, dj,
broker, dentisti, librai, latifondisti, legionari, cuochi, insegnanti, autisti,
redattori, saltimbanchi, architetti, brigadieri, personal trainer,
sottosegretari, panettieri, cantanti, stagionali, chimici, faccendieri, sondaggisti,
pubblicitari, maghi, domatori, capi del personale, soggettisti, assessori,
ingegneri, buttafuori, spacciatori, geometri, operai, infermieri, informatici,
tassisti, rivenditori d’auto, benzinai, semiologhi, sociologi, stilisti,
pompieri, portaborse, portinai, comici, calciatori, camionisti, dietologi,
mafiosi, ragionieri, arrotini, armatori, attori, autisti, metalmeccanici, mimi,
muratori, magazzinieri, gigolò, borsisti, idraulici, impiegati, minatori,
psicanalisti, agenti immobiliari, principi, duchi, conti, allevatori, ex
principi, affaristi, allibratori, assistenti sociali, albergatori,
parrucchieri, usurai, commercialisti, voi che “in fondo diciamocelo, che i
talebani hanno capito come si trattano le fimmine, ma io sto scherzando”, voi
che sinceramente vi indignate per gli stupri e le violenze e vi stupite anche
“ma come, voi donne, non fate niente?” Noi? Noi siamo le vittime, quelli che
potrebbero fare qualcosa siete voi, voi voi, voi, voi che avete organizzato
migliaia di partite di calcio a favore di qualunque categoria di sfigati della
terra ma mai, mai, vi sognereste di dichiarare semplicemente e pubblicamente il
vostro disprezzo per tutti quelli che ancora qui e oggi le donne le pagano,
perché almeno se pago non ho rotture di coglioni. Va bene qui si sta parlando
dell’istinto più ancestrale del maschio, la prostituzione è come la guerra, ci
sarà per sempre, dopotutto che cosa ci possiamo fare noi?
Voi, voi provate pure a credervi assolti, siete lo
stesso coinvolti, per quanto voi, voi, voi, voi, voi, voi vi crediate assolti,
siete, per sempre, coinvolti.
(Da
“Traviata, l'intelligenza del cuore” , spettacolo teatrale di Lella Costa)
Non
c’è lieto fine nella storia di Tania, solo la sua morte ingiusta e scandalosa e
il sostare del suo corpo, per lunghi mesi, in una cella frigorifera
dell’obitorio, ostaggio della burocrazia e della miseria. Non c’è consolazione
in questa storia, nemmeno se si pensa che la sofferenza subita da una ragazzina
di appena 18 anni ha contribuito a dare il via ad una delle indagini più
importanti che siano mai stati fatte fino ad ora in materia di schiavitù e
sfruttamento della prostituzione in Italia e a restituire la possibilità di una
vita a tante altre ragazze come lei, liberate dalla condizione di schiavitù e
sfruttamento sessuale nell’ambito dell’inchiesta. Non c’è nemmeno alcuna
giustizia in questa storia: il suo assassino è, ancora oggi, un uomo libero.
Non c’è nessuno che chiede giustizia al posto di Tania, per Tania.
L’esito
della vita, ma anche della morte, di questa giovane moldava a cui è stato man
mano tolto tutto sarebbe stato ben diverso se solo fosse nata in un altro luogo
diverso, in un’altra famiglia. O, forse, meno fatalmente, se il luogo in cui è
migrata per cercare lavoro, ancora minorenne, l’avesse protetta, tutelata come
era suo diritto. Niente di tutto questo è successo. Nessuno si scandalizza,
però, che questo sia potuto accadere. Tania, quando era viva, faceva parte di
quelle vite di seconda mano, quelle vite poco importanti, che ci si può
permettere di guardare senza vedere, senza farsi troppe domande e senza nemmeno
spenderci troppa compassione. Fantasmi, funzionali a certi “impulsi”, che
vivono nelle pieghe delle nostre città.
Seguiamo
ancora con compassione, interesse, empatia, il tragitto della vita di bambine o
giovani donne che sono scomparse: ci chiediamo ancora che fine abbia fatto la
piccola Denise Pipitone, scomparsa mentre giocava davanti a casa, Angela Celentano,
sfuggita dalle mani dei genitori durante un pic nic in montagna, o quale sia
stato il destino di Emanuela Orlandi, sparita ormai da anni da Città del
Vaticano. E’ giusto che sia così, soprattutto quando siamo di fronte a vite che
hanno appena cominciato il loro percorso.
Non
ci soffermiamo forse abbastanza, però, a pensare che ogni giorno, dalla caduta
del muro di Berlino, c’è una famiglia della parte povera dell’Europa o
dell’Africa che si sveglia e una figlia, una madre, una sorella, non c’è più.
Partita. Sparita, come un bagaglio senza destinazione. Nessuno protesta per
questo, non si levano grida di sdegno né richieste di giustizia. Al massimo un
breve sentimento di commozione, che dura il tempo della lettura di un articolo,
quando a prevalere non è il cinismo, il pensiero moralista di chi ritiene che
questo non potrà mai capitare alla propria famiglia e che, se questo accade, ci
sia una responsabilità personale o la mano di un destino ineluttabile.
Si
discute di come risolvere il problema della prostituzione con le case chiuse o,
perlomeno, obbligando le donne che si vendono a non farsi vedere lungo le
strade per tutelare il decoro di chi vive in quei quartieri. Si discute di come
tassarne i guadagni in nome dell’equità fiscale e per arrotondare le entrate
dello Stato. Si parla della prostituzione come di un esempio estremo di libertà
da parte delle donne, di un modo gioioso e redditizio di gestione del proprio
corpo. E quando non si sa più cosa dire torna sempre a galla la solita frase,
pronunciata a volte con rassegnazione, a volte con modi ammiccanti: “E’ il più
antico mestiere del mondo”.
Tania
ci insegna che la prostituzione, oggi, è anche qualcosa di profondamente
diverso e che c’è un urgenza più forte. Si chiama riduzione in schiavitù delle
donne (ed erano decenni che questo reato non veniva più applicato nelle aule di
tribunale). Si chiama inganno – queste ragazze vengono nella parte ricca
dell'Europa per lavorare, non per vendersi - privazione di ogni diritto,
stupro, violenza ai danni di donne e minorenni. Si chiama sequestro di donne
per sfruttarne i loro corpi, ed avviene in dimensioni epocali. Solo che si vede
di meno: non ci sono catene fisiche che costringono queste ragazze, non ci sono
ghetti chiusi con il filo spinato e i catenacci. I carnefici hanno la faccia di
bravi ragazzi, trovano complicità in altri bravi ragazzi, - chi queste ragazze
le compra, i clienti che non sono altro che nostro padre, nostro fratello, il
nostro fidanzato, nostro marito - e in chi non le vuole vedere. Loro, le donne,
vivono in luoghi sparsi, che assomigliano in tutto e per tutto a quelli che
abitiamo noi. Appartamenti, cantine, case. Eppure sono schiave.
C’è
ancora chi si stupisce, oggi, di come queste ragazze possano credere alle
promesse di chi, passo passo, leverà la maschera del benefattore per diventare
un carnefice. Gli inganni si manifestano in maniera diversa, a seconda dei
paesi e della condizione femminile.
Dalla
Nigeria
le donne arrivano dopo aver promesso di pagare un “debito”, che è sempre
molto alto, per il viaggio, i documenti falsi, l’ingresso clandestino. Legano
il proprio destino alla potenza negativa dei riti voodoo, una pratica dei culti
animisti, fatta per soggiogare psicologicamente la persona che si vuol tenere
in stato di dipendenza. La persona che si sente colpita da un vodoo attribuisce
a ciò ogni evento negativo della propria vita e di quella dei propri familiari,
e solo poche donne osano sfidarlo.
Dall’Albania le
donne vengono trasferite in Italia dai fidanzati o dagli amici che spesso le
ingannano con false promesse. Fanno il viaggio con gli scafisti o attraverso le
frontiere per un sogno che sembra lì a portata di mano al di là del confine. Il
loro contratto è un legame affettivo, a volte anche familiare, che viene
mantenuto con il possesso fisico, botte e violenza dal quale si liberano solo
quando giungono al limite della sopportazione e rompono questo legame
Dai
Paesi dell’Est
i modi per arrivare possono essere tanti: c’è chi viene con le agenzie di
viaggio tutto incluso ma il visto non vale per lavoro; chi è trafficata dal
racket in viaggi rocamboleschi attraverso i Balcani o l’Albania e venduta ad
altri trafficanti che la fanno lavorare nella prostituzione. Spesso le ragazze
più giovani sono prese dagli orfanotrofi in cui vengono abbandonate dalle
famiglie.
Le statistiche dicono che negli ultimi anni la parabola
della violenza alle donne trafficate è in diminuzione. Non è però un dato che
ci deve dare sollievo: la voglia di andarsene da una condizione di miseria, da
un paese che non dà possibilità, è talmente forte che, spesso, non c’è più
bisogno, per far partire queste ragazze, di usare la violenza. Anche i rischi e
i costi che le organizzazioni sostengono in termini di arresti, spese
processuali, perdita di manodopera, sono in calo.
Scrive Claudio Renzetti,
sociologo che si è occupato a fondo del problema della tratta delle donne,
anche per il Comune di Perugia: “Non tutte le donne che nell’Est d’Europa
vivono in situazioni precarie arrivano a scegliere di prostituirsi ma sarebbe
sbagliato pensare che a tutte (consapevoli o meno) è ben chiara la
destinazione. Alcune donne, probabilmente poche, scelgono di prostituirsi,
altre si ritrovano sulla strada senza aver capito come e perché, ma le une e le
altre, indistintamente, hanno in comune questo dato: alla partenza non erano in
grado di prevedere cosa concretamente sarebbe accaduto, cosa ci si aspettava da
loro e cosa loro avrebbero dovuto subire per soddisfare quelle aspettative. Non
potevano immaginare e, dunque, non potevano misurare il prezzo della loro
svolta. Prostitute “per scelta” o prostituite per forza, non avevano chiare le
scene e le parti che avrebbero dovuto recitare”.
Tania ci insegna anche
altro. Ogni giorno spostiamo più avanti il traguardo della tolleranza,
dell’accettazione: una ragazzina viene portata via da casa con l’inganno,
rimane uccisa, e pensiamo che, comunque, “è roba loro”. Altre donne, altri
bambini abiteranno nei luoghi più nascosti delle nostre città, spinti dalla
disperazione e dalla privazione e sotto costrizione venderanno il proprio corpo
- o parti del proprio corpo -, e noi ci limiteremo a non passare per quei
posti. Oppure a passarci e a non vedere.
E’
urgente capire, invece, come il racket stia mettendo radici nelle nostre città,
che dimensione ha, quali connessioni comincino a esserci con l’economia locale
e che scenari futuri potrebbe cominciare a delinearsi. Capire che il racket è
un fenomeno che “ci riguarda”. Cosa le istituzioni, - ma anche la gente- hanno
fatto e potrebbero fare per respingere questo fenomeno.
Soprattutto
è urgente – e importante – capire che ci sono gli strumenti per far sì che
questo non accada. Dagli anni ’80 le organizzazioni non governative stanno
studiando il fenomeno della riduzione in schiavitù nelle società moderne ed
avanzate. Dagli anni ’90 l’Unione europea sta scrivendo trattati, elaborando
norme di comportamento, stabilendo linee d’azione su questo fenomeno e
pronunciando carte di diritti in cui è stabilito, fra l’altro, che non esistono
vittime “innocenti” e vittime “colpevoli” - anche chi si prostituiva
volontariamente nel suo paese d’origine, ad esempio, ha diritto ha essere
difesa e tutelata quando, invece, entra nelle maglie del racket, viene
sfruttata e ridotta in schiavitù – e che non è necessaria la forza fisica per
costringere una persona ad azioni contrarie alla sua volontà. Ci sono relazioni
su relazioni, in questo campo, che spiegano quali siano quelle che tecnicamente
sono definite le “buone prassi” che le istituzioni e la società civile devono
mettere in atto per arginare questo odioso fenomeno e quali debbano essere gli
interventi delle forze di polizia. Gli strumenti indicati vanno in tre
direzioni: la prevenzione (ad esempio la gestione controllata dei flussi
migratori), la repressione, da parte degli organi investigativi, il sostegno
alle vittime della tratta. Tutte le relazioni indicano che la carta vincente
per mettere in atto questi programmi sono le politiche integrate e la
cooperazione fra gli Stati. Ma anche gli strumenti che sono previsti già oggi
faticano ad essere attuati. Nel novembre del 2006 Franco Frattini,
vicepresidente della Commissione Europea e Commissario con delega a Giustizia,
libertà e sicurezza, nell’ambito di una importante inchiesta sul racket della
prostituzione, fatta dal quotidiano “Il Messaggero” ha chiesto ufficialmente
che <l’Italia abbia il coraggio di applicare le leggi contro la riduzione in
schiavitù e strumenti europei efficaci come il mandato d’arresto europeo per
evitare che i trafficanti si “rifugino” in altri paesi europei>.
Ma
da tutte le linee guida si evince anche che <la società civile può apportare
un contributo significativo alla lotta contro la tratta degli esseri umani>
(“Relazione degli esperti contro la tratta degli esseri umani”, Ue)
Per
questo motivo, in questo libro, si guarda a questo fenomeno puntando la lente
d’ingrandimento su una città di provincia, Perugia, luogo d’arte e di cultura,
con un elevato livello di benessere, ma anche una città dallo sviluppo non
sempre lineare, dove il fenomeno della tratta e dello sfruttamento delle donne
è presente, da anni, in maniera consistente. Perugia come una città dei
“record”, dove il racket della prostituzione ha cercato di inserirsi con modi
diversi e via via sempre più raffinati ma anche dove sono state sperimentate
sia a livello di repressione che di attuazione di “prassi positive” – per
aiutare le donne che hanno voluto denunciare il loro sfruttatore, per cercare
di far conoscere il fenomeno nella sua completezza – molte risposte da parte
delle istituzioni, delle forze dell’ordine e della magistratura, delle
associazioni cattoliche e di volontariato.
Questo
è anche un libro che si può usare “a pezzi”: è una storia – la ricostruzione di
un omicidio, l’omicidio di una ragazza che si è concluso in una notte ma che è
maturato e durato mesi, sotto gli occhi di molti. E' un’inchiesta
giornalistica, ci sono i numeri per una visione quantitativa e immediata del
fenomeno. Ci sono i contributi “tecnici” di chi, ogni giorno, nelle aule di
tribunale applica gli strumenti a difesa delle donne, contribuendo, così, a
scrivere, udienza dopo udienza, un percorso di tutela delle vittime delle
tratta sempre più efficace. E poi anche un’analisi concentrata su un aspetto
del fenomeno, a firma di Michele Ciocconi: le richieste e le offerte di
prestazioni sessuali sul giornale di annunci economici più letto in città.
Tutte
queste parti insieme dovrebbero dare una dimensione più ampia e una prospettiva
più profonda di cosa sta succedendo oggi nelle nostre città.
Scrive ancora Renzetti:
“(…) Da una parte cresce il problema dello smaltimento dei rifiuti e
dall’altra si gonfiano le fila degli emarginati senza futuro. Dove c’è una
città, ci sono scarti. (…). Ma in questo panorama della desolazione ci sono
delle varianti curiose, ad esempio le puttane. Certo, non tutte ma quelle che
non si adeguano alle nuove leggi dei mercanti del sesso, quelle che si ostinano
a rivendicare una propria volontà, quelle che hanno l’ambizione di scegliersi e
ricredersi, quelle che vogliono deviare o tornare indietro. (…) A New York, nel
cuore ferito d’America, verrà presto inaugurato il “Museo dell’11 settembre”.
E’ una rassegna di reperti recuperati dalle macerie di Ground Zero: la custodia
di un paio di occhiali da uomo, la borsa del trucco di una donna,
l’orsacchiotto di pezza di un bambino, una scarpa nera, un biglietto del
parcheggio. Piccole cose che servono a ricordare una costellazione di vite
spezzate, possibilità di esistenze interrotte, prodotti congelati e senza
speranza. Bisognerebbe fare altrettanto. Bisognerebbe raccogliere i frammenti
di vita di ragazze come Tania ed esporle allo sguardo di noi tutti, ragazzi e
adulti. Bisognerebbe pensare ad una mostra itinerante che inchiodi il nostro pensiero
di fronte all’indicibile. A volte, vivere a distanza di sicurezza da tutto
questo rende la nostra esistenza forse più tranquilla ma inevitabilmente
miserabile”.
Un “museo” per ricordare, ma
anche la volontà politica delle istituzioni, l’impegno delle forze di polizia e
della società civile perché non ci sia più bisogno del sacrificio di Tania e
delle altre per scuotere le coscienze. Per dare giustizia a Tania e alle altre.
Perchè non ci siano più “altre”.
Vanna Ugolini
1.1 Il ritrovamento del
corpo
Sembravano tre meduse le
macchie di sangue rimaste sulla strada di ghiaia bianca. Una più in alto e due
quasi allineate, più sotto. In realtà, più che una strada era poco più di un
sentiero, una striscia chiara in mezzo ai cespugli verdi, a una boscaglia
bassa, di castagni e carpine. Si sarebbero seccate in poco tempo, le tre
meduse, e poi sarebbero sparite, scolorendosi con la polvere della strada. E
lei, anche lei sarebbe dovuta sparire presto: giù nella scarpata, mangiata dai
cinghiali attirati dall’odore di sangue, corrosa dal caldo di luglio.
Invece non andò così. Nicola
C. aveva deciso di alzarsi presto quella mattina del 24 luglio del 2000, prima
che l’afa gli rendesse impossibile camminare fra le colline della Valtopina.
Abitava trecento metri più sotto, ma doveva ristrutturare una casa che aveva
comprato più in alto. Erano le 7 del mattino e aveva cominciato a camminare da
poco e aveva preso il sentiero bianco. Un passo dopo l’altro, con l’incedere
svelto di chi di quelle zone ne conosce i segreti per esserci nato e averci
passato tutta la vita, fino a quando si accorse che i piedi stavano per
calpestare qualcosa di strano sul sentiero, qualcosa che nei giorni precedenti
non c’era. Le tre meduse, appunto.
“Un animale ucciso dai cinghiali”, fu il primo
pensiero del signore che, abitando in montagna, la caccia, la lotta fra prede e
predatori la conosceva bene. Si guardò intorno, forse più per noia che per
curiosità. C’era il sole.
Non era ancora così forte,
però, da impedirgli di vedere, tra il rigoglio delle foglie, delle macchie
rosse. Si guardò intorno di nuovo.
E gli sembrò proprio di un
animale ucciso, in un primo momento, quel grumo di sangue e carne attorcigliato
attorno al tronco di un albero spezzato lungo la scarpata. Ma poi no, non
poteva essere. Nicola C. non capiva.
Non c’era solo sangue, non
solo carne. Tra le foglie si vedeva della stoffa, dei jeans blu. Ai piedi del
tronco una scarpa da ginnastica grigio scuro. Nicola C. capiva ma non voleva
capire. A quel tronco d’albero spezzato e caduto a pochi metri dal ciglio della
scarpata c’era aggrappato il corpo di una persona.
Era un reggiseno quella
striscia bianca che il fogliame copriva solo in parte. Macchie rosse sporcavano
una maglietta bianca arrotolata lungo la schiena, a lasciarne scoperta quasi la
metà, al punto tale da far intravedere una pelle chiarissima.
C’era una donna, lì, e non
si muoveva più.
Il signore non poteva più
nascondere a se stesso la verità. E chiamò aiuto.
Forse non furono parole di
circostanza quelle che disse un ufficiale dei carabinieri dopo aver visto il
corpo della donna. <Anche io, che di morti ne ho visti tanti, sono rimasto
colpito da come hanno ridotto questa ragazza>.
Una ragazza senza nome e
senza più volto che stringeva fra le mani una ciocca di capelli neri. Del viso
rimaneva intatto solo un occhio, il taglio sottile, l’iride blu, che sembrava
fisso a guardare oltre la paura e il dolore. Poco distante dal corpo una scarpa
da ginnastica grigio scuro, con la “zeppa” rialzata..
Ecco quello che trovarono i
carabinieri, quando arrivarono sulla strada di ghiaia bianca. Non un documento,
non una traccia più evidente per dare un nome a quel volto.
1.2 Alla ricerca
dell’identità
Da dove cominciare dunque?
Da quale parte, quale capo prendere in mano dei fili degli indizi che, col
passare dei minuti, emergevano? Tracce di pneumatici, i capelli che la ragazza
stringeva in mano, il segno della sua ultima ribellione, della sua
disperazione che cercava in ogni modo di fermare il suo assassino. E poi, ecco,
che da un cespuglio cominciò a materializzarsi l’orrore che aveva strappato la
notte silenziosa della Valtopina. Poco distante dalle tre meduse, dalle chiazze
di sangue ormai secche e polverose, i carabinieri scoprirono quello che, poi,
fu catalogato come l’arma del delitto: un martello da carpentiere schizzato di
sangue. Un martello di ferro, con il manico lungo e la punta, dal lato
allungato, divisa in due, a formare una V ricurva.
Quando il carabiniere lo
vide, per un attimo ebbe una stretta e un moto di rabbia. <Si può uccidere
così una ragazzina?>. Ma non gli bastò il tempo di farsi prendere dalla
rabbia e dalla commozione, perché, poco più in là, si sentì il grido di un
collega. <Qui c’è qualcosa>. Un altro martello, altre macchie di sangue.
Era simile al primo, ma il manico era di legno, con una sottile bordatura
rossa. La punta sempre divisa. Servono per spaccare le pietre, quei martelli
fatti così, oppure per togliere grossi chiodi dal legno, scardinare dai muri
vecchi ganci arrugginiti. Qualcuno li aveva usati per ammazzare una
giovanissima donna. Qualcuno. Non solo uno, almeno due, pensarono i
carabinieri. Perché la ragazzina aveva lottato, forse una persona da sola non
sarebbe riuscita a fare un lavoro così “pulito”, preciso: le martellate,
infatti, avevano colpito solamente la testa e il viso. Perché i martelli erano
due e, probabilmente, o entrambi avevano infierito nello stesso momento oppure
qualcuno la teneva stretta davanti alla violenza del suo carnefice.
Ma che via imboccare? Una
violenza tale, nei confronti di una che era poco più che una bambina, non si
era mai vista in Umbria.
Delitti passionali, sì e
anche quelli, terribili, accaduti Foligno - i due bambini, seviziati e uccisi
da un giovane pedofilo – un assassino ma, comunque, una personalità
problematica, con una storia drammatica alle spalle.
Chi poteva aver avuto il
coraggio di tanto scempio? E possibile che non ci fosse nessuno che si fosse
preoccupato perché una figlia, una sorella, quella sera non era tornata a casa?
Invece no, nessuno cercava
quella ragazza, nessuno, almeno in regione. Nessuna donna del posto era
sparita, nessuno voleva ritrovare una ragazzina bionda con gli occhi azzurri e
il corpo minuto, con addosso dei piccoli orecchini d’oro, una catenina sottile,
un braccialetto. Quel corpo sembrava essere di un “fantasma”. Per questo le
indagini si indirizzarono tra le ragazze costrette a prostituirsi sulle strade.
Veniva probabilmente da quel mondo parallelo, la giovane donna, quel mondo che
da qualche anno aveva cominciato a intrecciarsi con la Perugia “visibile” ad un
velocità e con proporzioni tali da cominciare a cambiare il modo di vivere e
pensare della gente.
I carabinieri la
fotografarono dopo averla staccata dall’albero, con le mani che sembravano
volersi allora aggrappare all’aria e l’accusa contro il suo aguzzino, la ciocca
di capelli, stretta tra le dita. Il suo corpo ormai rigido si era fissato
nell’agonia, il calco della disperazione.
La portarono, dentro un
sacco nero, sigillato da una cerniera lampo, sul tavolo dell’obitorio. Uno
scatto di fronte, un altro di profilo, il profilo del suo ultimo sguardo.
Qualcun altro prese le impronte digitali, per verificare se la giovane fosse
mai stata controllata prima dalle forze dell’ordine.
<Avete mai visto questa
ragazza?> chiedevano i carabinieri mostrando le due foto alle donne che
rimanevano sul marciapiede anche quando dal finestrino dell’auto luccicava il
distintivo. E le ragazze che stavano sulla strada diedero un nome alla persona
della foto. Nonostante il volto scomposto dalle ferite, i lineamenti si
potevano ancora immaginare.
Allora, chi era? Chi era la
ragazzina uccisa?
1.3, Tania, Mile,
Natalia, tanti nomi per una vittima
Chi era la ragazzina uccisa?
Era una giovane moldava, disse, finalmente, una ragazza, era una straniera che
si prostituiva assieme a una connazionale vicino ad un grande supermercato,
alla periferia di Perugia. Da qualche giorno l’avevano vista stare lì da sola,
appollaiata sulla ringhiera che delimitava il perimetro del parcheggio. Con i
tacchi si reggeva appena in equilibrio, agganciandoli al tubo più basso della
recinzione. Ogni tanto faceva ciondolare le gambe. Arrivava lì ogni sera,
spesso vestita come una giovane qualunque, accompagnata in macchina da un
uomo. I jeans, una maglietta bianca. Spariva per qualche istante dietro un
cespuglio dall’altra parte della strada, lasciava gli abiti nascosti dietro a
un bidone dell’immondizia e ne usciva mascherata da donna pronta a vendersi.
Era anche Mile Aketa, 22
anni, ucraina, che aveva dormito per qualche notte, un mese prima, in un hotel
nella zona del lago Trasimeno. Le impronte digitali e i controlli cominciavano
a dare i primi risultati. Lì in quell’albergo non c’era arrivata sola, ma in
compagnia di un uomo a cui lei sembrava essere costretta ad obbedire.
Era Tania Bogus, 18 anni,
russa. Un mese prima Tania era stata fermata dalla polizia per dei controlli.
Era risultata clandestina e per questo sarebbe dovuta essere espulsa. C’era
disegnato un sorriso sul viso di Tania impresso nella foto segnaletica.
Sembrava sorpresa dal flash della macchina fotografica.
Quella foto con lo sguardo
quasi divertito e le impronte digitali di tutte e cinque le dita sarebbero
state l’unica traccia ufficiale della sua presenza in Italia prima di rotolare
lungo una scarpata in montagna.
Più tardi i carabinieri
scoprirono la vera identità. Era Natalia Seremet, 18 anni, moldava, nata a Orhei,
al centro di un paese sorto da poco, con i confini tracciati forse troppo in
fretta. Da un lato, infatti, le frontiere si chiudono prima di arrivare al
mare, ad appena dieci chilometri dall’acqua. Da tempo la sua famiglia aveva
smesso di cercarla.
1.4 Gli indizi
Per ricostruire l’omicidio,
capire cosa fosse veramente successo la notte in cui Tania venne uccisa e chi
aveva avuto il coraggio di finirla con 22 colpi di martello i carabinieri
avevano in mano questi elementi: due martelli da carpentiere, i nomi con cui la
ragazza si faceva chiamare, l’indirizzo di un albergo in cui una persona che
diceva di chiamarsi Tania Bogus aveva alloggiato, le prime testimonianze di chi
l’aveva conosciuta e l’ombra di un uomo che la perseguitava.
Che fossero stati usati i
due martelli per ucciderla non c’era dubbio, ancora sporchi del sangue e dei
capelli di lei.
I colpi mortali, spiegò poi
il medico legale, furono tre, alla testa. Gli altri colpirono a caso, sotto
l’impulso della ferocia e della rabbia del suo assassino.
La traccia dell’albergo
risultò fertile: Tania Bogus era proprio lei, era la ragazza uccisa, aveva vissuto
lì da qualche settimana, con un uomo che la sera in cui fu uccisa aveva
litigato con lei e poi se n’era andato su una Fiat Tipo bianca mezz’ora dopo
che anche la giovane era uscita con passo incerto sui tacchi a spillo e una
minigonna nera. Un’auto come tante. Solo che qualcuno aveva notato che aveva un
fanalino posteriore rotto.
Così agli elementi iniziali
se ne aggiunse un altro: la macchina bianca con il fanalino rotto. Dove
cercarla? Ovunque, naturalmente. Soprattutto, però, in quegli ambienti dove i
martelli da carpentiere erano uno strumento normale da usare, facile da
trovare. I cantieri, tra i muratori. E nella zona di Foligno, a tre anni dal
terremoto, le case, i palazzi, erano lunga sequenza di lavori in corso.
1.5 All’indietro
Ora si trattava di
riavvolgere la pellicola, di camminare all’indietro tra gli indizi e le tracce
della vita di Natalia fino a quando non divenne Tania, (e questo a lungo fu
considerato il suo vero nome), e andò incontro al suo destino dalla Moldavia
all’Italia. Indietro, per capire cosa avesse spinto quella ragazzina ad
andarsene da casa. Da quanto tempo Tania fosse in Italia non era facile
stabilirlo. I carabinieri raccolsero testimonianze, incrociarono le parole e
ascoltarono, in particolare il racconto di Maia, anche lei moldava. Aveva
condiviso con Tania il lavoro sul marciapiede, la stessa stanza d’albergo e lo
stesso giro di protettori, fino a pochi giorni prima dell’omicidio. Il primo
ricordo di Tania che le venne in mente c’entrava poco con le indagini. Ma ai
carabinieri servì per immaginare, una volta di più, il calvario che aveva
vissuto la ragazza uccisa.
L’ultima volta che Maia
aveva sentito Tania era stato il 18 luglio. La voce della giovane compagna, al
telefono, aveva il tono del rimprovero.
<Maia, te ne sei andata e
ti sei dimenticata di farmi gli auguri di buon compleanno>.
Si sentiva sola, Tania e
cominciava ad avere paura. In quei giorni indossava una camicia a maniche
lunghe, nonostante fosse caldo. Le serviva per nascondere i lividi ai polsi, forse
più a se stessa che agli altri. Quei lividi glieli aveva fatti il suo
sfruttatore per tutte le volte che lei aveva cercato di difendersi, di
ribellarsi dalla sua voglia di possederla e di sottometterla, corpo e mente.
Ogni giorno, ogni notte. Con la violenza, con la forza del suo corpo da uomo
contro quella che era poco più che una bambina. Con le umiliazioni. Quelle
urlate a parole, quelle oscene, botte e spintoni, fino a farla cadere sul
letto, e violentarla. C’erano volte in cui a Tania non rimaneva più la voce per
urlare. Dalla stanza d’albergo vicina alla sua si sentivano solo singhiozzi.
Capitava anche che l’uomo
fosse dolce, da quelle mani poteva anche arrivare una carezza. Ma Tania non si
confondeva.
Lei sapeva cos’era l’amore,
conosceva la dolcezza.
Forse gliel’aveva insegnata
sua madre quando anche lei era partita, prima di Tania. A cercare a lavoro,
aveva detto. Dove? In Russia, oppure chissà, dove. Come accade a migliaia di
donne in questi anni, anche la madre di Tania era sparita nel nulla.
Cosa c’è di più duro che
dare le spalle a una figlia ancora bambina, a un marito, alla propria terra e
andarsene senza sapere dove?
C’è una figlia che ha fame,
e la tavola vuota.
C’è un marito che ora è solo
capace di picchiare e di bere così tanto da non essere in grado nemmeno di
alzarsi dal letto.
C’è una terra che non dà
lavoro, non protegge i più deboli, recide d’un colpo le speranze del domani.
La madre, dunque, se n’era
andata. Forse era morta. Attorno a Tania solo terra bruciata. E solitudine.
Sola, a convivere ogni
giorno con i deliri e le ire del padre. Sola, a pensare ogni notte a come
rintracciare la madre, a come fare per andare avanti. Ci volevano soldi,
bisognava conoscere il mondo, i meccanismi che lo facevano funzionare.
Bastò poco, quindi, a
convincerla a partire, quando in paese arrivò quell’uomo sulla Mercedes. Le sue
parole avevano i contorni di un futuro possibile, agganciarono subito i
pensieri di fuga di Tania, combaciarono immediatamente con le speranze di
quella ragazzina che voleva togliersi dalla miseria e aveva ancora la capacità
di sognare.
Lui le parlava dell’Italia,
dei soldi che avrebbe guadagnato in poco tempo, come cameriera, ma chissà,
bella com’era, dopo un po’ anche come modella o ballerina. Già le prospettava
come avrebbe potuti spenderli quei soldi che sarebbero arrivati.
E, mentre parlava e la
guardava, già la immaginava truccata e spogliata, tra i tavoli di qualche night
o sui marciapiedi.
Lei lo ascoltava parlare e
pensava al buio del viaggio, alla compagnia di un uomo sconosciuto, ai contorni
del paesaggio che, una volta salita in macchina e partita, sarebbero via via
cambiati fino a diventare sconosciuti.
Da qualche parte, dentro di
lei, c’erano pensieri dal sapore amaro che la sfioravano. Ma la speranza, la voglia
di cambiare, di chiudere con la solitudine, la miseria erano una molla
irrefrenabile.
E mentre lui parlava, lei si
immaginava libera, felice, magari innamorata.
1.6 Il viaggio
Del viaggio di Natalia, -
quando ancora non era diventata Tania - dalla Moldavia all’Albania fino al suo
arrivo in Italia, sappiamo poco. Sono pochi gli elementi che vengono fuori
dalle indagini e d’altra parte, non è questa, per gli investigatori, una pista
importante. Bisogna arrivare al suo assassino che non è detto che sia lo stesso
che l’ha fatta arrivare in Italia.
Il suo viaggio, però, ce
l’hanno già raccontato le migliaia e migliaia di donne strappate con l’inganno
o la violenza dai loro paesi e arrivate in Italia attraverso frontiere in cui
nessuno ha voglia di vedere, dentro auto, pullman e prima ancora gommoni che si
spostavano soprattutto di notte.
Anche il viaggio di Natalia
era stata come uno di questi. Dalla Moldavia era arrivata in Albania, era
passata di mano da un uomo all’altro: chi aveva il compito di reclutare le
ragazze le passava poi ad altri che le istruivano e facevano capire loro che il
paradiso non era poi così a portata di mano.
Possiamo immaginarla che
viaggiava in macchina di notte e pian piano le sue speranze cominciavano a
scolorire.
Possiamo pensare che già una
volta arrivata in Albania, la ragazza si era resa conto che avrebbe dovuto
abbassare la testa e allungare la gettata dei suoi sogni ben aldilà del tempo
che aveva sperato. E che nel mezzo ci sarebbero state molte giornate d’ombra.
Possiamo vederla al suo
arrivo in Italia, di notte, come quasi sempre succede con gli ingressi
clandestini, con sé solo un piccola borsa e un passaporto che dopo alcuni
giorni sarebbe passato in mano ai suoi protettori.
Natalia era sempre più sola:
suo padre non sarebbe mai venuto a cercarla se lei non avesse dato notizie, la
possibilità di rivedere sua madre si allontanava sempre di più. E a lei cosa
sarebbe successo?
Natalia raccontava del suo
viaggio raramente. Perché quando lo faceva, le sue parole erano un rosario di
dolore. Una volta si confidò con un cliente, un ragazzo che l’aveva notata
passando per strada ed era tornato, sera dopo sera, colpito da lei: l’arrivo in
Albania, due volte stuprata, il passaggio ad un uomo, poi l’Italia,
l’esperienza in un locale, la strada. Aveva 17 anni.
1.7 Gli ultimi giorni
<Maia, ti sei dimenticata
di me, non mi hai fatto gli auguri per il compleanno>.
Tania, perché adesso era
questa la sua identità , aveva bisogno di qualcosa di normale per non perdere
il controllo dei suoi pensieri e non farli ricadere sempre là, dentro quell’ombra
nera che lei cercava di tenere lontano. Faceva in modo che le bastasse poco per
non pensarci. Gli auguri, il regalo di un cliente, la cena con un ragazzo che
stava diventando un amico. Piccole cose, per cercare di andare avanti. A volte
la paura e la rabbia la facevano diventare sfrontata. Una sera aveva telefonato
a un cliente perchè venisse da lei. Non per incontro in macchina, ma per una
cena. Stava cercando una via d'uscita, stava sfidando il suo protettore:
cercava di tagliare con lui, ma, aveva bisogno di qualcuno che la aiutasse.
Quella sera il cliente non era libero. E, quando più tardi passò davanti al
supermercato dove lei era costretta a vendersi, Tania non c'era.
In questa corsa all’indietro
nella vita di Natalia - Tania, i carabinieri ricostruirono, intanto, cosa le
era successo nell’ultimo mese prima di morire. Era già diventata Tania quando
viveva insieme a Maia in un albergo defilato, dai muri color verde pallido, le
finestre da un lato aperte sulla superstrada, dall’altro su un palazzone a mattoncini
chiari, un panorama di macchine che passavano veloci e di palazzi costruiti
troppo in fretta, pensando più a riempire spazi e ingrandire cubature che a
rendere confortevole la vita a chi ci sarebbe andato ad abitare. Chi può, da
certe periferie - inspiegabili per città come Perugia ma, purtroppo, reali - se
ne va in campagna, a farsi la casa con giardino o la villetta con parco e
piscina. Resta chi non può permettersi altro, chi non ha voglia di fare domande
e chi deve nascondersi. Come Tania e Maia.
Maia era più grande di
Tania, aveva lasciato in Moldavia un matrimonio finito e un figlio, un lavoro
perso e molta povertà. Forse, per sentirsi meno sola, per abitudine o perché,
comunque, “funziona così” continuava a farsi chiamare con il cognome del
marito. Clandestina, rassegnata a fare la prostituta, aveva già pagato tutti i
“debiti” contratti con il primo protettore per il viaggio, i documenti falsi,
l’affitto. In Italia era arrivata cinque anni prima.
Maia era stata fortunata,
se vogliamo. Il primo protettore, Misha, le lasciava la metà dei guadagni. Non
aveva mai usato con lei la forza per avere dei rapporti sessuali. Non ce n’era
stato bisogno, tutto era filato liscio. L’aveva tenuta chiusa in un
appartamento di via Mario Angeloni – una strada- quartiere residenziale, a
ridosso del centro storico di Perugia per dieci giorni. Ogni volta che quella
porta si apriva lei non sapeva cosa sarebbe successo. Se c’era qualcuno per
portarla in strada, se erano le provviste per mangiare qualcosa, se sarebbe
arrivata qualche altra ragazza. Maia pensava che il suo destino non poteva
essere nient’altro che quello: una porta che si apriva all’improvviso e lei che
doveva accettare quello che compariva.
A differenza di Tania, non
si era mai fatta illusioni, Maia, su quello che le sarebbe capitato una volta
arrivata in Italia.
<Ma quali alternative
avevo?>, le era sfuggito parlando coi carabinieri.
<Ero consapevole che in
Italia avrei fatto la prostituta, dovevo solo aspettare per capire come e dove
avrei dovuto lavorare>, metterà a verbale la giovane donna, per aiutarli a
capire il mondo in cui viveva Tania, lei e le altre ragazze come loro. O si
accettava o si finiva male.
Da Perugia Misha la destinò
a Firenze.
<Lui mi accompagnava sul
posto di lavoro, tutte le sere, su una Fiat Punto blu a due porte. Mi
controllava tutti i giorni e la sera stava sempre vicino a me: prendeva il 50
per cento di quello che guadagnavo>.
Ma, tutto sommato, Misha era
una persona ragionevole.
Un pomeriggio Maia andò sola
a comprare i vestiti da usare la notte e incontrò Keri. Keri le piacque e dopo
qualche ora passata a parlare e a bere con lui in un bar, gli confidò il lavoro
che faceva. Lui non si scompose quando seppe che Maia si prostituiva. Anche lui
era un protettore. E a Maia piaceva. Così chiese a Misha di lasciarla andare.
Misha, probabilmente, pensò
che l’affare gli sarebbe convenuto. Di ragazze ne stavano arrivando tantissime
a Perugia. E non c’era motivo di tenere fra i piedi una che non aveva più
voglia di stare con lui né di farsi nemico un altro del giro.
Così, una volta liquidato
l’affare dei soldi, cinque milioni di lire, tanto valeva Maia, l’aveva
lasciata libera di andarsene con Keri. E fu così che Maia, attraverso Keri,
incontrò Tania.
Era necessario qualche
giorno di tempo per sistemare Maia sul mercato di Perugia. E dato che Keri non
lo conosceva ancora bene e non aveva, probabilmente, ancora una persona di
fiducia che gli trovasse un appartamento dove stare, i due andarono a vivere
nell’albergo defilato, i muri color verde pallido e nessuno che si facesse
troppe domande. Maia arrivò a Perugia da sola ma alla stazione c’era un ragazzo
ad aspettarla che la portò in albergo. L’organizzazione era precisa, in questo.
Le ragazze non venivano mai lasciate sole, soprattutto quando arrivavano in
città nuove.
Quei giorni furono quasi un
periodo di vacanza per lei.
Keri, tutto sommato, si
fidava di lei. Aveva il permesso di uscire nel quartiere, qualche volta andare
a mangiare al bar di fronte. Nessuno in quei giorni la controllava
direttamente, stava con lei, ma lei non faceva mai niente che potesse metterla
in cattiva luce o farla trovare in errore, quando qualcuno dell’organizzazione
passava a controllare: rispettava sempre le regole.
Keri andava e tornava da
Firenze, per sistemare tutte le ragazze. Fu in quei giorni che Maia incontrò
Tania. Gli ordini erano precisi: <Arriva una ragazza nuova, viene con un suo
amico, lei deve dormire in stanza con te>. E Maia obbedì.
Lei e Tania si capirono
subito, perché erano tutte e due moldave. Alloggiavano alla camera 117 e Tania
aveva ancora il suo vero passaporto, quello intestato a Natalia Seremet.
Keri aveva sistemato tutto.
Tania era una sua delle sue ragazze. Bella, giovanissima, un vero affare.
Tania aveva lavorato in un
night nello spoletino, il suo primo approdo dopo il viaggio verso l’Italia.
Aveva fatto in fretta a capire cosa c’era dietro ai vestiti lunghi, alle
chiacchiere con i clienti, ai soldi che guadagnava e che, però, sparivano
subito: per pagare l’affitto delle casa che divideva con le altre, il pranzo,
il debito contratto con chi l’aveva portata in Italia per il viaggio e i
documenti falsi. Se voleva guadagnare qualcosa doveva vendersi. Tutto
cominciava a essere chiaro. La sua zattera, in quelle sere in cui non riusciva
più a sostenere lo sguardo e le mani degli uomini che la volevano, era il
bancone del bar. Qualche parola scambiata con il barista, che aveva preso a benvolerla.
E poi c’era Fabio, il braccio destro del boss. Fabio a cui le donne non
mancavano e, almeno all’apparenza, neanche i soldi. Per qualche settimana le
vite si incrociarono, lei lo considerava il suo uomo, lui una delle tante ma
forse più spaurita, disarmata e graziosa di altre.
Per questo, nel locale,
l’avevano notata in tanti. Non solo i clienti, ma anche gli albanesi che
avevano le ragazze sulle strade. Lei era terrorizzata quando loro entravano:
tutto sommato, lavorando dentro i locali, aveva una certa protezione, un letto
dove dormire, incontrava anche persone gentili. E i suoi padroni erano
italiani, non erano poi così cattivi.
Ma gli albanesi si facevano
sempre più insistenti. Quella ragazzina era diventata la posta di una
scommessa, un puntiglio. La volevano. E così fu venduta, dieci milioni, una
percentuale anche sui guadagni futuri. Passò nelle mani degli albanesi.
La comprò il gruppo di Keri,
ma un altro aveva messo gli occhi su di lei e la voleva a tutti i costi. E Keri,
per non avere grane con quel tipo dalla fama di duro, che, alla lontana era
anche suo parente, un cugino da parte di madre, gliela vendette.
Tania non lo seppe subito.
Fu solo l’11 luglio, cioè dodici giorni prima di morire, che lei scoprì che il
suo destino era cambiato. Arrivò Keri e lei gli lasciò la stanza che divideva
con Maia. Per una notte dormì sola. Poi, però, arrivò l’altro.
La prima notte i due uomini
dormirono insieme: c’era forse qualche particolare da definire nella
compravendita. Tania faceva guadagnare molto bene.
Poi non ci furono più dubbi.
Tania era del nuovo protettore e lui voleva dormire con lei. Quei giorni
furono per lei un calvario.
Lui ne voleva fare la sua
donna, lei non accettava di essere venduta e comprata. Quasi ogni giorno i due
litigavano, lei gli teneva testa ma poi la forza fisica dell’altro aveva il
sopravvento.
Andare coi clienti
rappresentava quasi un momento di dolcezza. Uno di loro non tardò molto ad
affezionarsi a quella ragazzina, la vedeva con una certa regolarità, oltre a
pagare sempre quanto doveva, le regalò un cellulare. Quando lei raccontò che
stava per compiere gli anni, arrivarono degli orecchini d’oro, un braccialetto,
una catenina.
Quando tornava in albergo,
di nuovo, cominciava l’inferno. Chiusa dentro la stanza, piangeva, perché dai
litigi con l’uomo usciva sempre sconfitta. Non si piegava, però. Il giorno
dopo ritrovava la forza di dire no. No alla violenza, no a dargli il suo corpo
in quel modo, no al marciapiede.
Si attaccava a un ricordo,
per trovare la forza, magari alla speranza che le parole dolci di un cliente
fossero la verità e anche la chiave per aprire la porta di quella gabbia in cui
era rinchiusa. E quando trovava la forza, il coraggio, o, forse, quando
prevaleva l’incoscienza, rilanciava, Tania: <Dammi i soldi che guadagno, non
puoi tenerli tutti per te>. Quei soldi le servivano per essere una donna
libera.
Maia sentiva tutto
attraverso la parete. Ed era diventato talmente insopportabile per tutti e due
- Maia e Keri - ascoltare continuamente quei litigi che decisero di andarsene,
proprio pochi giorni prima del compleanno di Tania, che era il 18 luglio.
Tornarono a Firenze, dove c’erano gli altri collegamenti, le altre ragazze che
si vendevano.
Non era possibile che Maia e
Keri fossero gli unici a udire le urla, le suppliche, le minacce, i pianti di
Tania. Ma nessun altro volle sentire quello che succedeva in quella stanza nè
vedere i lividi, la faccia distrutta di quella ragazzina quando la notte usciva
dall’albergo così impacciata sui tacchi alti e la minigonna. E che si ingannava
per sopravvivere, si attaccava, per sentirsi “normale”, per convincere se
stessa che nella sua vita c’era anche amore, amicizia, all’attesa per gli
auguri di buon compleanno.
Litigarono anche l’ultima
sera, Tania e il suo sfruttatore. Quella volta, addirittura, le urla si
sentivano fin sotto, nella hall dell’albergo. Le udì anche un dipendente
dell'albergo ma lo raccontò solo dopo, quando arrivarono i carabinieri e
chiesero chi era la ragazza che si chiamava Tania Bogus e che alloggiava lì.
1.8 L’ultima notte
Finalmente gli indizi che si
rincorrevano ad un certo punto provocarono il corto circuito sperato. I
carabinieri, guidati dal capitano Giovanni Fabi, trovarono la Tipo Bianca con
il fanalino rotto. Il proprietario era un albanese di 25 anni, Arsen Bocaj.
Era un muratore, permessi e
carte in regola, che viveva in un campo container di Foligno assieme alla
famiglia.
I carabinieri lo portarono
in caserma. Di fronte all’evidenza degli indizi, messo alle strette, parlò. Ma,
naturalmente, raccontò la sua verità.
<Victor Lala è il nome
dell’assassino di Tania. Ecco chi è chi l’ha uccisa. Victor Lala, detto Tolo.
E’ mio cugino, ha 30 anni, è di Valona, Albania, ma, soprattutto, è un duro.
E’ uno scafista, di mestiere porta via le ragazze dell’Est, dall’Albania, dalla
Romania, dalla Moldavia. Le illude, promesse d’amore, di lavoro. Un copione che
ormai conosce a memoria.>
Lala sa cosa dire per far
leva sulle debolezze delle donne che porta via. Sa quando è l’ora di usare la
violenza e quando è il momento di concedere un po’ di dolcezza. Sa che, alla
fine, tutte si piegheranno, sfinite forse più dalle speranze disilluse che
dalle botte. Dal fatto che la dolcezza del ricordo di casa si macchierà della
paura di una vendetta verso le proprie famiglie.
Victor Lala è uno che non è
abituato a sentirsi dire no.
<Mi ha costretto a
seguirlo, e io non poteva dire di no>. Gli avrebbe fatto fuori la famiglia.
Victor ne sarebbe stato capace, ripeteva Bocaj ai carabinieri. <Mi ha detto:
“O mi aiuti o i tuoi genitori verranno sterminati e tua sorella rapita e
costretta a prostituirsi”. Mia sorella ha solo 17 anni, avevo paura per
lei>.
Diciassette anni, la stessa
età di Tania.
Poi, via via, venne fuori il
racconto di quella notte.
E così ricordò Bocaj.
<Mi aiuti a uccidere una
ragazza?>. Era il primo pomeriggio, quando Lala chiese a Bocaj di diventare
suo complice per uccidere Tania. Poche ore dopo Lala era già davanti alla casa
di Bocaj, con Tania in auto.
<Lala è arrivato con la
ragazza in macchina. L’aveva presa direttamente dal posto di lavoro. Era
furioso con lei, furioso.> Perché? Cosa poteva avergli mai fatto per
meritare una punizione del genere?
<Lui l’amava e lei non lo
voleva>. Amore?
<Sali in macchina e
guida tu. Ti dirò io dove andare>
Così Lala si è fatto portare
nel buio della montagna.
La macchina andava veloce,
non c’era traffico a quell’ora, la mezzanotte si avvicinava.
Le luci della città si
facevano più rade, mano a mano lasciarono il posto a quelle arancioni, degli
incroci e poi rimasero lampioni radi, lungo la circonvallazione, ad illuminare
la paura di Tania che cresceva. E Lala, durante il viaggio, provava piacere a
vedere crescere il terrore negli occhi di Tania. A vedere quegli occhi sottili
farsi profondi, muoversi, cercare un appiglio, qualcosa a cui attaccarsi per
fermare quella corsa veloce, quei cambi di direzione, quelle curve prese ad
alta velocità che la scuotevano, la sballottavano da una parte e dall’altra,
sul sedile posteriore della vecchia auto.
Tania che non lo voleva.
Tania che non voleva andare sulla strada a vendersi e glielo ripeteva, la sera,
prima di piegare la testa e andare sul marciapiede.
Adesso gliela poteva far
pagare a quella ragazzina. Adesso finalmente sarebbe stata zitta. Gliel’avrebbe
fatto vedere lui chi comandava e cosa succedeva a chi le regole non le
rispettava.
Ora non c’erano più luci,
lungo strada. E in giro più nessuno. Era buio, la luna nascosta.
Con l’auto e i suoi
assassini, Tania arrivò in Valtopina, lungo la strada di ghiaia bianca, un
chiarore appena percettibile, nella notte della montagna. Le case diventavano
sempre più rade e lasciavano il posto al bosco.
<Puoi chiedermi “per
favore”, adesso, puoi chiedermi pietà. Troppo tardi, è troppo tardi, adesso ti
faccio vedere chi comanda. Adesso la smetterai di fare quello che vuoi>.
Quel viaggio accrebbe in Lala
il suo desiderio di vendetta. E quando arrivarono in una zona isolata, il
carnefice era pronto, gonfio di arroganza e ferocia. Tania era bianchissima.
L’ultimo rumore che sentì fu
il motore dell’auto che si spegneva, uno dopo l’altro gli sportelli che si
aprivano e si chiudevano, tagliando il silenzio della notte come un bisturi.
Poi furono solo le mani dei suoi aguzzini. Mani che tentavano di tenerla ferma,
mani che le facevano male.
Tania non aveva niente con
cui difendersi dai primi schiaffi e dai primi pugni che la colpirono. Mise le
braccia a croce, davanti alla faccia. L’attraversò un pensiero: <Mi daranno
una lezione, ma ce la farò>.
Quando si accorse che Lala
aveva in mano un martello, capì che era finita.
Cercò ancora una difesa, gli
si buttò contro la faccia – graffi - gli strappò i capelli. <Glielo faccio
vedere io>. Lala perse ogni controllo.
Colpi, colpi e ancora colpi.
Contro quel viso perfetto, a devastare la sua bellezza, per farla tacere.
<Ora non parli più, eh? Hai perso la voce. Non ti rivolti più contro di
me>.
Tania cadde a terra, in
silenzio. Nella vallata si sentì il tonfo di un oggetto metallico gettato tra i
cespugli e di nuovo tornò il silenzio. Per poco, però. Un lamento sottile
scosse leggermente quel corpo steso a terra. La voce era un soffio leggero.
<Ti prego, Tolo, aiutami>.
Furono pochi passi fatti
sulla strada di ghiaia bianca, il rumore del portabagagli dell’auto che,
rimasto socchiuso, veniva di nuovo sollevato, alcuni passi accompagnati da
parole rabbiose.
E fu un’altra grandinata di
colpi.
Si dice che, se ci si
accorge di morire, tutta la vita ci passa davanti agli occhi in pochi istanti.
Chissà cosa avrà rivisto Tania, in quei secondi che le rimasero prima della
fine. <La morte è sopraggiunta al massimo in cinque minuti>, spiegò poi
il medico legale, stabilendo così la durata del calvario di Tania.
Tania, sola di fronte alla
violenza di un uomo armato di un martello e di rabbia e alla complicità di un
altro.
Forse si aggrappò al ricordo
più dolce per non sentire il dolore che la stava distruggendo, per sopportare
il tonfo di quei colpi sul viso e sul collo e sulle spalle, sull’orecchio.
<Dopo pochi colpi
sembrava morta e Victor smise di picchiare col martello e lo buttò via. Ma poi,
improvvisamente la ragazza si mosse. Cercava aiuto. Allora ne prese un altro,
sempre da dentro la macchina, e continuò a colpire fino a quando non si muoveva
più. E buttò via anche il secondo martello>.
Tania ora è solo un corpo
strisciato sulla ghiaia, sbattuto malamente, tirato per un polso. La maglietta
bianca le si arrotola lungo la schiena, scoprendole la pelle delicata. Poi
rotola giù per un burrone. Una scarpa esce dal piede e finisce in mano al suo
aguzzino che sta trascinando il corpo. La fa volare in alto, e poi comincia a
rotolare già, lungo il dirupo. Anche il corpo rotola. Cinque, sei capriole fra
l’erba. Poi un altro calcio, per farla andare ancora più in basso, perché
nessuno la trovi più.
1.9 L’assassino al night
Il locale aveva i divani
rossi e blu appoggiati ai lati della stanza. Nel mezzo c’erano i tavolini.
Stesso copione tutte le sere. Anche quella sera probabilmente. La sera
successiva alla morte di Tania. Uomini che bevevano e parlavano con le ragazze
che cercavano di farli bere ancora di più. Ragazze giovani, tutte molto belle.
Eccessive e un po’ spaesate. Rumore di bicchieri, parole dette sottovoce.
Quando Victor Lala, assieme ad altre due persone, entrò nel privè del locale,
però, il titolare smise di parlare e lo guardò con un po’ di timore ma anche
con rimprovero.
Lala e gli altri si
avvicinarono e cominciò una conversazione nervosa. <Forse avete esagerato….
Questa volta avete esagerato… >
A guardarlo Lala non
sembrava avesse ucciso poche ore prima una ragazzina. La zazzera lunga a
coprire il collo, i capelli crespi, il naso un po’ lungo in una faccia da
italiano anni ’60, con quello stesso abbigliamento che oggi ci sembra un po’
eccessivo: collo della camicia esagerato, scarpe a punta. Le parole arrivavano
a pezzi, con delle pause forzate per la musica di sottofondo e per le
interruzioni al passaggio di qualcuno.
Uno dei tre si stancò e
volle tagliare corto, non aveva voglia di giustificare, di dare spiegazioni.
<Una più una meno…E’ lo
stesso ….aveva rotto il cazzo>.
Qualcuno riprese a parlare,
qualcun altro girò le spalle e finì il liquore che era nel bicchiere.
Uno abbassò gli occhi.
Quella fu l’ultima volta che
qualcuno, successivamente, raccontò di aver visto Victor Lala in Umbria.
L’assassino di Tania, il “duro” che, per coprire la sua attività e giustificare
la sua presenza in Italia faceva ogni tanto il muratore, lo scafista senza
scrupoli che portava in Italia le ragazze rubate alle proprie famiglie, sparì.
1.10 Il pentito
<Una in più una in
meno…E’ lo stesso… Aveva rotto il cazzo>.
Aveva abbassato gli occhi
quando le parole dei tre albanesi gli erano arrivate a frammenti, filtrate
dalla musica bassa e dalle chiacchiere dei clienti. Ma quei frammenti l’avevano
colpito come fossero state schegge di vetro. Era successo qualcosa di grave, di
più grave del solito. Più grave delle ragazze comprate e rivendute e, a volte,
sparite, lasciando come unica traccia il cellulare, un passaporto e qualche
maglietta. Più grave delle droga che girava nei locali, delle minacce, della paura.
Il giorno dopo, leggendo i giornali, Fabio capì che quella cosa grave, era
capitata a Tania
Aveva taciuto a lungo,
Fabio. Perché quella vita gli faceva comodo. In fondo, doveva solo obbedire ed
essere affidabile. In cambio otteneva sesso e soldi. Ragazze giovani, con cui
bastava essere un po’ più gentile degli altri per averle senza fatica. E soldi,
abbastanza soldi da poter fare una vita se non proprio di lusso, certamente di
benessere senza la fatica del lavoro quotidiano. Più entrava a far parte dell’organizzazione,
più veniva a conoscenza dei meccanismi di sfruttamento delle donne, più la sua
paga cresceva. Per lui, che aveva un figlio e una serie di debiti, le proposte
dell’organizzazione erano la soluzione ai suoi problemi.
Il suo compito principale
era quello di sistemare le ragazze che arrivavano in Umbria dai paesi dell’Est
e portarle negli appartamenti. Ne arrivavano cinque, sei al giorno. Alcune
direttamente dall’estero, altri dai locali della riviera adriatica. Chi le
portava consegnava il passaporto in cambio di soldi. L’organizzazione avrebbe
deciso chi doveva andare a lavorare nei night e chi per strada. Un giorno era
arrivata una ragazzina, giovanissima, minuta. E a Fabio era piaciuta subito.
Lei si era attaccata ai modi gentili di lui, e per un po’ era stata la sua
donna. Non per molto, perché l’organizzazione non ammetteva legami troppo
stretti con le ragazze: non erano arrivate a Perugia per trovare marito ma per
far guadagnare. Per questo Fabio aveva rotto poco dopo con quella ragazzina,
Tania, e lei era stata inserita in un locale dove aveva cominciato a lavorare
come intrattenitrice di clienti.
<Era bella e disponibile,
poi era molto giovane e le ragazze giovani hanno sempre le attenzioni degli
uomini adulti>. Tanto bella, troppo per non essere notata.
<Tutti quelli che
appartenevano all’organizzazione degli Albanesi venivano, di tanto in tanto, a
consumare con le ragazze nuove. Così avevano preso di mira proprio Tania, si
fermavano con lei a consumare, così tastavano il terreno e provavano la
capacità delle donne>. Bastarono pochissimi di questi incontri tra gli
Albanesi e Tania perché loro capissero che lei poteva rendere moltissimo
all’organizzazione. <Tania entrò subito nelle loro grazie, perché in lei
videro subito la possibilità di lauti guadagni nel campo della
prostituzione>. Le parole di Fabio erano un fiume in piena davanti ai
carabinieri del Ros e al magistrato Antonella Duchini che nel settembre dello
stesso anno raccolsero la sua testimonianza e diedero il via ad un’operazione
contro il racket della prostituzione che portò, in due riprese, a più di 200
arresti. Raccontò tutto quello che sapeva, Fabio. E raccontò anche di Tania,
dei suoi no agli albanesi, della sua determinazione, del fatto che non
accettava di passare dal locale in cui era gestita da italiani alle mani degli
albanesi. Le pressioni sul proprietario del locale in cui Tania lavorava erano
talmente tante che alla fine, dovette cedere. Tania fu venduta anche questa
volta, il suo “padrone” ci guadagnò dieci milioni di lire.
<Lei non voleva
assolutamente passare in mano agli albanesi. Alla fine, però, fu convinta da
una sua amica che si chiamava Emilia e che si era innamorata di uno
dell’organizzazione. Quest’amica insistette tanto che, alla fine, Tania
cedette>. Fu così che passò a Keri e che fu rivenduta, ancora una volta, e
finì nelle mani di Lala.
Più di una volta Fabio ferma
il suo racconto per fare raccomandazioni, chiede che gli investigatori facciano
presto a chiudere l’indagine perché possano liberare il maggior numero di
donne. E racconta anche del destino amaro della giovane Natalia Seremet quando
divenne Tania Bogus. Per Tania non c’era più niente da fare ma è stata anche la
sua morte ad avere un peso nella decisione di confessare presa da quest’uomo.
E’ stato anche il calvario di Tania a salvare decine di donne liberate durante
l’operazione Girasole.
1.11 Conclusioni
I carabinieri cercarono
Victor Lala in tutta Italia, qualche segnalazione venne dalla costa Adriatica
ma, alla fine, fino al momento in cui stiamo scrivendo, è riuscito a farla
franca. Probabilmente rientrò a Valona, dove, grazie a coperture e appoggi, non
fu mai trovato. O non fu mai cercato veramente.
Le ultime segnalazioni che
lo riguardano parlano di suoi spostamenti tra la Grecia e la Macedonia e
nell’aprile del 2006 in Kosovo.
Ancora oggi è un uomo libero
e non ci sono ragioni per pensare che abbia cambiato “lavoro”.
Arsen Bocaj e Victor Lala
sono stati condannati all’ergastolo. La sentenza è definitiva
Keri Dimitrov è stato
condannato a sette anni per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.
La sentenza è definitiva.
Fu una cella frigorifera
dell’obitorio di Perugia il sudario che accolse il corpo di Tania Bogus-Natalia
Seremet dopo l’autopsia. Quello che rimaneva della sua famiglia era troppo
povera per pagarsi il viaggio e fare il riconoscimento del corpo. Ci vollero
nove mesi perché si sciogliessero i nodi della burocrazia, venisse pagato il
viaggio a un parente, riconosciuto il corpo e la piccola Natalia fosse
seppellita nella sua terra.
Il processo agli indagati
coinvolti nell’operazione Girasole, mentre stiamo scrivendo, non è ancora stato
celebrato.
Il 9 febbraio 2007 la storia
si ripete. I carabinieri di Assisi portano a termine, dopo mesi di indagini,
un'altra operazione contro la tratta delle donne, coordinati, anche questa
volta, dal pubblico ministero Antonella Duchini. Diciannove arrestati, quasi
tutti umbri, 10 locali pubblici controllati, 7 i night, di cui 4 posti sotto
sequestro insieme a tre strutture alberghiere. Una ventina gli indagati a piede
libero, 40 le ragazze liberate, una trentina delle quali ha collaborato con le
forze dell'ordine ed è entrata in un programma di protezione. L'operazione si
chiama “One way”, a indicare come le ragazze non avessero scelta – il loro
viaggio dall'Est all'Italia era a senso unico. Secondo l'accusa si era formata
un'altra organizzazione che sfruttava le ragazze, riducendole in schiavitù,
facendole lavorare nei night come entreneuse e poi, facendole prostituire con i
clienti che le chiedevano. Il corpo delle donne valeva come un paio di whisky
consumati al bancone. I clienti pagavano per stare con loro, a bere, nei night
15 euro ogni venti minuti. Se le volevano portare fuori, il prezzo era lo
stesso: 15 euro ogni venti minuti per il rapporto sessuale. In macchina o in
albergo non importava, ma i costi aggiuntivi eventuali, come la stanza, erano a
carico del cliente. Le ragazze non potevano incontrarli di giorno, perchè,
altrimenti, non sarebbero poi tornati la sera al night. I meccanismi per il
controllo di queste giovanissime donne, tutte molto belle, erano quelli già
collaudati e messi in luce dall'operazione Girasole. D'altra parte alcuni degli
arrestati erano gli stessi finiti dentro nel 2001 e poi usciti, in attesa di processo.
Alcuni un po' più vecchi e malandati, certo, come quello che è ritenuto il
capo, sia nel 2001 sia oggi: uno spoletino di 77 anni.
La mappa dello sfruttamento
ha per capoluoghi piccoli centri di provincia, oltre a Perugia: Cannara,
Magione, Gualdo Cattaneo, Montefranco di Arrone. Da questa nuova operazione
emergono alcuni elementi di differenza rispetto alle precedenti:
l'organizzazione è in scala più ridotta ma ha acquisito competenze: non ha
bisogno di aiuti esterni per andare a prendere le ragazze, le rotte sono
tracciate, se ne occupano in prima persona. Anche la violenza fisica sulle
donne ha un gradiente meno forte: i carabinieri non hanno segnalato episodi di
violenza così gravi come era accaduto sei anni prima. Ma non sono solo i
lividi, gli schiaffi, la forza fisica di uomini contro ragazze a determinare la
violenza e la condizione di sottomissione. I carabinieri sostengono di aver
trovato moltissimi elementi che indicano come queste ragazze fossero ridotte in
schiavitù, private di ogni diritto. Tra queste anche molte minorenni, arrivate
in Italia con la promessa di un lavoro come cameriera. Agli atti la denuncia di
Elena, 16 anni, che accusa l'organizzazione di averla ingannata e sfruttata:
riesce a scappare e denuncia tutto. Da ottobre Elena è nel programma di
protezione “Free Women”.
2 Le altre
2.1 Almira
Furono i suoi
bellissimi capelli rossi legati con una coda che permisero di dare un nome ai
resti di quel corpo che penzolava dall’albero di un parco alla prima periferia
di Perugia. Sembrava un dramma personale, un suicidio come purtroppo ne
succedono spesso. Almira aveva lasciato
ben poco dietro di sé: a terra, sotto l’albero, solo un pacchetto quasi finito
di sigarette. Era lì da qualche giorno, Almira, sola, appesa a quel ramo: fu
ritrovata per caso da un signore che stava portando a spasso il cane. A poco a
poco la polizia scoprì che la ragazza che aveva
deciso per la morte anziché per la vita, era vittima di una ferocia che era
andata ben oltre il dolore fisico. Quella giovane donna dai capelli rossi, che
si era impiccata con un filo che si usa per stendere i panni, si chiamava
Almira Cajc, era bosniaca, aveva 25 anni. Prima profuga poi costretta a
prostituirsi, non aveva mai accettato di vendersi perchè a casa l’aspettava un
figlio di 5 anni e una sorella che glielo stava allevando mentre lei era venuta
in cerca di un lavoro dignitoso in Italia. I suoi protettori, due giovani
fratelli albanesi, però, non avevano tempo da perdere con i “capricci” di
quella ragazza e andarono per le spicce. Erano due clandestini e, durante un
controllo della polizia, vennero presi e rispediti in patria a spese dello
Stato italiano. Per loro fu una sorta di “viaggio premio”. In patria avevano
qualche affare da curare e un piccolo conto da regolare con quella ragazza.
Andarono dai familiari di lei, li avvertirono che Almira era diventata una
prostituta e che non sarebbe più tornata: così la ragazza non avrebbe fatto più
storie, adesso non aveva più nessuno. Pochi giorni dopo la sorella più giovane
di Almira, Zilet, si impiccò a un albero per la vergogna. Almira lo venne a
sapere. Non resse al rimorso, si uccise come lei.
2.2 Cristiana
Cristiana, 21 anni, romena,
era arrivata in Italia con un fidanzato che le aveva promesso una vita diversa.
Ma una volta arrivata non trovò né il matrimonio né l’amore. La fecero
prostituire, contro la sua volontà, senza alcun rispetto del suo corpo, tutte
le notti, anche quando era mestruata. Doveva soddisfare ogni richiesta dei
clienti, solo così poteva rendere al massimo per l’organizzazione. La fecero
prostituire anche quando rimase incinta: lei non sapeva se il padre di quel
bambino era un cliente o il suo sfruttatore che, ogni tanto, la violentava
anche lui senza usare alcuna precauzione. Stranamente quel bambino glielo fecero
tenere, anziché, come purtroppo succede spesso, farla abortire in ospedale o a
calci in pancia.
Ma quando il ventre era
ormai così gonfio da rendere impossibile i rapporti sessuali in macchina, fu
portata fuori Perugia, probabilmente a Milano e tenuta chiusa in un
appartamento sigillato: finestre chiuse, una stanza piccola con pochi mobili,
un televisore che le era permesso di accendere solo per qualche ora al giorno.
Del momento del parto non ha alcun ricordo: ha potuto solamente raccontare di
alcune persone sconosciute che sono entrate nella sua stanza e l’hanno
addormentata. Il bambino non l’ha mai visto. Quando si svegliò la pancia era
vuota, cucita da una lunga cicatrice.
2.3 Valentina
Credeva che quel cielo liquido e nero
sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe visto prima di morire. Si era arresa a
quella vertigine, dopo che l’adrenalina l’aveva fatta reagire per qualche
secondo. Dopo qualche minuto, però, quel cielo si allontanò e lei fu di nuovo
in piedi. Avevano provato a farle sfiorare la morte per convincerla a vendersi,
spingendola a testa in giù da un ponte sul fiume Tevere. Valentina, 17 anni, si
piegò solamente quando i suoi sfruttatori arrivarono a minacciare che avrebbero
ucciso tutta la sua famiglia in Romania. Sapeva bene quanto potesse essere vera
quella minaccia: era stata una vicina di casa a convincerla a partire,
prospettandole la possibilità di fare la cameriera in un ristorante. Ma la
donna era legata all’organizzazione degli sfruttatori. Arrivata a Roma, fu
fatta dormire in delle baracche vicino a Tevere e poi, notte, sui marciapiedi a
vendersi. <Non riuscivo a dormire per la paura. Soprattutto uno dei
due che ci teneva a bada era feroce. E' stato lui a violentarmi, a
minacciarmi di morte. Ma la cosa che mi faceva stare più male era il
pensiero di mia madre, di mandare qualche soldo a lei perché calmasse mio
padre, sempre ubriaco>. Da Roma a Perugia, stesso copione. Nel capoluogo
umbro, però, incrocia un poliziotto, decide di denunciare. Parte la caccia
ai protettori. Che, per qualche tempo, non si trovano. Uno ricompare,
qualche settimana dopo, a Perugia e non è solo: ha con sé la mamma di Valentina. Un lungo
viaggio in macchina dalla Romania, sulle rotte dei clandestini, nonostante lei
sia ammalata: «Sono il fidanzato di Valentina, la polizia
l'ha presa perché è minorenne. Devi venire con me così la rilasciano e ci
possiamo sposare». La madre ripercorre lo stesso calvario della figlia,
nella baracca vicino al fiume scopre dei vestiti sporchi di sangue che
riconosce subito: sono quelli di Valentina. Chiede spiegazioni, trova solo
violenza. Viene portata a Perugia. Qui il rumeno la porta in giro nei vari
uffici dove pensa sia possibile rintracciare la ragazza,
presentando il salvacondotto della madre. Un giro che non passa
inosservato alla polizia. Una pattuglia li ferma per un controllo, il romeno
finisce in manette. Madre e figlia
si incontrano in una stanza della questura, ignare l'una dell'altra. Ed è
un abbraccio lunghissimo.
2.4 Rose
Era arrivata in Italia dalla Romania per
fare la badante e, per un po’, assistette una persona anziana a Roma. Quando
questa morì, lei si ritrovò sulla strada. Senza documenti, senza conoscere bene
l’italiano, 24 anni, una bella ragazza: fu facilissimo per il racket
intercettarla. Costretta a prostituirsi prima a Roma, poi a Perugia, le
sembrava di vivere un incubo. Ma non era ancora finita. Una notte fu presa dal
marciapiede e fatta salire a forza in un’auto. Dentro c’erano quattro giovani
uomini. La portarono in un casolare abbandonato, le tolsero la camicetta, la
biancheria, le scarpe. Le legarono i polsi a delle corde fissate al muro con
del ganci che, probabilmente, venivano usati per legare il bestiame nelle
stalle. <Meglio che fai in modo di evitare più botte possibile> furono le
ultime parole che le dissero prima di buttarla su una rete di ferro senza
materasso. L’ultimo la violentò all’esterno, per terra, prendendola quando era
uscita fuori per i propri bisogni, ma era così stanco che non riuscì a finire e
si addormentò. Fu in quel momento che lei cominciò a correre, stracciata e
sanguinante per il parco, chiedendo aiuto. Un passante la raccolse e la portò
alla polizia. Qualche giorno dopo furono arrestati i primi tre aguzzini: la
polizia li trovò in una tendopoli improvvisata e piena di oggetti rubati. Erano
tutti moldavi, in Italia da un mese. Avevano cominciato la loro carriera come
ricettatori ma avevano anche capito subito che per fare soldi ci volevano le
donne. Così, per cominciare, avevano deciso di “rubare” le ragazze agli
sfruttatori meno organizzati. Altre due ragazze avevano subito il destino di
Rose. Il quarto fu preso qualche giorno dopo. Nel frattempo, dalle
intercettazioni telefoniche, la polizia capì che lui stava sfruttando altre
ragazze, che lui incitava a lavorare per tutta la notte: <Non potete
smettere di lavorare, dovete guadagnare più soldi per pagare le spese degli
avvocati a quelli che sono in carcere>. Oltre a Rose altre due ragazze sono
entrate in protezione. Una terza ha detto di no.
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La Moldavia è uno degli
stati più piccoli nati dalla dissoluzione dell’Urss, nel 1991. Lo stato è ampio
circa 34mila chilometri quadrati. La popolazione è di circa 4.400.000 persone.
Nella capitale ne vivono 700mila. Il 55% degli abitanti si proclama non
religioso, il 44% professa la religione cristiano ortodossa.
La Moldavia è uno dei
paesi europei maggiormente coinvolti nel traffico di donne e bambini che
finiscono nel giro della prostituzione internazionale. Tra le potenziali
vittime del mercato degli esseri umani ci sono i 14mila bambini ricoverati
negli istituti, quasi tutti orfani o abbandonati dai genitori emigrati. Quando
escono dagli istituti, a 16 anni, sono facilmente preda dei trafficanti di
sesso e di schiavi. (Fonte: Unicef 2005)
2.1 Piccole città, grandi cambiamenti
Il
fenomeno della tratta delle donne, dello sfruttamento sessuale e della
riduzione in schiavitù riguarda tutta l’Europa: siamo di fronte ad
organizzazioni che lavorano a livello internazionale. Scrive la giornalista Francois
Loncle, in un articolo dal titolo su Le Monde diplomatique,
(www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio)
“Prostituzione
senza frontiere. La tratta delle donne dell’Est in Europa Occidentale” che
<nell’epoca della globalizzazione si globalizza anche la tratta delle
donne…Sul continente europeo si è delineata una suddivisione geografica del
traffico, con paesi “fornitori” (Russia, Ucraina, Romania) e paesi destinatari,
(Italia, Germania, Francia). Il traffico è in continua espansione. La forte
redditività della prostituzione spiega in parte quest’esplosione>. Ma
soprattutto, come rileva Gerard Stoudmann dellOrganizzazione per la sicurezza e
cooperazione in Europa (Ocse), è <un business molto meno pericoloso del
traffico di droga, perché non esiste ancora alcun quadro giuridico
internazionale per combatterlo>.
Siamo,
dunque, di fronte ad un fenomeno criminale dalle dimensioni impressionanti. Non
solo. Siamo di fronte ad un’organizzazione criminale, la mafia albanese, che ha
un modo molto efficace di diffondersi ed espandersi. Scrive Marco Ludovico, sul
Sole 24-Ore del 4 dicembre 2005, citando quanto scritto dagli investigatori del
Sisde sulla rivista “Gnosys”: <Puntiforme e mutualistica, la presenza
albanese è sfuggente, solidale al suo interno, reticolare, flessibile nelle
attività, rapidissima negli spostamenti e in grado di capitalizzare
progressivamente il profitto criminale conseguito….>. Per quanto riguarda lo
sfruttamento della prostituzione, gli albanesi <applicano il crudele codice Kanun
per controllare le prostitute. Un vero sistema di terrore – con delitti
spietati, come quello di una ragazza uccisa a martellate – che impone, di
fatto, un regime di schiavitù>.
Perché,
allora, rovesciare la lente d’ingrandimento e guardare questo fenomeno nelle
sue dimensioni in scala ridotta, seguendone l’evoluzione in una città di
provincia come Perugia?
Intanto,
Perugia è diventata, nel giro di una decina di anni, una “città dei record”:
per la presenza del fenomeno criminale e del suo svolgersi e svilupparsi nel
tempo; per le iniziative prese nel tentativo di fronteggiarlo; perché capire
quanto pesano certe condizioni locali sul radicamento di un fenomeno criminale
globale può essere interessante e utile sia sul versante della prevenzione sia
su quello della repressione.
I
grandi cambiamenti sociali ed economici non passano sulle nostre teste:
modificano la vita nelle nostre città, provocano cambiamenti nel nostro
quotidiano, deflagrano lungo il percorso del nostro destino, a volte con
effetti devastanti.
Molti
aspetti che riguardano questi cambiamenti possono essere contenuti o modificati
solo da interventi che provengono dall’alto. Ma, ci siamo chiesti, c’è uno
spazio di manovra nelle realtà locali per fermare o, perlomeno, “gestire”
questo fenomeno? Quanto incide, ad esempio, la struttura urbanistica di una
città come Perugia che attorno ad un antichissimo centro storico ha sviluppato
un tessuto urbanistico da periferia di una metropoli? Ci sono “pezzi” di città
che la notte sono abitati solo dalle donne che si vendono e dai clienti che le
vogliono comprare. Pezzi di città in cui si consuma la violenza nei confronti
di queste donne senza che riusciamo a rendercene conto con la necessaria
consapevolezza e altri che sono già quartieri a luci rosse. C'è una
consapevolezza profonda e articolata degli effetti che procureranno questi
cambiamenti?
Sta
cambiando la percezione che abbiamo dell’altro, dello straniero, di chi non
appartiene a pieno titolo alla nostra comunità: ne abbiamo paura, riteniamo che
la sua presenza in qualche modo limiti o diminuisca il nostro livello di
sicurezza. Viceversa, non riusciamo a far entrare nel meccanismi di percezione
della realtà queste nuove, drammatiche condizioni di vita di donne private di
ogni loro diritto civile. A Perugia queste condizioni si sono manifestate e si
stanno manifestando in maniera molto netta.
Forse
non è stato un caso che sia stata proprio Perugia ad aprire al strada a un tipo
di indagini che non prendevano più in considerazione il singolo sfruttatore che
gestiva qualche ragazza, ma che cercavano di mettere in luce la dimensione di
un fenomeno criminale e il suo spessore.
Forse
non è stato un caso, perché Perugia, nel corso degli anni, è diventata via via
un “caso studio”, una città dei record.
2. 2 La svolta
La
prostituzione, a Perugia, comparve quasi d’improvviso. Tra il 1996 e il 1997
sparirono le mercenarie abituali, quelle che quasi si conoscevano per nome e
che, il giorno dopo, magari si incontravano a fare la spesa e si salutavano,
tutto sommato, con benevolenza. Le strade cominciarono a riempirsi di giovani
ragazze straniere in vendita. Fu una presenza sempre più consistente, che si
ramificava lungo le strade della zona industriale e commerciale, nei parchi a
ridosso della periferia della città: Pian di Massiano, via Settevalli, strada
Trasimeno Ovest, via Centova. Quasi improvvisamente, nel giro di pochi mesi,
la prostituzione di massa diventò, dunque, un fatto visibile.
I
primi ad accorgersene furono i clienti. Davanti alla sfilata delle ragazze che
si mettevano in mostra lungo i marciapiedi, davanti agli spiazzi illuminati dei
negozi, delle concessionarie, delle banche, si formarono ben presto le file dei
clienti in attesa. Un fenomeno che, in pochissimo tempo, diventò così visibile
e massiccio da sollevare le proteste di chi in viveva in quelle zone.
Nello
stesso tempo furono scoperte anche le prime “case del sesso”, appartamenti
piccolissimi, alla periferia della città, in cui le ragazze incontravano i
clienti. Venne anche messo sotto sequestro un albergo fatiscente alla periferia
di Perugia. Era diventato una sorta di dormitorio per clandestini e prostitute
che non riuscivano a trovare una sistemazione migliore: dell’ex albergo
rimaneva, in realtà, ben poco, ad eccezione della struttura muraria. Servizi
igienici inesistenti, sporcizia, mobili fradici, letti appoggiati a terra. Era
questa la cornice in cui le ragazze vivevano e in cui, qualche volta ricevevano
i clienti. L’appartamento era di proprietà di un professionista perugino che,
successivamente, rimarrà coinvolto e condannato, al momento, in primo grado,
per favoreggiamento alla prostituzione. Così, quando ancora la lotta al racket
era solo agli inizi, si configuravano già le caratteristiche del fenomeno dello
sfruttamento della prostituzione a Perugia: molte ragazze lo facevano
all’aperto, altre cominciavano ad inserirsi nei condomini e nelle strutture più
anonime alla periferia della città. E c’era chi, tra i perugini, cominciava a
guadagnare dalla presenza delle donne. Affittando in nero gli appartamenti, ad
esempio. Oppure fornendo le proprie generalità per prenderne in locazione uno
se nessuno della banda degli sfruttatori era in regola con il permesso di
soggiorno o poteva permettersi di dare il proprio nome, perché, magari, era
ricercato. Ci sono stati casi in cui c’era anche chi aveva pretese abbastanza
modeste in cambio dell’aiuto marginale che forniva all’organizzazione: in una
delle tante operazioni messe a segno dalle forze dell’ordine un anziano signore
di Magione forniva la propria disponibilità ad accompagnare le ragazze sul
posto di lavoro, in cambio di prestazioni sessuali gratuite.
2.3 Visibilità e consapevolezza
Era
impossibile non vedere quelle ragazze sulle strade, non rendersi conto che la
loro presenza cresceva notte dopo notte.
Più
difficile è stato avere la piena consapevolezza di cosa significasse realmente
quella presenza.
Perchè?
Forse perché mancavano (mancano ancora?) gli strumenti nuovi per
“decodificarlo” ?
Qual
è stata la prima reazione della cittadinanza perugina?
Siamo
di fronte al più antico mestiere del mondo solo che adesso la presenza di
queste donne è diventata esagerata, intollerabile. Queste ragazze diventano un
intralcio al traffico per la fila delle macchine che rallenta per guardarle,
sceglierle e farle salire. Queste donne lasciano bottiglie vuote, vomito,
preservativi usati fin dentro ai portoni delle case. La prostituzione, dunque,
è un problema di decoro, di pulizia, di viabilità.
Come
si spiega ai bambini che prima di entrare in casa bisogna passare davanti ad un
sfilata di queste donne semi-nude?
La
risposta a tutto questo qual è? <Che andassero a farlo da qualche altra parte,
non sul marciapiede di casa mia>.
Non
passò molto tempo, dunque, che cominciarono le proteste della gente che aveva
un impatto diretto con queste donne. E la reazione fu di questo genere. Ai
giornali arrivarono fax, mail di protesta e la gente cominciò le raccolte di
firme per le petizioni da presentare alle forze di polizia e al sindaco.
C’è
voluto tempo, incontri, scontri, dibattiti, articoli per cominciare a far
capire alla gente che c’era qualcosa di più oltre a questo: che quelle ragazze
straniere, sempre più giovani, private di ogni diritto, non stavano facendo
“il più antico mestiere del mondo” ma era vittime di una nuova forma di
schiavitù. I risultati di questo lavoro, fatto dalle associazioni di
volontariato cattoliche e laiche e dal Comune, almeno per un certo periodo,
sono difficilmente quantificabili, anche se alcune iniziative sono state
apprezzabili. Ogni tanto, anche oggi, tornano le proteste, ripartono le
petizioni. E' certo che in alcune zone della città, si creano delle situazioni difficili
per chi ci vive. Manca, forse, un raccordo tra le richieste di sicurezza e le
risposte da dare: i controlli delle forze dell'ordine, il cosiddetto
“intervento repressivo” danno risultati nell'immediato. Dopo qualche giorno,
addirittura, qualche ora, tutto torna come prima.
2.4 I “bravi ragazzi” del racket
Giocavano
a biliardino in un bar, si scambiavano battute e facevano scommesse su chi
avrebbe vinto la partita. Si chiamavano con dei soprannomi, - Gezi, Luli, Keta,
Niku - e passavano intere giornate in un locale alla periferia di Perugia. Ogni
tanto, quando le squadre finivano la partita e si davano il cambio, qualcuno
dei giocatori si staccava dal gruppo e cominciava a telefonare. Erano frasi
brevi, secche, dette in albanese, che si perdevano nel sottofondo delle risate
fra i giocatori. Pochi ci facevano caso, quei ragazzi sembravano dei normali
clienti, giovani e con la voglia di divertirsi in compagnia, di passare qualche
ora insieme. Qualche mese dopo la polizia, nel gennaio del 1997, scoprì che
quegli amici al bar, quei giovani sempre pronti a scommettere cinquantamila
lire su chi avrebbe vinto la partita, erano, in realtà, la prima organizzazione
criminale per lo sfruttamento della prostituzione che aveva messo radici in
Umbria e che era in grado di far arrivare in regione decine di ragazze perché
si prostituissero sulle strade. Aveva a disposizione appartamenti in cui far
dormire e “lavorare” le donne, automobili e armi. Quei ragazzi disponevano di
contatti diretti con le organizzazioni criminali che si muovevano in Albania
tanto che, sulle stesse tratte lungo le quali riuscivano a far arrivare le
ragazze in Italia, potevano anche muovere droga e armi. Non solo: i soldi
guadagnati con lo sfruttamento delle donne, in parte servivano per far continuare
il “giro”, in parte a permettere agli uomini di fare una “bella vita”, ma
andavano anche in Albania, a rafforzare le organizzazioni criminali che si
occupavano del trasporto delle ragazze, ad esempio, potenziando la “flotta” dei
gommoni con cui ogni notte i traghettatori facevano sbarcare in Puglia donne e
clandestini.
Erano
un’organizzazione perfetta, quei ragazzi, una macchina per fare soldi sul
dolore, gli stupri, la violenza alle donne, l’illegalità.
Donne,
anzi, ragazze. Anzi ragazzine, bambine.
La
storia della tratta delle donne, delle ragazze rastrellate nei paesi più poveri
dell’Albania, adescate con promesse d’amore e di lavoro e poi portate a
vendersi sui marciapiedi, a Perugia comincia a scriversi con questa operazione.
La polizia la chiamerà “Parigi”, dal nome del locale in cui i “bravi ragazzi”
si ritrovavano e da cui partivano le telefonate dirette a chi stava fuori, al
lavoro: a controllare le ragazze sulle strade di Perugia, a comprarne altre dai
mercanti albanesi, a dare punizioni a chi di loro non lavorava abbastanza.
Dalla povertà alla violenza, il corpo e il destino nelle mani di uomini che
vivevano in nome del denaro facile, del potere e che facevano della violenza la
regola con cui risolvere ogni problema. Già allora, per qualche donna era
meglio perderla la vita, piuttosto che consegnarla in quelle mani.
“Come ha fatto a scappare quella puttana?”
“Non lo so, si è buttata dalla finestra”
“Ma dove?”
“Dall’albergo sulla spiaggia”
“Alla spiaggia? Ma chi è quello che l’ha fatta scappare?”
“Non lo so ma Gezim lo conosce”
Capitava
anche che di fronte alla forza della disperazione qualche volta gli ingranaggi
dell’organizzazione si inceppavano.
Che
fine abbia fatto quella ragazza scappata, a rischio della vita, dall’albergo in
cui era reclusa prima di essere imbarcata sui gommoni non si è mai saputo.
Nelle intercettazioni telefoniche di cui la polizia si servì per incastrare gli
albanesi, non se ne fa più menzione. In fondo, quella ragazza
all’organizzazione era costata un milione di lire. Il guadagno di un paio di
giorni di lavoro di un’altra donna.
L’operazione
“Parigi” è stata tra le prime in Italia, se non la prima, a scoprire la
fisionomia precisa di un’organizzazione criminale che vive e si alimenta sullo
sfruttamento sessuale delle donne costrette a prostituirsi.
Si
trattò di un’indagine lunga e complicata, perché, come spesso avviene quando ci
si addentra in questo mondo, si deve lavorare su dei “fantasmi”: gente che non
ha documenti o, al contrario, ha decine di nomi, decine di passaporti. Persone
che parlano dialetti particolari, difficili da capire e da tradurre, che si
chiamano con soprannomi sempre diversi o che hanno lo stesso nome, perché sono
uniti da legami di parentela. All’epoca non era nemmeno facile convincere le ragazze
a collaborare: non c’era una legge che prevedesse un regime di protezione per
chi denunciava i propri aguzzini, come, invece, succederà in seguito.
L’indagine si concretizzò durante interminabili partite di calcetto al bar. I
poliziotti si finsero clienti del locale, sfidarono gli albanesi a calcetto,
arrivarono a farsi fotocopiare i documenti di identità con la scusa che il
torneo si doveva svolgere nella massima regolarità: volevano sapere bene chi
erano i loro sfidanti. In fondo, per gli italiani, vincere a calcio è una
questione d’onore, d’orgoglio nazionale, anche se si tratta di una partita a
biliardino. Una giustificazione che convinse gli sfidanti albanesi. E intanto,
la polizia cominciava ad identificarli uno ad uno, i bravi ragazzi del racket.
Il
telefono al bar Parigi continuava a squillare e da lì si organizzavano i
traffici in città, tra Perugia e Roma, tra Perugia e l’Albania. La polizia,
intanto, registrava tutto.
Alla
fine dell’indagine 15 persone furono arrestate, 28 furono gli ordini di
custodia cautelare, 33 i capi di imputazione contestati. In meno di un anno si
arrivò alla sentenza di primo grado. Solo due di loro erano ancora in carcere,
gli altri in parte furono presi, alcuni sono ancora latitanti.
Le
pene furono, tutto sommato, basse. La legge, all’epoca, era più severa con i
trafficanti di droga che con quelli di persone: le condanne variarono dai 2 ai
5 anni, ma, e questo fu un dato molto importante, nessuno fu assolto. In questo
modo la porta sull’inferno della tratta delle donne e del loro sfruttamento
sessuale era stata aperta.
2.5 La prostituzione per strada. Il fenomeno criminale
2.5.1 La violenza che esplode. Così si organizza il racket
Non
bastò un’operazione di polizia per fermare il racket.
Risse,
accoltellamenti, nel centro storico, soprattutto, diventavano una sorta di rito
quotidiano a cui ci stava quasi facendo l’abitudine. E, poi, cominciarono le
morte violente. Cose da fantascienza per una città come Perugia, dove le pagine
dei giornali erano abituate a registrare, soprattutto, gli omicidi “familiari”.
Gli
episodi di violenza non erano maturati in un crescendo di criminalità ma
scoppiavano improvvisi nel tessuto sociale di una regione che le statistiche
indicavano come pacifica (anche se il suo ruolo di “covo freddo”, di “buen retiro”
per una certa quota di mafiosi e anche di brigatisti, oltre che di personaggi
stranieri legati al terrorismo, l’ha sempre caratterizzata). Non si era mai
visto, comunque, che due uomini armati, vestiti di nero, entrassero in un tranquillo
bar dietro la stazione ferroviaria e facessero fuori due albanesi che stavano
altrettanto tranquillamente seduti ad un tavolino. E che poi sparissero,
lasciando come unica traccia due passamontagna scuri buttati in un cespuglio.
Non era mai successo che uno aprisse la porta di casa e cadesse a terra ucciso
da un colpo di pistola sparato a bruciapelo. Non era mai successo che una donna
morisse, uccisa a colpi di pietra da un’altra donna perché le aveva preso il
posto migliore in cui vendersi.
In
questi primi anni in cui il racket cominciò a portare le donne a Perugia le
organizzazioni erano abbastanza complesse e gestivano molte donne, fino ad una
ventina per gruppo. Sostanzialmente c’erano due tipi di racket: quello che
usava le ragazze che arrivavano dall’Est, inizialmente soprattutto dall’Albania
e quello che si serviva delle donne nigeriane. Violenza, stupri, minacce erano
i segni distintivi del racket delle bianche; ricatti di minacce, malocchio nei
confronti delle famiglie d’origine e violenza, quelli di quello delle nere. Le
prime si potevano incontrare sia per strada sia negli appartamenti, con
prestazioni che andavano dalle 25 alle 100mila lire. Le seconde più facilmente
per strada. I prezzi erano analoghi, ma le “offerte speciali”, con loro arrivavano
prima. Al mattino, se non avevano guadagnato abbastanza, queste ragazze di
colore potevano accontentarsi anche di diecimila lire.
Le
ragazze venivano portate su strada, il protettore le controllava a vista, a
distanza. C’erano tanto modi per tenerle sotto controllo.
Dovevano
tenere un diario di bordo le ragazze tenute in scacco da una banda di slavi che
aveva come base logistica Perugia ma ramificazioni in almeno altre quattro
regioni: Lazio, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. L’indagine, come succedeva
agli inizi, (siamo nel novembre del 1998) partì dalla segnalazione di alcuni
residenti di via Settevalli, una delle vie “a luci rosse”. La gente si
lamentava di uno strano giro di ragazze sotto casa e negli appartamenti vicini.
Da questo spunto investigativo si arrivò all’arresto di 8 persone, 6 uomini e
due donne, albanesi, il cui percorso di vita è una vera e propria escalation
criminale. Auto rubate, passaporti falsi, furti, fino allo sfruttamento della
prostituzione e alla riduzione in schiavitù. Ogni persona arrestata aveva un
ruolo nell’organizzazione: chi era in regola con il permesso di soggiorno dava
il proprio nome per affittare gli appartamenti dove le ragazze si sarebbero
prostituite oppure comprava le auto necessarie agli spostamenti. Chi era
clandestino controllava che all’interno della struttura le cose funzionassero:
il lavoro delle ragazze, tante erano entrate in questo giro, era schedato e superorganizzato.
Ogni donna aveva una sorta di diario di bordo in cui doveva annotare le prestazioni.
C’era un tariffario, ciascuna aveva un prezzo, il rapporto non doveva durare
più di una decina di minuti, ogni giorno bisognava garantire un certo numero
minimo. Altrimenti era violenza, erano maltrattamenti. Mirati, comunque, a non
rovinare mai la fisionomia del viso delle donne che l’organizzazione aveva
scelto con cura, fra le più belle a disposizioni sul mercato alla frontiera,
dove si comprano le ragazze. Questa banda aveva imparato molto dai film sulla
mafia perché la sua struttura era particolarmente articolata, violenta. Ma
anche dispendiosa: il capo della banda viveva in una villa, nascosta fra le
colline perugine ed era in grado di pagare un paio di milioni di lire d’affitto
al mese. Gran parte delle ragazze erano arrivate in Italia attraverso falsi
annunci di lavoro pubblicati sui giornali. Perlopiù moldave e ucraine, una
volta entrare nel giro, venivano private del passaporto e poi portate sul
marciapiede. I poliziotti avevano addirittura scoperto una buca nella quale le
giovani venivano tenute, in attesa di farle entrare in Italia, in un bosco
vicino ad una delle frontiere. Da lì cominciava il loro incubo. E continuava a
Perugia.
2.5.2 Piccoli criminali crescono
Cosa
c’era che non andava in questo tipo di organizzazione? Un solo punto: si faceva
notare troppo in una città di provincia. Troppi spostamenti, troppe auto che
andavano e venivano, un giro di ragazze ampio. Insomma, erano troppo visibili.
E le forze dell’ordine di bande come questa ne misero in carcere parecchie. Ma,
come si dice, sbagliando si impara. Infatti la mossa successiva del racket fu
molto semplice: mettersi in proprio. Due, tre persone che gestivano poche
ragazze. Una sorta di ritorno, da una gestione di tipo “manageriale” ad una più
artigianale. Anzi, una sorta di franchising: stessa merce, stessa “vetrina”,
solo più piccola. Stessa violenza, anche. E per le donne, stesso orrore.
Questo
tipo di organizzazione, poi, aveva anche altri vantaggi: si potevano mettere
alla prova anche ragazzi molto giovani. Ne vennero arrestati parecchi di
criminali-ragazzini, ventenni, stessa età o poco più delle ragazze sfruttate,
che già conoscevano le regole degli stupri, dei ricatti, quel modo di trattare
le ragazze che le rendeva asservite: prima promesse d’amore, poi violenza, sfruttamento,
e, ogni tanto, qualche regalo, qualche concessione alla dolcezza o una piccola
tregua dalla strada, per dominare completamente la personalità di quelle
giovani donne. Per farle sentire in colpa, se per caso le sfiorava il pensiero
di andarsene, di ribellarsi, per marcare il proprio dominio: in fondo il
protettore non era cattivo. Erano loro che non riuscivano nemmeno a guadagnare
quello che serviva per fare quella vita di benessere che avevano cercato.
E
fuori, nella città visibile, cosa stava succedendo? Le proteste della gente
continuavano ma perdevano a tratti vigore. Erano, soprattutto, le lamentele
disperate di chi abitava in certi quartiere e di notte non riusciva più viverci
con tranquillità. Altri umbri, invece, non si lamentavano più. Avevano imparato
a convivere con la criminalità straniera. Anzi, addirittura a farci affari.
2.5.3 I soldi generano soldi: dallo sfruttamento della prostituzione
alla droga
Siamo
nel febbraio del 2004. Stessa violenza, cambiano, intanto, i metodi di controllo.
Meno visibili, più “tecnologi”. E’ diventato pericoloso per uno sfruttatore
farsi trovare per strada, a poca distanza dalle ragazze. I controlli si fanno
più pressanti, la gente ha imparato che protestando, alzando la voce attraverso
lettere ai giornali o raccolte di firme portate poi in questura o dai
carabinieri, si ottengono interventi, blitz, più pattuglie, almeno per un certo
periodo. Meglio, quindi, tenere un profilo più basso e affinare le tecniche di
controllo.
Le
ragazze devono fare uno squillo di cellulare per far sapere che la prestazione
con il cliente sta per cominciare, un altro squillo per farsi venire a
prendere. I protettori controllano i profilattici usati e i telefonini
cellulari delle ragazze. Minacce e botte a chi non porta, ogni giorno, almeno
500 euro a testa.
La
scoperta di un’altra organizzazione, che, in questo caso, era composta da 11
persone, 9 albanesi e 2 italiani (un perugino e un siciliano), mette in risalto
come le tecniche di controllo delle ragazze si affinano, la violenza non si
ferma davanti a niente, il denaro guadagnato dalle ragazze viene reinvestito in
un’altra attività criminale che contribuirà a moltiplicarlo ancora.
Le
persone arrestate, infatti, non si limitavano a far prostituire sette giovani
albanesi minorenni da circa un anno, una delle quali rimase incinta e fu
costretta anche ad abortire. I soldi che venivano dalle ragazze erano subito
reinvestiti in droga. Un legame strettissimo, questo, tra traffico di essere
umani, sfruttamento della prostituzione e traffico di stupefacenti, che
diventerà, negli anni, una costante.
Anche
in questo caso la banda era organizzata secondo una struttura “da manuale”: il
capo era un albanese di 33 anni, che aveva il ruolo di gestire sia i soldi sia
il rimpiazzo delle ragazze da avviare alla prostituzione. Sempre lui, secondo
la Guardia di Finanza di Lecce, era a capo di un traffico di 400 chili di
marijuana. Gli altri albanesi del gruppo si dedicavano anche ad attività
“collaterali”. C’era chi si occupava di controllare le ragazze, chi faceva il
ragioniere dei profilattici e si preoccupava della vita quotidiana delle donne
(vestiti, cibo, case), chi le controllava direttamente sul posto di lavoro. Uno
solo di loro aveva il permesso di soggiorno e serviva da “apripista” . C’era
anche chi arrotondava i guadagni con altre attività. Uno di loro era stato
arrestato per una rapina a Roma. Una volta libero non si era fermato ad un
controllo della Polizia stradale e aveva investito un poliziotto. Insomma,
altri “bravi” ragazzi che, nonostante qualche “piccolo peccato”, in via
principale, vivevano sulle spalle di ragazzine che costringevano a fare le
prostitute. E gli italiani dell’organizzazione? I carabinieri li avevano
definiti <l’ala logistica del gruppo>, perché grazie al loro aiuto gli
albanesi <erano pressocchè irraggiungibili>: si intestavano appartamenti,
schede telefoniche e facevano da prestanome ad alcuni componenti della
organizzazione. In cambio di denaro, naturalmente. Si fa presto ad imparare a
guadagnare senza fatica.
2.5.4. Assassini onesti lavoratori
Certo,
non esistono periodo precisi in cui avvengono cambiamenti netti
nell’organizzazione delle bande. Una delle loro caratteristiche, infatti, è
l’estrema flessibilità, la capacità di cambiare piani, di adattarsi alle situazioni.
Dopo
il 2002, nelle maglie della sanatoria passano non solo i tanti, tantissimi
stranieri che a Perugia hanno trovato un lavoro onesto e la possibilità di una
vita dignitosa per sé e per la propria famiglia. Ci passano anche quelli a cui
un lavoro onesto non basta. Siamo alla fine del 2004 e un uomo, un giovane
albanese viene trovato morto da uno spazzino sui gradini di una strada del
centro storico, a Porta Pesa. E’ stato squartato, la pancia è aperta da una
coltellata. L’omicidio, però, è stato filmato dalle telecamere di sicurezza del
centro storico e i carabinieri risalgono subito ai due assassini. Sono due
fratelli, uno faceva il cuoco, l’altro il barista. Sui posti di lavoro due
ragazzi affidabili e socievoli. Il movente? Quello che verrà definito “omicidio
per futili motivi”. Una questione di donne da far prostituire e di droga.
Questo
delitto ha segnato un altro dei cambiamenti in corso nella criminalità locale:
persone inserite socialmente, non in difficoltà economiche, che, però, arrivano
ad uccidere. Lo conferma anche il magistrato che ha condotto le indagini sul
caso, Sergio Sottani: <Siamo di fronte a gruppi di stranieri che si
scontrano e applicano i loro codici di comportamento qui. Ed è inquietante che
persone inserite trovino normale aumentare il loro tenore di vita con attività
illegali. Dal punto di vista delle indagini si tratta di un fenomeno molto
difficile da controllare, perché queste persone hanno moltissimi alias, usano
sempre nomi diversi. E’ difficile, quindi, inquadrarli e seguire i loro
spostamenti. Per quello che abbiamo a disposizione posso dire che i nigeriani,
una volta raggiunto un certo benessere, tendono a tornare al loro paese
d’origine. Gli albanesi sembra si inseriscano meglio qui. Dal punto di vista
sociale, invece, c’è in atto la rottura completa di certe regole di convivenza>.
2.5.5 Tregua apparente
Probabilmente
se ne sono accorti anche gli uomini del racket di questa rottura delle regole
sociali di convivenza e hanno pensato che non doveva giovare molto neanche a
loro. Perché il 2005 ha segnato una sorta di “moratoria”: meno episodi
criminali violenti, nessun crimine direttamente connesso al racket della
prostituzione. Eppure le ragazze sono tornate a riempire le strade. Eppure ci
sono ormai interi piani di palazzi, alla periferia della città, in cui abitano
solo ragazze in vendita.
Per
gli investigatori si sono verificati due fenomeni: una sorta di “cogestione”
del racket tra albanesi e romeni e una suddivisione del territorio fra bande. I
vari gruppi organizzati hanno capito che è meglio dividersi la torta, spartirsi
marciapiedi e clienti e, magari, coalizzarsi contro la concorrenza, che diventa
sempre più richiesta e appetibile: i transessuali e i viados.
Da
cosa ci si rende conto di questo cambiamento? Intanto, nelle operazioni portate
a termine dalle forze di polizia tra il 2005 e il 2006, a finire in carcere
sono stati soprattutto romeni. Non che gli albanesi abbiano abbandonato un
mercato così redditizio, probabilmente sono passati ai “piani alti” dello
sfruttamento: si occupano dei canali che fanno arrivare qui le ragazze, della
gestione del denaro, di trovare appartamenti, auto, anche avvocati in grado di
tirarli fuori dal carcere prima possibile, organizzano la latitanza di chi è
ricercato. D’altra parte, ormai sono dieci anni che il racket è attivo, ha
subito delle sconfitte, quindi c’è tutta la parte “nuova” da seguire, quella
relativa, appunto, alla coda dei processi e alle copertura da trovare per chi è
ricercato e non si vuole far prendere. E poi, con i soldi guadagnati, adesso è
arrivata la possibilità di fare dei grossi investimenti in cocaina e altre
sostanze stupefacenti, che sul mercato di Perugia arrivano in grosse quantità,
ogni mese, dalla Nigeria, dall’Olanda, dalla Spagna. Non è un caso che Perugia
sia diventata un punto di riferimento sia per le organizzazioni internazionali
di trafficanti sia per i consumatori del centro Italia che qui, più che
altrove, trovano droga di buona qualità, molta varietà e a prezzi bassi. Non è
un caso che sia dal 2004 al 2006 Perugia sia stata la città con più morti per
overdose rispetto alla popolazione residente insieme a Roma: 50 giovani
ammazzati dalle sostanze stupefacenti, tra cui un’overdose da cocaina in due
anni.
2.5.6 Fronte unito contro la concorrenza
E
poi – è il ragionamento degli uomini del racket - è inutile sprecare energie
per farsi la guerra tra sfruttatori di donne, quando la concorrenza si fa più
agguerrita. Transessuali e viados, che a Roma sono costantemente controllati e
“disturbati” dalle forze dell’ordine, si stanno spostando in grandi numeri a
Perugia. Sono quasi tutti sudamericani, (ma nel febbraio 2007, per la prima
volta, la polizia ne controlla sei che sono di Perugia) hanno contatti con
connazionali e sono quindi un mondo a parte, sono ormai richiestissimi e
costituiscono una forma di concorrenza in crescita nei confronti delle ragazze.
Dalle intercettazioni telefoniche utilizzate per arrivare ad arrestare un
transessuale e i suoi complici che gestivano una grossa fetta del giro dei trans
perugini, si capisce che i clienti che chiedono le prestazioni “particolari”
sono persone di ogni ceto sociale, ma soprattutto professionisti, gente con
famiglia che, in alcuni casi, rimanda gli appuntamenti perché deve accompagnare
il figlio a una gita scolastica, a cui, ormai, una trasgressione con una donna
non basta più. Sono persone che conoscono molto bene l’ambiente dei trans e dei
viados, sanno quali sono le regole e quali “giochi” si possono fare con loro.
Probabilmente
è proprio per fermare questa nuova “moda” che cominciano, nel 2005, le rapine
nelle zone in cui si prostituiscono i sudamericani e che più di un transessuale
finisce al Pronto soccorso.
E
poi continua a crescere la presenza della componente romena. Come funziona
questa “cogestione” del racket, adesso, con questa nuova presenza?
E’
una gestione meno violenta, se vogliamo e più “ragionieristica”. Anzi, una
gestione manageriale. Il racket ha capito che la violenza può essere un’arma
che si rivolta contro gli stessi sfruttatori. Perché cominciano ad esserci
troppi rischi, si finisce in galera, oppure bisogna nascondersi. Ed una vita da
latitante costa. Così alcune bande ritengono più redditizio passare ad una
sorta di negoziazione con le ragazze.
Si
comincia stabilendo quanti soldi la ragazza deve risarcire per coprire tutti i
costi sostenuti: viaggio, documenti falsi, spostamenti, affitto delle casa etc…
Sono cifre altissime, naturalmente, cifre che lievitano man mano che i giorni
passano. Per “riscattarsi” da questo sequestro di una parte della loro vita e
dei loro diritti, le ragazze saranno costrette a prostituirsi per ore ogni
giorno, per anni. E poi, forse, ci sarà la possibilità di uscire dal giro. Per
quale altro destino?
<Ehi,
chiamami signora, lo sai che io sono una professoressa?>. Così si è rivolta
fa, una donna “in vendita” ad un carabiniere che le chiedeva i documenti. Le
ragazze che arrivano oggi sono più istruite, cambia anche il ceto sociale a cui
appartengono e, probabilmente, anche sono maggiormente consapevoli che, una
volta arrivate in Italia, dovranno prostituirsi. Nessuna, però, immagina quale
sarà l’inferno che dovranno subire.
2.6 Lo sfruttamento della prostituzione nei locali.
Ma
la strada e gli appartamenti non sono gli unici posti in cui le ragazze si
prostituiscono. Ci sono i locali, i club privati, a cui si accede facilmente,
basta fare una semplice iscrizione. Sono tanti, in Umbria, non molto grandi ma
confortevoli. Sono un po’ ovunque, sia a Perugia città che nei comuni vicini,
in quelle zone di collina e di montagna, dove, magari, non ci sono molte altre
attrazioni.
Quello
che è successo in Umbria sembra essere una replica di quello che è successo con
i meccanismi di ingresso delle ragazze sui gommoni. C’era già una struttura che
funzionava: era quelle delle rotte del trasporto di sigarette clandestine.
Quando il livello della criminalità si è alzato, su quelle stesse rotte sono
arrivate donne, droga, armi. Come è stato possibile? Con un accordo con la
criminalità locale che già lavorava su quelle rotte. In altre regioni, come
l’Umbria, non c’è stato bisogno di fare molto lavoro, perché il livello della
criminalità era basso. Per gli albanesi le “barriere d’ingresso” sul mercato
erano quasi inesistenti. “Posizionarsi” in Umbria, per loro, non aveva costi.
Anzi, se vogliamo continuare con il parallelo economico, c’era il vantaggio di
una serie di infrastrutture già pronte: la disponibilità di appartamenti vuoti
da prendere in affitto. Perugia, città universitaria, deve una grossa fetta della
sua ricchezza ai guadagni che derivano dagli affitti agli studenti. La
“propensione psicologica” di chi abita a Perugia è quella di dividere, se
possibile, l’appartamento in due e affittare la parte più piccola che deriva
dalla divisione. Chi ha soldi investe in un appartamento di piccole dimensioni:
le rate dei mutui quasi sempre corrispondono alle quote d’affitto richieste. La
“rotta” degli affitti è quindi consolidata. Su quella rotta oltre agli
studenti, si possono consolidare anche gli affitti agli immigrati clandestini e
alle donne sfruttate. Se sono “in nero” hanno un margine di rischio (molto
basso), perché l’appartamento può finire sotto sequestro, ma anche margini di
guadagno molto più alti.
Un
discorso analogo lo si può fare per i locali: strutture già pronte, diffuse sul
territorio, con già una buona base di clienti annoiati che cercavano, forse,
qualcosa di diverso dalla musica soft e dai liquori. E quel qualcosa di diverso
arrivò anche lì.
2.6.1 Dopo Tania: L’operazione “Girasole”
<C’erano
i soldi della droga, quelli delle consumazioni e quelli delle ragazze. E
c’erano anche quelli delle multe: le ragazze non dovevano uscire il pomeriggio
e la notte dovevano stare solo nei locali. Chi infrangeva la regola doveva
pagare 50mila lire. Oppure veniva massacrata>. Parlava come un fiume in
piena Fabio, il braccio destro del capo dell’organizzazione e ora pentito
chiave di un’inchiesta che durava da mesi e che si conclude il 9 aprile del
2001 con 105 arresti, una trentina di ragazze liberate e che toglie il velo a
quello che molti sospettavano, qualcuno sapeva, nessuno però, fino ad allora,
era riuscito a provare. Centocinque persone arrestate, dunque, ma anche
cinquecento uomini impiegati di cui trecentocinquanta in Umbria. Reati che
vanno dall’associazione di tipo mafioso finalizzata al traffico di
stupefacenti, tratta delle donne e sfruttamento della prostituzione, riduzione
in schiavitù, sequestro di persona, immigrazione clandestina, contraffazione di
documenti, violenza privata ed estorsione. Sette locali notturni, un albergo,
nove appartamenti sotto sequestro. Una ventina gli arrestati della provincia di
Perugia, un’altra cinquantina le persone indagate in provincia che, seppure
provenienti da fuori, dalla Campania, dalla Calabria, dall’Albania, avevano qui
il loro domicilio), quattordici i ternani, sei i viterbesi.
Il
bilancio in numeri di una delle più grandi indagini sulla tratta e lo
sfruttamento delle donne è questo ed è impressionante. Ma non sarà che
l’inizio. E quando si va a guardare più in profondità nell’inchiesta, risulta
evidente che l’operazione Girasole, coordinata dal magistrato Antonella Duchini
e condotta dai Ros ha messo in luce lo “scatto” che ha fatto la malavita umbra
e le connessione con bande di criminali stranieri e mafia italiana. Così
commenterà l’operazione all’epoca il generale Giampaolo Ganzer, all’epoca vicecomandante
dei Ros: <La malavita umbra è parte attiva, anzi ha avuto un ruolo di
primo piano nell’organizzazione. Uno dei promotori è umbro>. E,
nonostante i crimini di cui sono accusati i 105 arrestati - sfruttamento della
prostituzione, violenze, sequestri, stupri e anche omicidi, traffico di droga-
siano estesi in molte altre regione d’Italia, soprattutto il Nord-Est <sembra
quasi che l’Umbria sia stata scelta come laboratorio per questi gruppi
criminali. Forse a causa della sua posizione geografica, forse perché qui non
c’è una malavita forte che si è opposta alle infiltrazioni mafiose straniere.
Tra i promotori dell’organizzazione, oltre a un cittadino albanese, legato ad
altri albanesi che operavano anche all’estero per il reperimento delle donne e
l’approvvigionamento degli stupefacenti, è emersa la figura di uno spoletino,
gestore di una vasta rete di locali notturni e circoli privati sia in Umbria
sia nel Lazio>. La mafia italiana (gruppi calabresi e campani) si è
saldata con quella albanese. Il collegamento successivo è con la malavita
umbra, hanno scoperto gli investigatori. Gli albanesi portavano le ragazze e la
droga - per dare una marcia in più alla serata dei clienti, ma anche come
“carburante” per far lavorare le ragazze per più ore e per trovare nuovi canali
spaccio - gli umbri mettevano locali e appartamenti, la mafia i capitali da
riciclare.
Dice
il pentito che ha collaborato all’inchiesta: <Altro fatto di cui voglio
parlare è il coinvolgimento dei malavitosi napoletani. Loro inviavano il denaro
da ripulire che, una volta impiegato in Umbria, veniva restituito al gruppo
napoletano. Loro immettevano capitali illeciti per lo più provenienti da estorsioni
e traffico di stupefacenti nel canale della gestione dei locali notturni. Il
capo umbro prendeva in gestione o acquistava nuovi locali e riconsegnava il
denaro pulito proveniente dalla gestione dei night>.
La
struttura criminale aveva basi in tutta l’Umbria e propaggini nel Lazio,
Toscana, in Campania, all’estero. Ruotava attorno a sette night e poi si
diramava, come basi logistiche, in appartamenti ed alberghi. Le ragazze
venivano portate nei locali dopo aver affrontato viaggi e violenze da incubo,
erano poi obbligate ad intrattenere i clienti dentro i night in modo da
assicurare anche una certa quantità di consumazioni. Nel momento in cui avevano
reso abbastanza, erano state “spremute” a sufficienza o quando i clienti
volevano vedere facce e corpi nuovi, venivano poi vendute per dieci milioni ad
altri gruppi di albanesi che le facevano prostituire su strada oppure in
appartamenti a Spoleto, Terni, Perugia e Orte Scalo, in un albergo di Spoleto e
in uno di Polino, in provincia di Terni.
Spiega
il pm Antonella Duchini, specificando le modalità di ingresso delle ragazze in
Italia: < Le ragazze arrivano coi voli Mosca-Rimini e poi, da lì, sono
dirottate a Perugia. Oppure passano la frontiera in pullman, con viaggi
organizzati lungo la tratta Ucraina-Uzbekistan-Russia. Fanno tappa in Germania
e in Austria, riescono a passare il confine, grazie, ad esempio, a false
prenotazioni alberghiere. Molte riescono anche a farsi rilasciare dai paesi di
provenienza attestati da ballerina o da lavoratore artistico. Una volta passato
il confine vengono destinate alle varie città italiane>.
Quelle
che il magistrato ha incontrato durante l’inchiesta <sono ragazze
destrutturate e senza soldi. A volte assumono un debito con l’impresario o con
le agenzie di viaggio. Una volta qui, vengono sistemate in degli appartamenti
che sono a disposizione dei datori di lavoro e vanno nei locali notturni:
devono pagare il proprio debito al titolare del locale. Spesso succede che alle
ragazze viene prospettata una paga. Da questa paga viene trattenuta una quota
per l’affitto dell’appartamento in cui vivono, un’altra per il trasporto dalla
casa al locale, un’altra ancora per l’impresario e poi una ulteriore quota per
saldare il debito: praticamente il guadagno è inesistente. In questa situazione
si innesta il ricatto: se qualcuna si lamenta per il fatto di non guadagnare,
allora le viene indicata la possibilità di prostituirsi. In altri casi,
invece, ci sono state ragazze costrette ad avere rapporti sessuali. E’ un
sistema organizzato e il collegamento fra l’impresario, colui che porta le
ragazze e i titolari dei locali è diretto: quest’ultimo, infatti, conosce i
nomi delle ragazze che andranno a lavorare da lui. Le ragazze cambiano spesso,
vanno tutte cambiate perché i clienti sono esigenti e attirati dalle novità.
Quando non vanno più bene per i locali vengono vendute per una cifra che si
aggira sui 2.500 – 5000 euro e portate su strada>.
Le
organizzazioni erano strutturate non su base familiare, come era
tradizionalmente organizzata la mafia, ma per componente etnica <con una
struttura orizzontale e non verticistica>. I vari gruppi, cioè, erano
specializzati in un ruolo. La diramazione geografica, la flessibilità nei
ruoli, l’impiego di prestanomi <utilizzati per impedire che i reali titolari
figurassero formalmente nell’assetto sociale di più locali> erano le
altre caratteristiche dell’organizzazione che la rendeva efficiente e spietata.
Alcuni degli arrestati si erano anche macchiati di altri reati “connessi”
all’attività illecita, come si dice tecnicamente. Sicuramente esempio della
ferocia con cui l’organizzazione operava è Victor Lala: faceva parte della
banda ed è accusato della morte della giovanissima Natalia Seremet, alias Tania
Bogus, uccisa nel Folignate, a martellate, perché voleva smettere di
prostituirsi. I carabinieri hanno anche indagato su casi definiti di “lupara
bianca”, vale a dire ragazze sparite da un giorno all’altro, di cui non si è
saputo più nulla, come la polacca Patricya Szymanska, che, secondo le
testimonianze raccolte, sarebbe stata uccisa da una dose eccessiva di droga nel
settembre del 2000. Il suo corpo non è mai stato trovato. Di altre ragazze che
avrebbero fatto dell’organizzazione, almeno tre, sono stati ritrovati solo i
documenti che i protettori avevano sequestrato. Nessuno sa che fine abbiano
fatto, se siano riuscite a scappare o siano state fatte fuori.
Da
quanto tempo funzionava l’organizzazione? Da mesi, da anni. E come poteva
crescere, così, in una terra civile come l’Umbria? Forse perché nessuno si
aspettava che questo potesse avvenire proprio qui. Ma forse anche perché,
tranne le ragazze, tutti ci guadagnavano. Questa organizzazione creava un
indotto non indifferente sul territorio, chi ne faceva parte acquistava locali,
affittava appartamenti, comprava beni di lusso.
Ma
la rivoluzione non era ancora finita. Passano pochi mesi e l’operazione
Girasole si ripete. Si salda la catena, si completa il percorso all’indietro,
si arriva fino in fondo nei meccanismi delle bande: si arriva cioè all’origine,
alle finte agenzie di collocamento che “rastrellano le ragazze” per poi
portarle, coi pullman, in Italia. Si entra dentro ai meccanismi dei documenti
falsi, dei falsi permessi di soggiorno, degli albergatori compiacenti che
ospitano le ragazze come turiste. Siamo nell’ottobre del 2002, questa volta le
persone arrestate sono 80, dodici gli umbri coinvolti, anche se, per questa
dell’inchiesta, sembra con profili più defilati, cinque i locali chiusi nella
provincia di Perugia, e una serie di reati contestati che vanno
dall’associazione a delinquere di tipo mafioso al favoreggiamento aggravato
dell’immigrazione clandestina, alla riduzione in schiavitù, allo sfruttamento
della prostituzione. La saldatura tra la prima e la seconda inchiesta sta nelle
dichiarazioni delle ragazze. Molti dei loro racconti, infatti, avevano tanti
punti in comune, nonostante le ragazze non si conoscessero. Tornavano e
ritornavano, ad esempio, i nomi di alcune agenzie di viaggio russe, “Onesto”, “Albion”
“Eurotravel Albion”, simili erano le modalità di ingresso in Italia. Così i Ros,
i reparti operativi speciali dei carabinieri, fanno un cammino all’indietro,
ripercorrendo, dall’Italia verso l’estero, il viaggio delle ragazze.
Ricostruiscono le tappe, riscrivono le mappe dell’organizzazione e il peso
specifico dei ruoli dei singoli componenti, scoprono che le agenzie di viaggio
<erano controllate direttamente dalla mafia russa> e tra coloro che sono
finiti in manette, alcuni nel sarebbero esponenti diretti. In sostanza, le
ragazze venivano reclutate attraverso le finte agenzie di viaggio: si dava loro
un visto turistico e cominciava il viaggio. Le donne arrivavano a Minsk ed era
lì che il loro destino era a una svolta: venivano divise e fatte salire su
pullman destinati a tutta Europa. Albergatori compiacenti confermavano le finte
prenotazioni nelle località turistiche (soprattutto in Emilia Romagna e nel
Lazio), dove le ragazze, però, non arrivavano mai. Quelle meno adatte ad
indossare lustrini e minigonna venivano indirizzate a fare le colf e le
cameriere. Le più belle si “perdevano” nel giro delle squillo di lusso, nei
rivoli dei locali notturni, nei night. Alcuni di questi erano in Umbria.
L’operazione
Girasole, nel momento in cui scriviamo, è alla fase di chiusura delle indagini.
“Chiuderla”, è stato un lavoro molto complesso soprattutto per le tantissime
correlazioni che ci sono fra gli indagati e le situazioni, per la burocrazia
che si innesca, ad esempio, anche solo quando un imputato decide di cambiare il
proprio legale. Per questo il pubblico ministero ha considerato troppo
rischioso avere solo una copia dell’inchiesta e ha deciso di fotocopiare tutti
gli atti. Solo per portare a termine questa operazione ci sono voluti due anni
.
Dal
2002 fino ad oggi, cosa è successo, com’è il quadro della situazione?
Antonella
Duchini: <Siamo di fronte ad un fenomeno continuamente in movimento. Le
ragazze arrivano di continuo, i protettori trovano sempre nuovi modi per farle
entrare in Italia. Noi continuiamo a chiudere locali e ne nascono sempre di
nuovi. Succede anche che una volta chiusi i locali vengano venduti. Il nuovo
proprietario cambia nome, in alcuni casi anche la destinazione d’uso. In altri,
ci rendiamo conto con i controlli che facciamo, i cambiamenti sono solo di
facciata e, in realtà, la situazione all’interno è la stessa. Insomma, siamo di
fronte ad una situazione continuamente in movimento che va sempre tenuta sotto
controllo. E non è facile, perché il lavoro è tanto>.
2.7 Le prostitute bambine
Dal
sito www.dsette.it: <Il traffico delle
donne albanesi registra una riduzione consistente. Ciò è stato determinato
dalla violenza con cui il traffico veniva gestito, che ora sta portando a un'
auto-estinzione del fenomeno. Delle 10/12 mila ragazze degli anni novanta, oggi
ne restano circa 7 mila rappresentate da un flusso di persone che entrano e
escono dal nostro paese dopo una permanenza di due o tre anni. Certo anche 7
mila persone sono tante. », ha affermato Francesco Carchedi, docente
all'Università "La Sapienza" di Roma e direttore del Consorzio
Parsec. Secondo Carchedi , molte donne sanno esattamente cosa le aspetterà in
Italia: «Si verifica, in sostanza, una sorta di prostituzione negoziata. La
donna e l'uomo decidono di fare questa esperienza insieme e ne dividono i
guadagni». Ma non si può certo parlare di autodeterminazione: «Nelle nuove
forme di trafficking la violenza è molto più sottile e replica lo schema
solito della subordinazione della donna all'uomo. Le donne albanesi, per
esempio, anche in Italia restano fedeli a un rapporto uomo donna nettamente
sbilanciato a loro sfavore». Secondo uno studio che risale al 2002 dal 1999 al
2002 si stima che il 70 per cento delle
vittime albanesi della tratta a fini di sfruttamento sessuale siano
adolescenti di età inferiore ai 18 anni. Nel 2002 circa il 90 per cento dei
bambini trafficati proveniva da un gruppo di minoranza tra i più poveri e
svantaggiati della comunità albanese.
Troppo
spesso la tratta delle donne ha il volto di bambina.
Le
varie bande di sfruttatori fanno a gara a portare sulle strade ragazze sempre
più giovani, baby-prostitute di 14, 15 anni, le più ricercate dai clienti. Le
prendono all’uscita degli orfanotrofi, le comprano dalle famiglie più povere,
le rapiscono davanti alle scuole.
Una
di loro, 14 anni, salvata dalla strada nel luglio del 2005 a Perugia, e portata
in un centro estivo in attesa di trovare un luogo adatto a lei, in una
località protetta, rimase a bocca aperta quando le fu offerto un panino come
merenda. Non voleva credere che quel gesto di gentilezza gratuita fosse diretto
proprio a lei.
Sul
comodino della stanza da letto di un’altra prostituta-bambina, invece, c’è
sempre il modellino di un’auto dei carabinieri. Nel 2004, quando il carabiniere
in borghese le passò di fronte non voleva crederci: non era possibile che
nessuno di quegli uomini che erano in fila davanti a lei non si rendessero
conto che era una bambina. Gli ci vollero un paio di sere di appostamenti e
giri per riuscire a farla salire in macchina e spiegarle che c’era un via
d’uscita a quella situazione, che doveva fidarsi di lui. Lei si fidò. Con la
paura che anche quella fosse un’altra trappola. Ma ormai cosa poteva esserci di
peggio di quello che stava vivendo? Non era una trappola: l’uomo in auto era,
appunto, un carabiniere della sezione anti-prostituzione. La fece parlare ma,
soprattutto, la ragazzina venne portata in ospedale. Non c’era un centimetro
della sua pelle che non fosse coperta da dermatiti, era sottopeso, le scarpe
con il tacco troppo alto, nemmeno il numero adatto a lei, le avevano fatto
deformare le dita dei piedi. Le unghie erano cresciute a dismisura. Possibile
che nessuno dei clienti si accorgesse delle sue condizioni? Possibile. Al buio,
quando si spegne l’interruttore della coscienza e della razionalità, quando
prevale l’istinto del dominio, del possesso senza negoziazione, si può far
finta di non vedere.
2.8 Donne contro donne
Le
indagini lo misero ben presto in luce e spazzarono via la speranza che la
solidarietà fra donne potesse essere un filo da seguire per trovare una via
d’uscita, un aiuto.
Invece
il predominio maschile all’interno delle organizzazioni è tale che le donne che
dimostrano di essere affidabili hanno solo un’altra scelta: entravano a fare
parte delle organizzazioni. E diventano molto utili, perché le tecniche di
“reclutamento” delle ragazze si stavano affinando. Non poteva funzionare con
tutte il ricatto amoroso, la prospettiva di un lieto fine “made in Italy” per
la coppia. Anche perché, in questo modo, il rapporto era “uno a uno”: per ogni
ragazza reclutata era necessaria una persona. Le richieste di donne, invece,
cominciano a salire. A questa prospettiva quasi artigianale di reclutamento,
bisognava, infatti, affiancarne un’altra, a livello più industriale. Sono state
quindi le donne che sono in cerca di una loro posizione all’interno delle
bande, ad andare per i paesi, con i “book” della speranza: libri di fotografie
di pizzerie e ristoranti che cercavano cameriere, foto di bambini felici e di
ricche famiglie italiane che cercavano colf e baby sitter. Le donne che si
presentano con queste offerte di lavoro nei paesi, che bussavano nelle case
sembrano affidabili e preparate, viaggiano su auto di lusso su cui riescono a
far salire molte ragazze. Anche lo sfruttamento della prostituzione nigeriana
ha la stessa struttura: le “madame” sono donne più mature che controllano le
ragazze che arrivano con ferocia e determinazione. Lo sfruttamento ha anche la
faccia di donna.
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-
TRATTA DELLE DONNE
-
L’età media delle donne vittime della
tratta è in continuo calo: sono sempre di più le donne di età compresa fra i 18
e i 24 anni che si prostituiscono (fonte: Organizzazione internazionale delle
migrazioni 2004)
-
-
50mila le vittime della tratta degli
esseri umani per scopi sessuali giunte sul territorio italiano tra il 2000 e il
2004. Quasi 30mila hanno raggiunto in qualche modo i servizi sociali, legali,
sanitari, presenti sul territorio
-
(Fonte: Convegno “Strada facendo”
Perugia, ottobre 2005)
700
mila è il numero delle donne che ogni anno giungono in Europa occidentale,
collegate al traffico di persone ai fini dello sfruttamento sessuale. Due terzi
di queste provengono dai paesi dell’Est. In Germania il 75% delle prostitute è
straniero. A Milano l’80 per cento. (Fonte: Organizzazione mondiale per le
migrazioni 2004)
-
225.000 donne dal Sud Est asiatico e
altre 150mila dall’Asia meridionale sono vittime ogni anno della tratta delle
donne. L’ex Unione sovietica ha un traffico stimato di 100mila persone l’anno
destinate alla prostituzione e allo sfruttamento sessuale.
-
Nell’Europa dell’Est il traffico
coinvolge annualmente circa 75mila persone. Nell’America latina le cifre
parlano di un numero compreso tra le 200mila e il mezzo milione l’anno che,
perlopiù, vengono introdotte negli stati Uniti ed in Europa. Probabilmente
altre 50mila donne provengono dal continente africano. (Dossier Fides 2004)
-
Il 70 per cento dei poveri del mondo
sono donne che devono mantenere le loro famiglie svolgendo lavori di fortuna.
(Fonte: Dossier Fides 2004).
-
La violenza è la prima causa di morte
e di invalidità per le donne tra i 15 e 44 anni, più del cancro e degli incidenti
stradali. (Fonte: Convegno “La violenza contro le donne, dagli abusi
all’interno delle mura domestiche alla tratta e alla prostituzione forzata”.
Bari, novembre 2005)
-
Il 20 % delle donne del mondo ha
subito violenze fisiche o sessuali. In Europa una donna su 5 subisce
un’aggressione. (Fonte: Nazioni Unite. Banca Mondiale, 2005)
-
Nell’ 800 le vittime del traffico di
esseri umani tra l’Africa e il nuovo mondo non ha superato i 12 milioni di
persone nell’arco di quattro secoli. Dall’inizio degli anni ’70 ad oggi la sola
compravendita di donne e bambini destinati all’asservimento sessuale in Asia è
stimata ammontare a 30 milioni di individui. (Fonte: Convegno “La violenza
contro le donne, dagli abusi all’interno delle mura domestiche alla tratta e
alla prostituzione forzata”. Bari, novembre 2005).
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Il trattato di Maastricht ha deciso
la creazione dell’Europol, l’ufficio europeo delle polizie, dal 1991. Il campo
delle sue competenze è stato esteso alla tratta degli esseri umani nel 1997.
Dal 1998 l’Europol ha a disposizione mezzi operativi.
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BAMBINI VENDUTI
-
Un milione di bambini venduti l’anno
-
50mila euro per l’acquisto di neonati
-
30 mila per l’acquisto di un fegato
-
(fonte: dossier Fides 2004)
-
“OPERAZIONE PARIGI” 1997
-
E’ stata la prima operazione in
Italia che ha portato all’arresto di una banda criminale che organizzava la
tratta e lo sfruttamento della prostituzione di decine di ragazze dall’Albania
all’Itali, con epicentro Perugia.. Alla fine dell’indagine tra il gennaio e il
febbraio 1997, 15 persone furono arrestate, 28 furono gli ordini di custodia
cautelare, 33 i capi di imputazione contestati. Tutte le persone coinvolte sono
state condannate.
-
OPERAZIONE SPARTACUS 2007
-
Si tratta di una retata su scala
nazionale che ha portato in carcere 784 schiavisti su tutto il territorio
nazionale. 1311 le persone denunciate. Quarantacinque le ragazze che hanno
denunciato i loro aguzzini. Il 97 per cento degli arrestti e il 93 per cento
dei denunciati sono stranieri. Le persone arrestate agivano in piccole
organizzazioni, in alcuni casi a livello familiare. 175 di questi arresti sono
stati fatti a Roma. A Perugia una quindicina.
-
3.1 Da schiava a cittadina. Il progetto Free Women
E’
un gesto istituzionale ma è importante perché si concretizza dopo un lavoro
fatto sul territorio per la tutela delle ragazze in fuga dai loro sfruttatori:
il Comune di Perugia è il primo d’Italia a costituirsi parte civile contro
un’organizzazione che sfruttava le ragazze. L’intuizione viene a due avvocati, Maria
Antonietta Confalonieri e Alessandra Donatelli Castaldo, che stanno lavorando
da tempo, prima in maniera informale poi, via via, sempre più strutturata, con
il Comune. Siamo nel 2000, è stata approvato da poco l’articolo 18, che
prevede, fra l’altro, la messa in protezione delle donne che denunciano il
proprio sfruttatore. L’assessorato ai Servizi sociali, il cui titolare,
all’epoca è Wladimiro Boccali, ha aderito al progetto nazionale Free Women. Il
progetto, del ministero per le Pari Opportunità, prevede la creazione di un
numero verde e di un programma di protezione delle donne che denunciano il
proprio sfruttatore o comunque, sono in pericolo di vita. La realizzazione del
progetto viene affidata a una dirigente del Comune, Stefania Alunni, che si fa
carico di tutta l’organizzazione pratica del programma. Dopo un primo periodo
di rodaggio il progetto mette radici e si rafforza. Questo accade soprattutto
grazie all’impegno anche personale di tanti soggetti che fanno parte di
istituzioni diverse e che cominciano a lavorare insieme: oltre alla Alunni per
il Comune, la sezione anti-prostituzione dei carabinieri, con il maresciallo
capo Alessandro Gatti, la terza sezione della polizia, con il commissario
Monica Napoleoni, la Caritas, con Stella Cerasa, l’ufficio legale del progetto Free
Women. Anche i mezzi di comunicazione cominciano ad essere più presenti
sull’argomento e a trattare in maniera più circostanziata e puntuale il
problema. Da questo lavoro che diventa sempre più coordinato nasce, appunto,
l’idea di chiedere, da parte del Comune, la costituzione di parte civile contro
gli sfruttatori: si richiede il risarcimento (simbolico) dei danni
all’immagine e dei costi sostenuti per l’accoglienza delle donne. Il denaro che
si riuscirà a ricavare andrà in un fondo per la tutela delle ragazze. La
richiesta viene accolta e apre la strada a questa risposta simbolica forte, da
parte delle istituzioni, contro lo sfruttamento delle donne. E’ il primo caso
in Italia e farà scuola. Nel febbraio 2006 il Comune di Roma seguirà l’esempio
e si costituirà parte civile contro un uomo che aveva stuprato una ragazza.
Anche in questo caso la costituzione di parte civile è stata accettata.
Via
via che i meccanismi virtuosi si innescano, cresce anche il numero delle ragazze
che entrano nel regime di protezione. Dal 2000, fino al dicembre 2006, sono
state messe in salvo circa 150 ragazze. Ma, soprattutto, si è acquisito una
sorta di know out dei meccanismi di tutela che sta entrando nelle
proposte di legge e sta facendo scuola negli altri Comuni che stanno avviando
ora i progetti di protezione.
3.1.1 Il
progetto West
La sigla “West”
sta per Women East Smuggling Trafficking e ha alla base
una consapevolezza: le migrazioni "forzate" dall'area balcanica verso
l'Unione europea sono sempre più massicce perchè le organizzazioni criminali
sono in grado di gestire un vero e proprio commercio umano molto più
organizzato, almeno fino ad ora, di quello che parte dall’Africa. Questo
progetto, partito nel 2004 e conclusosi alla fine dell’anno successivo, che ha
visto come capofila la Regione Emilia-Romagna, ha voluto segnare un passo
avanti rispetto agli interventi messi in atto dalle amministrazioni nel campo
della prostituzione. Ventidue azioni, una ventina di prodotti (pubblicazioni,
pieghevoli, supporti multimediali) sono il risultato tangibile”di questo
progetto a cui ha aderito anche il Comune di Perugia. Quello scelto dal Comune
di Perugia, in termini tecnici è stato definito "intervento pilota in
comunità". <Si tratta - spiegano Stefani Alunni Breccolenti e
Stefania Cavalaglio, responsabili del progetto per il Comune - della
realizzazione di azioni volte, in termini generali, al coinvolgimento di una
comunità rispetto al tema del traffico di donne provenienti dall'est Europa e
del loro sfruttamento sessuale>. Battezzato con il nome “La città sono
anch'io", ha coinvolto soprattutto la terza circoscrizione del Comune,
dove la presenza di donne che si prostituiscono è più significativa. Cercare di
capire come veniva percepita dai cittadini della comunità interessata la
presenza delle donne che si prostituiscono, la conflittualità che questo genera
e anche, di riflesso, la percezione dello straniero come "vicino di
casa" è stato il primo obiettivo del progetto, che è risultato interessante
per diversi motivi. Intanto si è trattato di un intervento di comunicazione
sociale, circolare. Chi ha partecipato al progetto ha avuto il duplice ruolo di
persona che apprendeva informazioni, ma anche quello di
"informatore", cioè di persona che, a sua volta informava. L'altro
elemento importante è stata la scelta dei mezzi della comunicazione, da quelli
più tradizionali, come la raccolta di di informazioni, lo scambio e la
formazione attraverso i convegni, i seminari, alla cartellonistica, al coinvolgimento
di studenti, fino alla rappresentazione teatrale, alla scelta di testimonial
importanti - come le ragazze della pallavolo, vincitrici dello scudetto e Beppe
Grillo, nella serata del suo spettacolo a Perugia -, e alla mostra realizzata
dai ragazzi, che ha chiuso il progetto.
Sicuramente
il progetto ha funzionato per le persone che è riuscito a coinvolgere
direttamente. Sicuramente i messaggi "spot", attraverso le
manifestazioni sportive, i cartelloni, la rappresentazione teatrale, hanno
creato perlomeno domande, curiosità nella gente che è stata toccata dal
messaggio.
Purtroppo
questo progetto si è concluso senza che ne sia stato approvato un altro che lo
continuasse e lo migliorasse. A tutela delle donne sfruttate rimane
concretamente a Perugia solo il progetto Free Women per la messa in protezione
delle donne che denunciano il proprio sfruttatore e la buona volontà delle
associazioni di volontariato.
3.2
Gli interventi sui clienti
E’
sempre da Perugia che partono diverse iniziative, alcune anche mai sperimentate
prima in Italia, per combattere la tratta delle donne sul fronte che riguarda i
clienti.
Comincia
il Comune che fa leva, come in altre parti d’Italia, sul codice della strada,
anche se a Perugia le iniziative sono molto blande. Non si fanno multe ma ci si
limita a porre cartelli di divieto di sosta nelle zone dove i clienti si
appartano.
La
polizia tenta anche il sequestro delle auto dei clienti sorpresi a consumare un
rapporto sessuale con una prostituta, con l’accusa di atti osceni in luogo
pubblico. Ma anche questo provvedimento, sperimentato soprattutto nella riviera
romagnola, non funziona: vengono accolti i ricorsi dei clienti.
In
seguito, quando la presenza delle ragazze si fa sempre più massiccia, si
sceglie un’altra strada, più dura: l’arresto dei clienti con l’accusa di
favoreggiamento della prostituzione. Questo fu il ragionamento alla base di
questa scelta: se il cliente va a prendere e riaccompagna la ragazza nel luogo
di lavoro, il marciapiede, non solo consuma un rapporto sessuale ma ne
favorisce il lavoro e, quindi, il suo sfruttatore. Dunque ne è complice.
Un’interpretazione della legge Merlin che si estese anche ad altre province e
che cominciò a dare anche dei risultati concreti: la paura dell’arresto faceva
svuotare le strade. Dopo qualche settimana di sperimentazione successe che un
ragazzo del nord Italia, per la vergogna di essere stato sorpreso con una
prostituta e arrestato, si suicidò. Sull’onda emotiva di questa morte
l’interpretazione della legge che era partita da Perugia, fu bloccata prima
ancora di conoscere l’esito dei ricorsi delle persone coinvolte e il
pronunciamento della Cassazione.
L’ultima
iniziativa è del nel febbraio del 2006. Questa volta è il Comune che torna a
lavorare sul fronte dei clienti. Pattuglie di vigili urbani percorrono, di
notte, le strade più trafficate da chi è in cerca di prostitute multando coloro
che intralciano il traffico e sostano in zone vietate. Ma anche questa
iniziativa dura poco: ci sono altre emergenze, i vandali che di notte spaccano
le vetrine del centro, un piromane che incendia le auto. E la strada delle
multe ai clienti vengono ben presto abbandonata.
2.2
Le battaglie di un prete da strada
E’
proprio da Perugia che parte la battaglia di don Oreste Benzi contro il racket
della prostituzione: la presenza di donne che vendono il proprio corpo per
strada a Perugia, in pochissimo tempo, è diventata talmente alta rispetto alla
popolazione che il prete riminese, decide, per diversi anni, dal 1997, di far
partire da qui tutte le sue battaglie e le sue provocazioni: celebra messe
lungo le strade del sesso, convince le ragazze a partire per i programmi di
protezione, organizza processioni in centro storico e dibattiti nelle
circoscrizioni di quartiere.
L’operazione
di don Benzi è mediatica, shoccante, un sorta di crociata contro il racket del
sesso che non risparmiava critiche nemmeno al Comune. In quel periodo il
“presidio laico” contro lo sfruttamento sessuale era un camper, “Cabiria”, con
un’unità di strada che avvicinava le ragazze e dava loro informazioni, aiuto
sanitario, indicazioni su come non contrarre malattie. Don Benzi si scagliò
contro questo tipo di aiuto sostenendo che non serviva a niente, anzi si
trattava di una sorta di complicità con il racket. Eccessivo, forse, criticato
per la sua intransigenza e, probabilmente anche per la capacità di stare sotto
i riflettori, (altre associazioni cattoliche, in prima fila la Caritas, stavano
già comunque lavorando in quella direzione, in silenzio), convinto che
bisognava togliere le donne dal marciapiede ad ogni costo (compreso il rischio,
reale, che gli sfruttatori le chiudessero dentro gli appartamenti e
continuassero a sfruttarle con meno problemi e, forse, più guadagno), don Benzi
ebbe però sicuramente dei meriti, primo fra tutti quello di porre il problema
sotto la giusta luce: quelle donne non volevano fare le prostitute, erano
costrette. Erano, soprattutto, delle vittime loro stesse di organizzazioni che
avevano cominciato ad agire a livello internazionale proprio in quegli anni.
Un altro merito di don Benzi fu la praticità delle sue iniziative. Il prete riminese,
infatti, e i suoi collaboratori, non si limitavano a processioni e messe ma
parlavano con le ragazze, le convincevano a lasciare la strada. In tante,
durante quelle notti, salivano sulle auto dei collaboratori del sacerdote e
venivano portate nelle comunità, in località protette. Ancora, don Benzi non si
limitò ad andare lungo le strade del sesso. Strinse collaborazioni con le forze
dell’ordine, soprattutto con la polizia, perché si creasse un rapporto diretto
tra chi indagava e chi metteva in protezione le ragazze e partecipò e organizzò
convegni, incontri nelle circoscrizioni e nelle scuole per confrontarsi con i
cittadini che vedevano il problema da un punto di vista molto personale: quello
del degrado (traffico, sporcizia, mancanza di decoro) che la prostituzione
portava ai quartieri in cui le donne si vendevano. Spesso gli incontri nelle
scuole cominciavano tra le risate soffocate, gli ammiccamenti degli studenti
quando veniva introdotto il problema della prostituzione e finivano nel
silenzio totale. Quei ragazzi che pensavano di assistere ad un incontro
moralizzante, di critica alle condotte sessuali, uscivano, invece, più
consapevoli del dramma che si consumava e tutt’ora si consuma lungo le strade
della nostra città, dentro l’appartamento di fianco al nostro.
Don
Benzi ha continuato la sua opera anche quando i riflettori sono stati spenti su
questo dramma, anche quando era la provincia a combattere da sola contro le
organizzazioni criminali. Non ha mai cambiato linea, ha continuato ad andare in
strada e a cercare di portare via le ragazze. Non ha nemmeno, però, mai
cambiato metodo. Don Benzi, anche oggi, invita le ragazze che sono state
salvate, a raccontare la loro esperienza in pubblico, nelle parrocchie, in
televisione. Un’esposizione che viene considerata da più parti eccessiva e che
non le aiuta a diventare delle cittadine ma rischia di farle rimanere per
sempre delle ex-schiave.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------
I
clienti sono uomini, con un’età compresa fra i 18 e i 65-70 anni.
Il
70 per cento è sposato o vive in coppia.
Si
dividono in due gruppi: quelli occasionali e quelli abituali
(Fonte:
Dossier Fides 2004)
A
sostenere il mercato della prostituzione si stima siano 9 milioni di clienti
italiani. (Fonte: Mostra “Tratta-mi con cura”. Progetto West. Perugia, novembre
2005)
I
matrimoni civili celebrati tra persone di nazionalità diversa (uno dei due
straniero), nel periodo che va dal 10 luglio 2004 al 10 novembre 2005 sono
stati 180, di cui 87 uomini e 161 donne. 68 i matrimoni di coppie straniere.
Nello stesso periodo i matrimoni religiosi sono stati 533 e 100 quelli civili tra
persone non residenti in Italia. (Fonte: assessorato all’Anagrafe, Comune di
Perugia, novembre 2005).
4.1
L’articolo 18
(art.
18 D.LGS 286/98) (Soggiorno per motivi di protezione speciale) (Legge 6 marzo
1998, N° 40, art. 16)
Quando,
nel corso di operazioni di polizia, di indagini, ovvero nel corso di interventi
assistenziali dei servizi sociali degli enti locali, siano accertate situazioni
di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero ed emergano concreti
pericoli per la sua incolumità, per effetto dei tentativi di sottrarsi ai
condizionamenti di un’associazione dedita ad uno dei predetti delitti o delle
dichiarazioni rese nel corso di indagini
preliminari
o del giudizio, il questore, anche su proposta del Procuratore della
Repubblica, o con il parere favorevole della stessa autorità, rilascia uno
speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla
violenza e ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare al
programma di assistenza e integrazione sociale.
4.2
Come funziona l’articolo 18
Il
permesso di soggiorno, rilasciato a norma del presente articolo, ha durata di
sei mesi e può essere rinnovato per un anno, o per il maggior periodo
occorrente per motivi di giustizia. E’ revocato in caso di interruzione del
programma o di condotta incompatibile con le finalità dello stesso, segnalate
dal procuratore della Repubblica o, per quanto di competenza, dal servizio
sociale dell’ente locale, o, comunque, accertate dal questore ovvero quando
vengono meno le altre condizioni che ne hanno giustificato il rilascio.
Il
permesso di soggiorno previsto dall’art.18 può essere altresì rilasciato,
all’atto delle dimissioni dall’istituto di pena, anche su proposta del procuratore
della Repubblica o del giudice di sorveglianza presso il tribunale dei
minorenni, allo straniero che ha terminato l’espiazione della pena per reati
commessi durante la minore età e ha dato prova concreta di partecipazione a un
programma di assistenza e integrazione sociale.
4.3
Percorso giudiziario e percorso sociale, problemi e proposte
E’
possibile, quindi, individuare nell’applicazione dell’articolo 18 un percorso
giudiziario e un percorso sociale.
Il
percorso giudiziario risente, a detta di quasi tutti gli enti, dell’eccessivo
allungamento dei tempi, dovuto, in particolare, al rilascio del parere da parte
del Pubblico ministero incaricato delle indagini. In questo caso sarebbe
necessario un meccanismo di automazione (il silenzio assenso) per poter
ritenere rilasciato il parere favorevole trascorso un breve periodo.
Un’altra
soluzione potrebbe essere quella di attribuire chiaramente al questore il
potere di rilasciare un permesso di soggiorno momentaneo in attesa che il Pm
rilasci il parere richiesto.
In
pratica, sarebbe necessario più coordinamento e coerenza nell’attività delle
forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria per evitare che l’utente che
abbia aderito a un programma di fuoriuscita sia costretto a protrarre il
proprio soggiorno obbligato in un centro di permanenza temporanea o,
addirittura, possa essere espulso dal territorio italiano.
Il
percorso sociale è applicato con grande diffidenza dalla maggior parte delle
questure che mostrano una accentuata preferenza per il percorso giudiziario,
rischiando di vanificare la grande forza innovativa dell’art.18 che rende
l’Italia, per questo aspetto, il paese d’avanguardia nel campo della protezione
sociale.
A
proposito sono molto significativi i dati numerici forniti dagli enti che
mostrano l’esiguità e, in moltissimi casi, l’assenza di permessi di soggiorno
ottenuti mediante percorso sociale.
4.3
L’articolo 18, un’esperienza all’avanguardia
L’articolo
18 è considerato, a livello internazionale, una delle esperienze più avanzate,
insieme a quella belga, di percorso supportato di fuoriuscita dal fenomeno
della tratta. Il giudizio positivo sulla nostra esperienza riguarda il quadro
normativo ma, ancora di più, il modo in cui questa norma ha ricevuto
applicazione pratica.
Nessuno
immaginava che avremmo potuto parlare di migliaia di persone che hanno ricevuto
un aiuto, in termini di formazione, di riduzione del danno, di accoglienza, di
supporto ad un percorso di autonomia e di fuoriuscita dalla rete del traffico.
Più di 5mila persone hanno ottenuto un aiuto concreto, circa 1500 persone
stanno nei programmi, dato assolutamente unico nel panorama internazionale.
Inoltre,
altro dato positivo riguarda l’impostazione culturale che ha presieduto alla
redazione della legislazione e più ancora alla sua applicazione: considerare la
protezione dei diritti delle persone trafficate come un obiettivo di pari
rango, posto sullo stesso piano rispetto all’obiettivo dell’efficacia
dell’azione repressiva. Questo approccio è il principio ispiratore di tutte le
azioni di attuazione dell’art. 18. Infatti solo in Italia e in Belgio la
legislazione prevede un percorso di concessione del permesso di soggiorno che
apre la possibilità ad una regolarizzazione e, quindi, di una integrazione
sociale. In tutti gli altri paesi, dove pure esistono legislazioni che
consentono, a certe condizioni, di concedere un permesso di soggiorno per
motivi di giustizia, la persona interessata non ha però la possibilità di
accedere al lavoro e, dunque, neanche di andare verso successive regolarizzazioni.
Il
nostro congegno normativo, insieme a quello del Belgio e dell’Olanda, non
richiede necessariamente un rapporto tra la persona trafficata e l’istituzione
repressiva, e quindi la prima domanda da porsi è se, come e quanto abbia
funzionato il meccanismo del doppio binario. L’esperienza ci ha dimostrato che,
per fare il primo passo verso l’acquisizione di una situazione di libertà e di
indipendenza dalla rete dei trafficanti o degli sfruttatori, occorre consentire
alle persone trafficate di poter fruire subito dell’accoglienza, della prima
assistenza e del permesso di soggiorno anche se se l’interessata non ha ancora
deciso se presentare denuncia o essere testimone del procedimento penale.
Crediamo che il bilancio anche su questo aspetto dell’art.18 debba essere in
larga misura positivo. In realtà si è andato costruendo un circolo virtuoso,
una rete di rapporti che si sono andati via via consolidando tra le
associazioni, le questure, gli enti locali, le procure, il dipartimento per le
Pari opportunità, per la parte di competenza, che è quello del finanziamento
dei progetti. Il fatto che si sia creata questa rete ha consentito al
meccanismo di funzionare.
In
definitiva, quando le ragazze si sono trovate protette, accolte in un casa di
fuga, sottratte al rischio di vendetta dei loro sfruttatori e con una domanda
di permesso di soggiorno presentata con buone probabilità di accoglimento, si
sono sentite sufficientemente sicure anche per affrontare la fase del
procedimento penale.
Il
giudizio, dunque, è in larga misura positivo.
(Testo a cura degli avvocati Maria Antonietta Confalonieri e Alessandra Donatelli
Castaldo consulenti e assistenti legali progetto Free Women)
4.4
L’applicazione dell’articolo 18 a Perugia
La
struttura legale per la tutela delle donne vittime della tratta a Perugia è
cominciata nel 2001 con un collaborazione inizialmente informale tra
l’assessorato ai Servizi sociali del Comune di Perugia, nella persona di
Stefania Alunni, titolare del progetto Free Women. Infatti, quando le prime
ragazze cominciarono a denunciare i loro sfruttatori e si innescava il
meccanismo per cui, dopo la denuncia, la ragazza entrava nel regime di
protezione, era necessario far fronte a delle esigenze di tipo legale, per le
quali l’assessorato non aveva gli strumenti adatti. Questa necessità,
naturalmente, non era sentita solo a Perugia. Anche città come Bologna, Genova,
Lecce, Ancona, ad alto rischio per la tratta delle donne, hanno sentito fin
dall’inizio la necessità di costituire un ufficio legale.
A
Perugia le titolari dell’ufficio sono gli avvocati Antonietta Gonfalonieri e
Alessandra Donatelli Castaldo. Hanno deciso di lavorare insieme perché un
avvocato da solo non sarebbe riuscito a gestire la mole di lavoro che via via,
dopo l’entrata in vigore dell’articolo 18, si presentava. Inoltre il Comune di
Perugia è stato il primo a costituirsi parte civile nei processi contro gli
sfruttatori delle ragazze e ad ottenere un risarcimento per le spese sostenute
per la protezione delle ragazze già in cinque procedimenti, dal 2003 al 2005
mentre altri due processi penali sono in corso. Gli avvocati hanno ottenuto
liquidazioni dei danni sia per le vittime sia per l’amministrazione. Il Comune
è stato risarcito sia per il danno all’immagine sia per le spese sostenute per
l’accoglienza e la messa in protezione delle ragazze.
I
risultati di questo lavoro sono considerati in maniera molto positiva.
E’
grazie all’articolo 18 che, finalmente, le ragazze possono denunciare i loro
sfruttatori senza rischi. Prima le vittime della tratta, dopo la denuncia,
rischiavano la morte o di venire riassorbite all’interno delle organizzazioni.
Le più fortunate riuscivano a scappare ma, sicuramente, non si presentavano al
processo. Così non era facile arrivare a sentenze di condanna per gli
sfruttatori.
<Io
guadagno, lavoro in un’azienda che fa lampadine>. Per la prima volta, dopo
anni di processi senza testimoni, la ragazza, al processo, ha avuto il coraggio
di guardare in faccia al suo sfruttatore e di confermare la sua denuncia. Il
fatto di avere un lavoro, di riuscire a mantenersi, poter dimostrare che valeva
qualcosa e che qualcosa sapeva fare da sola, le aveva dato la forza di
confrontarsi, ancora una volta, con il suo passato e con l’uomo che l’aveva
costretta a vendersi. Ma questa volta i ruoli erano cambiati, lei non era più
la vittima. Quello che a noi potrebbe sembrare un lavoro umile, non di
successo, per una delle ragazze salvate attraverso l’articolo 18 dal Comune di
Perugia, è stato la leva su cui far forza per cambiare la propria vita.
Certo,
“inventarsi” – perché si trattava di un’esperienza nuova, da costruire
interamente - i meccanismi con cui far funzionare ogni passaggio e metterli in
atto non è stata un’impresa facile o automatica. Ci sono voluti degli
aggiustamenti, delle accortezze per non vedere sfumare il lavoro fatto. Spesso
si è trattato di mettere a punto degli accorgimenti pratici per ottenere un
risultato, l’esperienza sul campo da parte degli operatori ha fatto il resto.
<Adesso
non le mettete a lavorare al tombolo>, raccomandava un pubblico ministero
alle assistenti sociali che prendevano in custodia una ragazza. Per far
funzionare il regime di protezione è stato necessario anche calarsi nel
contesto culturale e sociale in cui sono vissute queste ragazze: il passaggio
da una vita senza regole se non quelle delle violenza, dell’essere dominate e
svilite a una vita in cui comincia un percorso di valorizzazione della persona
ma anche di regole, culturali, sociali, che spesso sono da apprendere quasi
completamente.
Come
detto, a Perugia, dal 2000, sono state circa 150 le ragazze che hanno scelto la
strada della denuncia e il conseguente regime di protezione e il numero di
quelle che, dopo la denuncia, non ce la fa a cambiare vita e rischia di
rientrare nel giro, è sempre minore.
Gli
avvocati Maria Antonietta Confalonieri e Alessandra Donatelli Castaldo: <Con
l’articolo 18 il permesso di soggiorno si ottiene non solo quando si fa una
denuncia ma anche quando ci si trova in stato di pericolo. Inizialmente gli avvocati
degli sfruttatori facevano leva sull’aspetto “premiante”, mettendo in
correlazione la denuncia con il “premio” del permesso di soggiorno. Adesso
questo non avviene quasi più. Ancora, inizialmente nei documenti processuali
era scritto il domicilio presso il quale risiedeva la ragazza: il protettore,
quindi, una volta entrato in possesso delle carte processuali, sapeva dove
andare a rintracciarle. Abbiamo fatto pressione e ottenuto che il domicilio sia
presso lo studio legale e abbiamo fatto secretare in tutti gli atti dei
procedimenti in corso, gli indirizzi dei domicili in cui queste ragazze
vivevano. Inoltre la modifica alla legge avvenuta nel 2003 ha modificato le
norme sulla tratta, prevedendo anche l’apertura a chi non è straniera ma è di
nazionalità italiana: ai numeri verdi, infatti, telefonavano spesso anche
prostitute italiane, che volevano uscire dal giro, ma per loro l’articolo 18
era inapplicabile in quanto riguardava solamente persone straniere>.
Dopo
tanta violenza, dopo tanto dolore subito dalle ragazze, con l’articolo 18 si
può dire che si aprono tanti percorsi di speranza e di inserimento per queste
donne. Donne che, nonostante le difficoltà, sono riuscite ad uscire, a curare
le ferite psicologiche e ad avere la forza e la capacità di riprogettare la
propria vita. Le esperienze perugine danno un risposta positiva, dunque,
all’applicazione concreta dell’articolo 18, anche se il dolore dell’esperienza
passata rimane a lungo una cicatrice dolorosa:
Laura
Spizzichino, psicologa della Asl Roma E, che segue alcune delle ragazze uscite
dalla tratta sostiene che le ragazze che hanno subito violenza hanno gli stessi
traumi dei reduci del Vietnam: il recupero completo avviene dopo anni di
terapia e non tutte le ragazze riescono a ritrovare equilibrio e serenità.
Molto dipende, oltre che dal carattere di ciascuna, anche dal tipo e dalla
quantità di violenze subite e da quanto tempo sono rimaste in mano
all’organizzazione.
Ci
sono anche ragazze che ricadono nella tratta, ma, per quanto riguarda l’esperienza
perugina, la loro percentuale non è alta. Sono quelle che fanno più fatica ad
adattarsi ad una vita diversa, le più fragili che ricadono, magari, nel
meccanismo dell’adescamento “per amore”. La loro fragilità, la solitudine, a
volte anche i sensi di colpa per aver fatto arrestare il proprio sfruttatore
che, comunque, era anche il compagno, fanno sì che, se la ragazza in qualche
modo, viene riagganciata dal racket, ceda. Ma la stragrande maggioranza delle
ragazze che arriva a testimoniare ai processi ha già un percorso di vita nuova
davanti. E la possibilità di trovare un lavoro, o di poter studiare, è la
chiave di volta per riuscire a ricominciare.
4.5
I processi
Non
esistono corsie preferenziali per questo tipo di processi: le vittime della
tratta rimangono in questa sorta di regime di protezione fino a quando, come si
dice, la giustizia non ha fatto il suo corso. Possono passare anni, molti anni,
prima che arrivi il momento di poter chiudere, almeno formalmente, questo
capitolo. E’ difficile dare un giudizio su questo. Quando non c’è l’arresto in
flagranza di reato, per le forze dell’ordine il tempo che intercorre tra la
conclusione delle indagini e l’ordinanza di custodia cautelare (il momento
dell’arresto), è un tempo di continuo lavoro, per monitorare gli spostamenti
dell’indagato, sapere cosa sta facendo e dove si sta spostando per sapere dove
trovarlo quando sarà il momento di arrestarlo.
Per
le ragazze è un tempo sospeso, in cui comincia un percorso di recupero
psicologico e, con il tempo, di reinserimento sociale, quando questo possibile.
Le ragazze sanno, però, che alla fine di questo periodo, dovranno incontrarsi
di nuovo con lo sfruttatore che hanno denunciato. Dovranno raccontare
nuovamente quello che hanno cercato di superare.
Tutti
i processi che sono stati celebrati o che sono in dibattimento hanno dimostrato
che le ragazze hanno sempre raccontato la verità: le loro testimonianze,
rilasciate al momento della denuncia, sono state sempre suffragate dalle prove
raccolte in seguito dagli investigatori. La testimonianza delle vittime, però,
rimane sempre il perno del processo e, quindi, fondamentale per condannare
l’imputato.
Per
questo è importante la costituzione di parte civile delle ragazze: in aula
avranno così un punto di riferimento, il loro avvocato, e la possibilità di
raccontare quello che vorrebbero dimenticare senza essere nuovamente intimidite
e dominate dal loro aguzzino. Durante il processo contro un giovane albanese
accusato di riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione, la Corte
d’Assise di Perugia, nel novembre 2006, ha accolto le richieste, avanzate dai
legali della testimone, una ragazza albanese che era stata costretta a
prostituirsi dal 1997 al 2001, affinché la giovane potesse testimoniare in
maniera protetta. L’imputato, infatti, grazie all’indulto, era libero e sarebbe
potuto entrare come un uomo libero nell’aula del tribunale. Secondo i legali la
ragazza correva gravi rischi sia per la sua incolumità fisica sia per eventuali
intimidazioni durante la sua testimonianza. Così gli avvocati Alessandra Donatelli
Castaldo e Maria Antonietta Gonfalonieri hanno chiesto alla corte d’Assise e
alla Procura della Repubblica che venissero adottate <particolari cautele
per porre un filtro di protezione alla giovane>. La richiesta è stata
motivata facendo riferimento al parametro delle carte internazionali, perché,
ancora, non esistono leggi precise che tutelino l’incolumità delle vittime
della tratta quando vanno a testimoniare. Lo stesso sistema di protezione con
cui vengono tutelate è molto più blando rispetto, ad esempio, a quello previsto
per i testimoni per reati di mafia. Eppure anche queste ragazze rischiano la
vita testimoniando contro i loro aguzzini.
Gli
avvocati hanno fatto riferimento <alla decisione quadro del 15 marzo 2001 n.
2001/220/Gai, che delinea una sorta di statuto della vittima, alla
Raccomandazione R(97)13, sulla intimidazione dei testimoni e sui diritti della
difesa, alla Convenzione del consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta
degli esseri umani (Varsavia, 2005), già firmata in Italia>. In sostanza, la
ragazza, una volta arrivata a Perugia dalla Comunità in cui sta vivendo ora, è
stata scortata dai carabinieri del nucleo anti-prostituzione che già nel 2001
avevano raccolto la sua testimonianza, nel caso l’imputato fosse stato presente
in aula avrebbe potuto testimoniare protetta da un paravento sia per non essere
intimidita sia perché l’imputato non vedesse come era cambiata fisicamente e
fosse per lui più difficile riconoscerla nel caso la volesse cercare. Inoltre
sono stati identificate tutte le persone presenti in aula. Perugia si rivela
“pioniera” anche nell’applicazione di questo tipo di procedure: questo è stato
uno dei primi casi in Italia di “testimonianza protetta” di una delle vittime
della tratta.
La
Corte d’Appello di Perugia ha messo un altro sigillo giudiziario nella lotta
contro la tratta delle donne e lo sfruttamento della prostituzione con la
condanna a 5 anni di reclusione (ottobre 2006) a carico di una “maitresse”
nigeriana che costringeva le ragazze a prostituirsi sotto la minaccia di riti voodoo.
E’ stato stabilito anche il risarcimento di 35mila euro a favore della ragazza
e di 8mila per il Comune di Perugia, per il danno all’immagine e per le spese
sostenute per inserire le vittime nel progetto Free Women. Jenny, nigeriana, la
ragazza che si è costituta parte civile, è riuscita a ribellarsi e a denunciare
la propria sfruttatrice. E ha ottenuto anche un piccolo risarcimento morale: la
Corte, sulla base della testimonianza delle vittima ha disposto altri
accertamenti sulla morte di 12 ragazze che sarebbero annegate durante una
traversata in mare per arrivare in Europa.
Per
Milika, che aveva 16 anni quando fu portata sul marciapiede, la Corte d’Appello
ha addirittura aumentato il risarcimento danni che le era stato assegnato in
primo grado, passando da 15mila a 30mila euro. Ma per questa ragazza è
difficile parlare di lieto fine. Certo, lei che non aveva nessun diritto, che
veniva venduta da una banda all’altra perché creava problemi con il suo
continuo rifiuto a prostituirsi, adesso ha potuto testimoniare, privando due
dei suoi aguzzini di uno dei diritti più importanti: la libertà. Milika, però,
non è mai riuscita a superare il trauma di quei mesi di violenze, di stupri e di
botte. Già una volta, quando si sentiva senza scampo, braccata dagli uomini
della banda, aveva cercato di spezzare quella catena di violenza con un volo
dalla finestra. Era stata fermata, più per non perdere una ragazzina così
richiesta dai clienti, che per compassione. Poi era riuscita a liberarsi ma
anche adesso che ha 21 anni, è una ragazza che fatica a trovare un equilibrio e
una prospettiva di vita. I ricordi di quella vita sono ancora, per lei, una
compagnia troppo tenace.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
Sono
stati 4286 i permessi di soggiorno concessi per protezione sociale fino al 2004
Alla
fine del 2005 hanno superato quota cinquemila
La
regione che ne ha usufruito di più è stata l’Emilia Romagna (18,5%) seguita da
Piemonte (13,7%) dalla Puglia (13%) e dalla Lombardia (10,7%)
Le
persone che hanno beneficiato dei permessi di soggiorno per protezione sociale
provengono da 54 paesi, ma l’80 per cento da cinque nazioni: Nigeria, (23,3%),
Romania (18,7%), Moldavia (15,1%), Albania (12,2%), Ucraina (10,2%)
Per
una ragazza su tre in assistenza sociale non è corrisposta un rispettiva tutela
di legale a norma di legge. Circa il 35% per cento delle donne assistite in
protezione sociale non ha il permesso.
(Fonte:
Convegno “Strada facendo”. Perugia, ottobre 2005)
Nel
1999 il dipartimento Pari Opportunità aveva stanziato 8 milioni di euro e
finanziato circa 40 progetti. Nel bando del 2003-2004 le risorse sono state
inferiori e i progetti da finanziare 70.
(Fonte:
Convegno “Strada facendo”. Perugia, ottobre 2005)
154
i progetti di protezione sociale co-finanziati, a livello nazionale, con
particolare attenzione alle zone più a rischio criminalità, dal dipartimento
per le Pari Opportunità, nel periodo che va dal 1999 al 2001. (Fonte: Ministero
per le Pari Opportunità)
Cinque
sono le cause in cui il Comune di Perugia si è costituito parte civile ed ha
ottenuto un risarcimento dal 2003 al 2005. Attualmente sono in corso altri 2
processi penali. (Fonte: Rete perugina contro la tratta)
800.290.290.
Servizio telefonico di aiuto alle donne costrette a prostituirsi.
-
Pene previste per traffico di
sostanze stupefacenti: da 8 a venti anni di reclusione (articolo 73 della legge
309/90). Con l’associazione a delinquere la pena non è meno di 20 anni.
(articolo 74)
-
Pene previste per sfruttamento della
prostituzione:legge 228/03 (norme per il contrasto alla tratta di esseri
umani): da 8 a 20 anni, pena che può essere aumentata da un terzo alla metà se
il fatto viene commesso in danno di un minore o è finalizzato al mercato della
prostituzione o del prelievo di organi. Un aumento delle è previsto, inoltre,
nei casi in cui questi reati vengono commessi avvalendosi di una associazione
criminale.
-
Fino all’entrata in vigore di questa
legge le forze dell’ordine e la magistratura incontravano notevoli difficoltà
nel rintracciare, all’interno del codice penale, fattispecie di reato che
potessero coprire queste forme delittuose così come si sono evolute. Lo stesso
codice prevedeva il reato di riduzione in schiavitù ma la descrizione della
fattispecie criminosa risaliva al 1930, (Codice Rocco) ed era anacronistica,
dunque inapplicabile. L’introduzione di una definizione precisa del reato di
riduzione in servitù e la attualizzazione di quello di riduzione in schiavitù e
traffico di persone, rappresentano, quindi, un punto di partenza fondamentale
nell’identificazione di questo crimine e nella sua adeguata punibilità.
-
(Fonte: ministero per le Pari
Opportunità).
5.1
mercato immobiliare e locali pubblici
L’occasione
era giornalisticamente buona. Incontrare un perugino accusato di
favoreggiamento allo sfruttamento della prostituzione, coinvolto in un processo
che vedeva implicati, oltre ad una banda di albanesi anche una “compagine” di
umbri: un taxista, accusato (e poi assolto), di fare consapevolmente da
“traghettatore” delle donne dalla frontiera fino a Perugia e altri complici
accusati di avere, con ruoli diversi, aiutato la banda albanese a trovare una
sistemazione “adeguata” a Perugia. L’incontro avvenne in una pizzeria del
centro, dove il perugino spiegò la sua versione dei fatti, la sua prospettiva
su quel mondo di sfruttamento e violenza: quelle donne erano tutte consapevoli
di venire a fare le prostitute, anzi, erano contente di farlo perché in poco
tempo guadagnavano quanto nel loro paese non avrebbero guadagnato lavorando per
tutta la vita. Anzi, ancora, erano addirittura fortunate: non dovevano pagare
le tasse, tutti i soldi era per loro. Il perugino si dipingeva quasi come un
benefattore, perchè dava la disponibilità di alloggi a persone che, essendo per
la maggior parte clandestine, non l’avrebbero mai avuta. Le obiezioni, le
critiche a questo suo modo di ragionare non lo scalfirono minimamente. Alla
fine della conversazione, l’uomo si mise le mani in tasca, tirò fuori una
manciata di monete di piccolo taglio e pagò la sua consumazione con quelle.
Spiegò questo con molta naturalezza: <Sono i soldi con cui i mendicanti e
lavavetri a cui affitto stanze mi pagano>.
Quest’uomo,
che è un professionista, è stato successivamente denunciato altre due volte,
perché affittava case fatiscenti a persone che non erano in regola o che erano
pregiudicate. Non ha mai avuto, negli ultimi dieci anni, una condanna
definitiva per l’indagine in cui era rimasto coinvolto e continua a svolgere la
sua professione nonostante sia tutelata da un Ordine.
In
un’altra occasione partecipai ad una manifestazione di residenti del centro
storico che protestavano per la presenza, quasi “un’occupazione del
territorio”, che, soprattutto una decina di anni fa (ma anche ora, a periodi
alterni) di spacciatori nell’acropoli, la parte più nobile della città. Una
signora in particolare era inferocita, si accalorava ricordando i bei tempi
passati, quando il centro era un salotto, un luogo di incontro delle persone
“perbene”. Cercai di provocarla con una domanda: <Signora, ma se gli
spacciatori sono in centro non sarà anche per il fatto che siete voi residenti
ad affittare loro gli appartamenti?>. La signora non si offese, anzi, mi
guardò quasi con compassione – si vedeva, insomma, che non ero del posto - e
rispose: <Gli appartamenti li affittiamo agli studenti. Agli stranieri
affittiamo i fondi>. I fondi sono le cantine, le stanze a piano terra o
sotto il piano terra. Umide e poco illuminate. Solo chi viene da situazioni di
vita ben peggiori delle nostre può accettare di abitarli.
Può
il nostro comportamento di singoli cittadini influenzare, avere un peso essere,
comunque un freno al radicamento di fenomeni criminali? E’ proprio vero che “pecunia
non olet”, che il denaro non ha odore? Da quanto abbiamo raccolto possiamo
dire con certezza che ci sono casi in cui il denaro ha l’odore dello sfruttamento
delle persone. Ha l’odore della violenza e della sofferenza che subiscono le
donne rubate e fatte prostituire. E forse bisognerebbe guardare con una
prospettiva più profonda alle conseguenze delle nostre azioni: quando decidiamo
di affittare la stanza di un appartamento ad una persona che non ha i documenti
in regola, quando chiudiamo gli occhi anche se vediamo che in quella casa c’è
un giro di persone che prima non c’era. Quando affittiamo la stanza d’albergo
ad una ragazzina che sul passaporto ha 18 anni ma ha la faccia di una bambina
ed è accompagnata da un uomo che parla, decide al posto suo.
Gli
episodi descritti sono casi limite, questa collusione più o meno consapevole,
con l’illegalità a Perugia non è, probabilmente, la norma. Il rischio che lo
diventi, però, c’è. Il giro di denaro che ruota attorno allo sfruttamento della
prostituzione è enorme, con ricadute dirette sul racket ma anche
“tentacolare”, nel senso che arriva ad interessare molti settore economici che,
più o meno consapevolmente, traggono comunque profitti da questa attività
illecita. E anche per uno sviluppo urbanistico che, troppo spesso, non ha avuto
come bussola la crescita equilibrata della città.
5.2
Politica urbanistica, degrado, criminalità
Per
capire meglio che peso possa avere l’alta presenza di appartamenti vuoti e il
mercato “nero” degli affitti in rapporto con la presenza di un racket (che di
appartamenti ha bisogno per poter realizzare la sua attività criminale) è
necessario fare un passo indietro e conoscere meglio la struttura urbanistica
di Perugia.
Un’analisi
statistica elaborata da Mariano Sartore, docente di Urbanistica alla facoltà di
Ingegneria dell’università di Perugia e tra i responsabili della sezione
perugina dell’associazione ambientalista Italia Nostra, mette in evidenza
alcuni punti importanti.
Lo
studio, molto recente, è stato fatto su 1648 comuni del centro Italia e ha
valutato la produzione edilizia dal 1970 ad oggi. Su questa totalità di comuni
Perugia, negli anni ’70 era la prima città per produzione edilizia di alloggi,
negli anni ’80 era al secondo posto. Nel 1996 il 30 per cento degli alloggi
prodotti tra il 1986 e il 1991 era rimasto in mano ai costruttori. Dopo l’11
settembre, in seguito all’attentato alle Torri gemelle di New York e all’ulteriore
crollo delle borse, il “mattone”, in tutto il mondo, è ritornato ad essere il
bene-rifugio per eccellenza, con una nuova impennata dell’attività edilizia e
con prezzi a metro quadro delle abitazioni altissimi. Il costo sempre molto
alto del “bene casa” dipende dal fatto che, essendo un bene-rifugio, non segue
le regole base della domanda-offerta, il suo prezzo è determinato dalle
aspettative. Perugia, naturalmente, non è rimasta fuori da questi meccanismi
internazionali di mercato.
Ancora,
dai dati del censimento 2001 si evince che la superficie urbanizzata del Comune
di Perugia si attesta attorno al 35, 40 per cento, a fronte di una crescita
della popolazione del 4 per cento. Confrontando questi dati con quelli di 10
anni prima si scopre che in quel periodo di tempo si è costruito il 40 per
cento in più di quanto sia mai stato fatto fino ad allora, nella storia della
città.
Ancora,
spiegano gli studi del professor Sartore, entrando nello specifico di queste
modalità di urbanizzazione, ci si rende conto di un fenomeno particolare: la
“città compatta”, vale a dire quella che si accresce a ridosso del centro
storico lungo alcune direttrici e arriva alla prima periferia, perde abitanti.
Tra l’81 e il 91 sono stati circa 13mila i perugini che hanno scelto di
allontanarsi definitivamente dall’area a ridosso del centro per zone che stanno
a quindici, venti chilometri dall’acropoli.
Perché
succede questo? <Perché la periferia viene costruita come una città,
grandi palazzi, poco spazio verde, servizi che mancano, strade e infrastrutture
che rimangono le stesse, quando servivano, cioè, ad un normale quartiere
residenziale fatto di abitazioni singole o per piccoli gruppi familiari>,
spiega Mariano Sartore. In sostanza, per riuscire ad avere spazi verdi e abitazioni
di qualità i perugini devono allontanarsi di parecchi chilometri dalla prima
periferia. E, ugualmente, spesso la cementificazione li insegue.
Il
centro storico rimane sempre più isolato, sempre più una vetrina per turisti e
una “affittopoli” per studenti. Con una conseguenza: la manutenzione alle
bellissime case del centro viene fatta sempre meno. Perché gli studenti si
accontentano, non hanno le stesse necessità di una famiglia, non sempre tengono
con cura l’appartamento.
Un’altra
conseguenza che dà già un’indicazione precisa di quanto sta accadendo, è
l’indice di utilizzo dell’auto. I dati del comitato nazionale infrastrutture e
trasporti dicono che negli anni ’90 l’Umbria era in media con il centro Italia,
avendo come rapporto tra veicoli circolanti e abitanti una percentuale uguale
alla media nazionale:lo 0,67 per cento. Nel 2002 l’Umbria ha superato tutte le
regioni italiane (ad eccezione della Val d’Aosta, che comunque, rappresenta
un’anomalia statistica per le sue piccole dimensioni e il fatto che molte
famiglie hanno anche un’auto adatta ad essere utilizzata in caso neve) con la
percentuale dello 0,83 per cento. Quindi, ad esempio, se nel 1991 un 15 per
cento della popolazione andava a scuola a piedi, ora questa percentuale si è
abbassata di 7, 8 punti. Questo dato è importante anche per un’altra
valutazione: questo tipo di urbanizzazione non è stata ereditata, le
amministrazioni che si sono succedute negli ultimi quindici anni non si sono
trovate con un’eredità della struttura urbanistica difficile da gestire e da
modificare. L’acceleratore in questa direzione si è cominciato a spingere
all’inizio degli anni ’90. E, con i progetti urbanistici che si dovrebbero
realizzare nei prossimi anni, questa direzione è sempre più marcata.
A
Perugia, quindi, non mancano gli appartamenti, anzi. Quello che manca, in molti
casi , spiega il professor Mariano Sartore <è la qualità dell’edilizia.
Questo tipo di urbanizzazione porta ad assenza di identità di luoghi, consumo
di suolo, spreco di risorse, un maggior uso dell’auto che implica inquinamento
atmosferico. In definitiva, una diminuzione della qualità della vita>.
Eppure,
come denuncia il Sunia, il sindacato dell’unione inquilini, trovare un
appartamento in affitto per una famiglia, a prezzi equi, a Perugia è veramente
una missione impossibile, così che il sindacato è arrivato a fare una proposta
tanto provocatoria quanto irrealizzabile, chiedendo al Comune di espropriare
gli appartamenti di enti pubblici che non vengono immessi sul mercato.
Dall’altro versante, l’Unione piccoli proprietari immobiliari, per calmierare
il mercato dell’affitto soprattutto nei confronti degli studenti universitari,
ha proposto di far “adottare” un nonno a uno studente: una stanza gratis o a
prezzi equi, in cambio di un po’ di compagnia e di qualche piccolo servizio. Da
parte di sindacati e delle organizzazioni degli studenti universitari, poi,
vengono fatte periodicamente richieste di interventi per calmierare il costo
degli affitti, come, ad esempio non far pagare l’Ici a chi offre contratti
regolari.
Dunque,
le case ci sono, non vengono messe tutte sul mercato per mantenere comunque
alti i prezzi, si continua a costruire. E si affitta in nero: i dati della
Finanza parlano chiaro: quasi il 100 per cento dei controlli fatti ha evidenziato
che i proprietari di abitazioni che vengono affittate a studenti si fanno
pagare totalmente o parzialmente in nero.
E’
azzardato pensare che gli appartamenti affittati in nero sia agli studenti sia
a persone che vivono in clandestinità, facciano concorrenza a quelli affittati
“in bianco”?
5.3
Una zona grigia tra legalità e illegalità
Un
domanda a cui è non è facile dare una risposta quantitativa perché trovare la
dimensione al sommerso è molto, molto difficile se non altro per la mobilità e
i continui cambiamenti che lo caratterizzano. Gli strumenti per cercare di
quantificarlo non sono efficaci e non è nemmeno possibile metterli a confronto
fra loro perché non hanno finalità analoghe. I dati che ne potrebbero in
qualche modo dare la dimensione non sono presi con le stesse modalità né negli
stessi periodi temporali: il numero degli affittacamere, la “cessione
fabbricati”, vale a dire la dichiarazione, fatta in questura, di avere uno o
più ospiti in casa, la registrazione dei contratti d’affitto, le verifiche dei
vigili urbani sulla reale presenza delle persone a cui si dichiara di dare
ospitalità possono solo dare delle indicazioni.
Perugia
si ritrova, così, come detto, ad avere un centro storico in parte splendida
vetrina per i turisti, in parte “industria” degli affitti da sfruttare al
massimo: ogni locale, ogni scantinato, soffitta, garage riesce a diventare un
mini-appartamento da dare in locazione. Una tendenza, questa, che si è
accentuata negli anni, quando il tessuto industriale, una volta ricchissimo di
industrie che hanno avuto un posto di rilievo nella storia italiana, come la Buitoni,
la Perugina, la Luisa Spagnoli, la Elleesse, sono sparite o si sono
ridimensionate.
Qualche
anno fa un’anziana signora fu trovata uccisa nel suo palazzo che affittava
esclusivamente a stranieri clandestini. Uno dei suoi inquilini divenne il suo
assassino per uno screzio, probabilmente legato a motivi economici, che nacque
fra i due. Il fatto avvenne in via delle Cantine, alle spalle del duomo, nel
cuore della città.
D’altra
parte, come detto, gran parte della prima periferia della città è stata
costruita come una metropoli, con grandi palazzi che incidono su strade strette
e trafficate, appartamenti tutti uguali, mancanza di spazi verdi attrezzati. La
gente che non vuole o non si può permettere di vivere in centro storico,
quindi, tende a “saltare” questa fascia di città che circonda il centro o che
si è sviluppata attorno ad aggregazioni industriali (vedi il quartiere di San
Sisto, che è sorto vicino alla sede della ex Perugina, ora Nestlè) per passare
direttamente in campagna. Così, mentre si discute dell’opportunità o meno di
creare quartieri a luci rosse, in realtà, come già accennato, questi quartieri
esistono già. O, perlomeno, palazzi-quartiere: il racket mette radici laddove
il tessuto sociale è strappato.
I
palazzi-quartiere sono alcuni grandi condomini nella zona del Bellocchio,
dietro la stazione ferroviaria, altri in via Mario Angeloni, nella zona più
alta del quartiere. Altri ancora in via Martiri dei Lager, zona tribunale dei
minori e a Madonna Alta. In via della Pescara, che è una zona a ridosso di un
bel parco urbano, vicino al comando provinciale dei carabinieri, ci sono poi
due enormi palazzi gialli, due parallelepipedi in cui si può invece trovare di
tutto: prostituzione sì ma anche spaccio di droga, locali usati come rifugio
temporaneo per latitanti. Ogni tanto qualche inquilino muore per overdose.
In
queste zone interi piani dei maxi-palazzi senz’anima sono abitati da donne che
si vendono e da viados..
Gli
agenti immobiliari spiegano che difficilmente si rivolgono a loro ragazze
straniere alla ricerca di appartamenti in affitto o da comprare. Le richieste
che più si avvicinano a questo tipo di clientela vengono fatte da donne
giovani, molto belle, che, solitamente, chiedono di poter avere un attico o
comunque un appartamento di lusso in zone residenziali. Il racket, fino a
questo momento, ha preferito agire “in nero”.
<Il
vero problema è capire chi abita in quegli appartamenti – spiegano gli
investigatori – I contratti d’affitto possono essere regolari ma quasi tutti
i locali poi sono sub- affittati. E’ un mare magnum dove fare verifiche non è
facile>.
L’assessore
del Comune alla Sicurezza, Antonello Chianella, conferma che, quando i vigili
vanno a fare verifiche sulla presenza o meno delle persone dichiarate come
affittuarie o ospiti in appartamenti di certe zone della città, <trovano
di tutto, situazioni di degrado, prostituzione>. Diverse
indagini, che sono ancora in corso, sono partite proprio in seguito a questi
controlli.
E
i pochi residenti che abitano ancora questi quartieri, che si cono costituiti
in comitati, hanno la sensazione che il racket si stia muovendo, ormai, a
livello manageriale: <Ci sono agenzie immobiliari di fuori regione che
hanno messo in vendita appartamenti, garantendo alti livelli di reddito>.
In che modo? Forse nel pacchetto d’acquisto, oltre all’appartamento, sono già
comprese le ragazze costrette a vendersi.
Scrive
il sociologo Claudio Renzetti in proposito: <La prostituzione – quando i
numeri e non solo quelli, ci dicono che siamo ben oltre un caso circoscritto e
residuale – si innesta e si consolida in un tessuto urbano solo se è in grado
di aderire ad alcune particolarità di quel contesto, assecondandole e sfruttandole
adeguatamente. Certamente, deve offrire un “prodotto vario ed appetibile”; deve
disporre di “una struttura logistica” adeguata, che risponda ai criteri di
“relativo mimetismo rapida mobilità”, attraverso un marketing mirato deve
intercettare una clientela differenziata, per gusti e possibilità deve
mantenere una visibilità contenuta senza urtare l'azione di controllo delle
forze dell'ordine e della magistratura. (…). Ma la parte meno stracciona e
improvvisata del racket quella che può vantare un business straordinario, sa
che questo tentativo di coesistenza pacifica interiore tra le varie bande, i
vai meccanismi, l’arcipelago della malavita, è sempre percaria, e se non si
riconosce nella cultura dei “prendi i soldi e scappa”, allora la carta da
giocare è (anche) un'altra (…): il mercato illegale sopravvive all'episodicità
se è in grado di sollecitare e alimentare interessi economici locali, perchè
solo così può rafforzare e legittimare la propria esistenza. Le economie reali
sono il risultato di un mix tra economia legale, criminale e di confine, una
zona grigia tra il lecito e l'illecito, che connette e alimenta le due
polarità. (…). Il mercato del sesso si intreccia con altre economie sommerse,
con modalità imprevedibili che sovrastano la nostra immaginazione. Certo, con
il mercato delle armi e dei materiali tossici, con il mercato degli organi per
i trapianti, con quello delle droghe naturali o di sintesi, con lo
smantellamento dei rifiuti o con il riciclaggio finanziario. Ma il problema .-
il quesito più intrigante – è capire l'entità dell'intreccio con le economie
visibili, attraverso quegli affari informali che stanno lungo la linea di
confine. Affittare un appartamento a prezzi esorbitanti a studenti fuori sede è
un conto, ma cederlo a migranti clandestini, metterlo a disposizione non
gratuita ai boss della prostituzione, è un'altra cosa. Certo rischiosa,
illegale, ma in quanto tale, redditizia.Dunque, non solo dobbiamo chiederci
qual è il prezzo che il territorio paga alla prostituzione – in tema di
comportamenti illegali diffusi, di senso di insicurezza, di salute pubblica –
ma qual è il prezzo che la prostituzione paga al territorio, perchè da corpo
estraneo da amputare diventi non solo un fenomeno tollerato e assimilato ma
anche un affare vantaggioso>.
5.4
Sigilli agli appartamenti
Nel
giro di pochi mesi i carabinieri hanno messo i sigilli a 13 appartamenti a
Ponte San Giovanni (nel 2005) e a una ventina nei primi mesi del 2006 perché
questi locali venivano usati come case d’appuntamento. Operazioni a cui si è
dato scarso rilievo ma che rappresentano, invece, delle spie ben precise di un
fenomeno che si sta radicando sempre di più: lo spostamento delle ragazze dalla
strada al chiuso. Molte operazioni sono state fatte su segnalazione della
gente, soprattutto vicini di casa che mal tolleravano la presenza di prostitute
nel proprio condominio. Le motivazioni che spingono le persone a denunciare di
rado sono puramente etiche. Solitamente le denunce vengono fatte per due
motivi: si vuole vendere l’appartamento e, quindi, la presenza di prostitute
può far diminuire il valore dell’immobile; aumenta il livello di insicurezza
con la presenza di persone del racket e di tutto ciò che ne consegue: spaccio,
presenza di persone ubriache, sporcizia, degrado del quartiere.
Polizia
e carabinieri, comunque, lavorano molto con le segnalazioni fatte tramite
esposti, petizioni con raccolte di firme, denunce.
Questo
tipo di criminalità ha la caratteristica di essere molto mobile, e, quindi, la
collaborazione della gente facilita il lavoro delle forze dell’ordine perchè
contribuisce a disegnare una mappa, in tempo reale, degli spostamenti e anche
della divisione del territorio fra gruppi etnici, ad esempio. Molti gruppi
hanno elementi legati fra loro da vincoli di parentela, che si muovono insieme
o, comunque, rimangono in contatto gli uni con gli altri.
Non
è facile, comunque, mettere i sigilli ad un appartamento: il rischio è quello
di ledere il diritto alla proprietà privata. Il sequestro può essere di due tipi:
probatorio, quando nell’appartamento si è consumato un reato e devono essere
conservate o ancora cercate, per il tempo necessario alle indagini, le prove.
Quello che riguarda, invece, il problema dei contratti in nero, è preventivo e
viene messo in atto per far sì che il reato non si ripeta. La richiesta per
questo tipo di sequestro va comunque ben motivata. E’ necessario dimostrare che
il proprietario sapeva che nella casa che aveva affittato si praticava la
prostituzione, ad esempio, oppure che c’erano clandestini o ricercati, perché
l’autorità giudiziaria lo conceda. La durata dei “sigilli” è variabile e può,
in teoria, durare anche anni. In pratica questo avviene raramente e spesso è il
tribunale del riesame a stabilire il dissequestro dell’immobile e a restituirlo
al proprietario: il tutto si risolve nel giro di qualche settimana o giorno.
Il
sequestro degli appartamenti in cui le ragazze sono costrette a prostituirsi,
secondo gli investigatori, è senz’altro una strada che potrebbe portare a dei
traguardi inaspettati nella lotta al traffico della prostituzione e potrebbe
anche diventare un importante “ariete” per quei cittadini che volessero
denunciare le condizioni di sfruttamento delle donne. Un proprietario agirebbe
con molta cautela prima di affittare, in condizioni di illegalità, una sua
proprietà se fosse reale il rischio che questa potesse rimanere a lungo
improduttiva. Questa si presenta comunque come una strada molto impopolare e
non facile da realizzare perché si andrebbe a toccare quella che è una rendita
sicura per molti cittadini.
Eppure
gli appartamenti stanno diventando sempre più il centro di attività illecite ed
è sempre la cronaca a svelarlo. Un giovane albanese ricercato per omicidio
perché in Germania aveva ucciso un connazionale, è stato arrestato nel gennaio
2006 a Perugia. Che cosa ci faceva nel capoluogo umbro? Aveva due ragazze che
si prostituivano per lui in un appartamento del Bellocchio. Durante la sua
latitanza, ogni tanto passava da qui a riscuotere. La polizia, quando è arrivato
in Umbria, l’ha inseguito senza fortuna. Allora è andata nell’appartamento
delle ragazze e ha aspettato che lui telefonasse per fissare luogo e ora dove
le ragazze sarebbero andate a dargli i soldi. All’appuntamento ci è arrivata la
polizia, che è riuscito ad arrestarlo. Dopo sei mesi l’albanese è riuscito a
evadere dal super-carcere di Capanne scavalcando i due muri di cinta del
carcere, l’ultimo dei quali alto sette-otto metri. Si è gettato nel vuoto ed è
riuscito a sparire. La polizia di Perugia l’ha braccato per tre mesi e l’ha
arrestato a Milano, dove, nel frattempo, aveva ucciso un’altra persona e aveva
costretto altre due ragazze a prostituirsi per lui e la sua banda. La polizia
le ha trovate rannicchiate in una delle stanze dell’appartamento milanese in
cui l’evaso e la sua banda si nascondevano. Una ragazza ha raccontato che,
mentre era per strada, è stata raggiunta da un serie di colpi di pistola: le
pallottole avevano disegnato il profilo del suo corpo. L’albanese le disse:
<Se non ti prostituisci per noi, il prossimo colpo ti centra>. Anche
queste persone abitano negli appartamenti della periferia di Perugia.
5.5
Quale consapevolezza
Che
consapevolezza c’è da parte dei proprietari degli appartamenti che vengono dati
in affitto, che le loro case a volte diventano un luogo in cui commettono
crimini e violenza? Forse nessuna, come ha verificato il pm Antonella Duchini
durante l’operazione Girasole: <Da quello che è emerso dalle indagini, i
proprietari di case, ad esempio, sono risultati estranei all’attività
criminale. A Spoleto, ad esempio, abbiamo trovato cinque appartamenti intestati
ad un umbro, in cui abitavano le ragazze. I contratti d’affitto, però, erano
tutti regolari e il proprietario non era a conoscenza di quello che succedeva.
E’ difficile stabilire questa connessione>.
Questo,
però, accadeva nel 2001. In questi anni tante indagini, tante inchieste hanno
messo in luce la violenza che si compie in certe case quando si chiude la porta
d’ingresso.
Sergio
Sottani, magistrato, perugino, in un articolo apparso su “Il Messaggero”,
cronaca di Perugia, intervistato in seguito ad un omicidio compiuto da due
albanesi nei confronti di un loro connazionale per motivi legati a droga e
prostituzione.
I
due arrestati forse hanno ucciso per una faida legata al racket della
prostituzione. In casa avete comunque trovato della droga. Questi due fenomeni
sono sempre più legati fra loro?
<Senza
parlare dell’indagine in corso posso dire che, in generale, la droga è il
problema più grave. Dalle indagini sappiamo che molta gente viene a comprare la
droga qui da altre città. Perugia è diventata un punto di riferimento>
Che
cosa si può fare per aumentare il livello di sicurezza in città? Prevenzione,
repressione o cos’altro?
<Io
credo che a livello di repressione il lavoro fatto dalle forze dell’ordine sia
di buon livello. Certo, tutto è migliorabile, ma sono state fatte molte
operazioni anche di spessore e con un alto numero di indagati. E, adesso, le
condanne sono severe. E poi la sola repressione non è vincente>.
Quindi
è mancata soprattutto la prevenzione?
<Credo
che la città, di fronte ai cambiamenti che sono in atto in tutta Europa, non
sia stata all’altezza. Ci sono stati dei cambiamenti urbanistici che hanno
favorito la presenza di un certo tipo di criminalità, ad esempio, in centro il
cambiamento di destinazione d’uso di fondi e garage che sono diventati
abitabili. Fuori dal centro, invece, la presenza di quartieri-dormitorio con
grandi palazzi costruiti in maniera tale da non favorire alcuna relazione
umana. Questo favorisce la disgregazione del tessuto sociale e aumenta la
difficoltà del controllo del territorio>.
Un
tessuto urbanistico degradato favorisce quindi la presenza della criminalità?
<Certo
il rapporto non è ne diretto né univoco. Ma questa situazione sicuramente
contribuisce a un degrado e alla formazione di sacche in cui la criminalità
trova spazio. Va considerato anche il fatto che a Perugia gli stranieri sono
presenti tradizionalmente per via dell’università per Stranieri. Ma oggi non è
certo solo quella un’attrazione per chi sceglie di venire a vivere a Perugia.
C’è anche una certa tolleranza all’illegalità. Dai documenti sappiamo che, ad
esempio, la maggioranza delle modifiche alla destinazione d’uso degli immobili
è fatta con una concessione in sanatoria. Alla fine, quindi, tutto diventa
regolare. Ma perché non si devono rispettare fin dall’inizio le leggi? Ormai
manca solo che venga cambiata la destinazione d’uso del Duomo e che diventi un centro commerciale…>.
Un
rapporto non diretto né univoco tra un certo tipo di sviluppo urbanistico e la
criminalità, dunque. Ma un contribuito a creare un terreno in cui possono
trovare spazio forme di criminalità che, altrimenti, si radicherebbero molto
più difficilmente. Che “peso” ha questo contributo? E’ difficile dirlo, ma è un
elemento che va a completare il quadro disegnato fino ad ora.
5.
6 Il giro d’affari
Scrive
il sociologo Claudio Renzetti: “Quanto produce il mercato del sesso alle
organizzazioni criminali del racket è difficile stimarlo. Le valutazioni
oscillano incredibilmente dai 7 miliardi di dollari a 26 miliardi di euro.
Forse questi numeri disorientano, ma confermano una piccola verità: sul mondo
della prostituzione si producono continuamente cifre e statistiche, ma, essendo
in buona parte un mondo sommerso, esso non riconosce né cifre né statistiche.
Del resto, non potrebbe confermarle, quelle cifre, per una ragione molto
semplice: non le sa, non è in grado di pubblicare bilanci annuali, non può fare
un consuntivo. Non solo perché prospera “sottotraccia” ma proprio perché non
“un mondo” ma più mondi che convivono, si fondono, si urtano, si modificano.
In
realtà disponiamo solo di cifra approssimative, arbitrarie e, spesso, dettate
da interessi di parte. Altrettanto opportuno sarebbe quantificare il volume
d’affari dell’indotto, almeno su scala ridotta. L’indotto è il concetto chiave.
Esso non è solo costituito dai prodotti che si trovano nei sexy-shop (il 70 per
cento del commercio mondiale di giocattoli erotici proviene dalla Cina – vedi
il numero 30/2005 di “Io donna”), ma dai soldi intascati dai taxista, dagli
albergatori, dagli albergatori, dai gestori dei locali notturni, dai Centri per
il benessere, dai tour operator, dai bar, dalle agenzie immobiliari. E' importante
tentare questi calcoli – anche solo per approssimazione – perchè non riusciamo
a comprendere la persistenza e la continua diffusione del sesso à la carte se
non siamo in grado di vedere gli intrecci e le ramificazioni con con gli
interessi locali e quindi con il territorio ospitante. Dunque, forse non
possiamo ancora mostrare dati inconfutabili, ma riusciamo a intravedere una
traccia seguendo la quale arriviamo a comprendere il perchè di tanto successo.”
E’
vero, cercare di capire che giro d’affari ruoti attorno allo sfruttamento della
prostituzione è certamente difficile. Ogni indagine, ogni fatto di cronaca,
l’osservazione della realtà – ad esempio i clienti in fila ogni sera lungo le
strade dove lavorano le donne, le inserzioni sui giornali – non fanno altro che
aprire finestre con orizzonti parziali su questo mondo in continuo cambiamento
e movimento, sfuggente, clandestino e in cui le regole delle convivenza sociale
e degli scambi economici sono tutte saltate.
Proviamo
a valutare alcuni elementi.
Tutte
le transazioni avvengono in nero e non lasciano tracce del loro passaggio: non
risulta che il denaro guadagnato con lo sfruttamento delle donne passi
attraverso gli istituti di credito.
Avvenivano
tutti in nero i passaggi di denaro per la compravendita delle donne, della
droga, la ristrutturazione dei locali notturni: quando i carabinieri del Ros
chiusero l’”operazione Girasole” nel 2001 il giro d’affari in due miliardi di
lire al mese. Lo “start-up” era costituto dai soldi guadagnati dalle ragazze.
Come venivano reimpiegati? In parte il denaro seguiva il flusso dell’economia
criminale: venivano riciclati in droga, ad esempio, un meccanismo collaudato
per moltiplicare i guadagni. In parte venivano reinvestiti nel “giro” per
poterlo mantenere ed ampliare. Una “fetta” del denaro, infine, venivano
utilizzati dai soci per fare una vita di lusso, auto, viaggi, abiti costosi e
così via, droga per uso personale e così via.
I
locali notturni umbri continuano ad essere aperti e attivi e, come ha
sottolineato il magistrato Antonella Duchini, avere il polso preciso della
situazione non è facile per i continui cambiamenti di proprietà delle attività.
Tanti
soldi continuano a girare nel mondo della prostituzione su strada e in
appartamento. Le ragazze vengono pagate dai clienti in nero e in nero
consegnano i loro guadagni ai protettori. Sicuramente il denaro accumulato è
costituito da cifre molto consistenti ma, fino ad ora, non è mai stato scoperto
che in questi passaggi di denaro siano coinvolte le banche. Sono segnalati
passaggi di medie quantità di denaro per posta, nei limiti stabiliti dalla
legge, soprattutto nei confronti delle famiglie d’origine degli sfruttatori ma
è ragionevole pensare, stando agli elementi raccolti dagli investigatori, che,
nei casi in questo si rende necessario, il compito di più grosse transazioni di
liquidità avvenga tramite agenzie di trasferimento del denaro. La parte più
importante degli scambi, è emerso dalle indagini, avviene in denaro contante:
valigette, borse piene di banconote che passano di mano. Per questo
quantificare il giro economico criminale e le ricadute che sulla comunità non è
facile.
Proviamo
a procedere valutando gli elementi in nostro possesso per cercare di capire
almeno lo spessore del fenomeno.
Intanto,
possiamo procedere per esclusione: le indagini fatte fino ad ora e anche i
controlli che sono in corso non hanno ancora rilevato non hanno ancora rilevato
un reinvestimento di denaro che proviene da questo tipo di attività illecite in
immobili nella provincia di Perugia. Naturalmente questa è una affermazione che
può essere smentita immediatamente ma quello che gli investigatori rilevano è
che gran parte del denaro guadagnato dallo sfruttamento della prostituzione e
che viene reinvestito in attività economiche lecite va a finire nei paesi
d’origine delle varie bande e viene utilizzato in attività economiche
soprattutto nel settore turistico e in beni immobili, come alberghi, aree di
servizio, villaggi turistici.
A
Perugia sono state aperte solo tre inchieste per riciclaggio di
denaro
sporco ma a carico di imprenditori locali o che da fuori regioni investivano
denaro in Umbria. Niente a che vedere col racket della prostituzione.
Dai
grandi traffici, dal riciclo di denaro nei grandi investimenti
della
malavita alla "contabilità" del crimine.
Qualche
elemento per capirne la dimensione. Il tariffario delle
prestazioni
di una prostituta a Perugia è nella media nazionale:
40-50
euro per una prestazione in auto, il doppio per quella in
appartamento.
In entrambi i casi la durata di una prestazione è
di
un quarto d'ora. Le ragazze lavorano dalle 8 alle 12 ore tra
giorno
e notte, a ritmo quasi continuo. Quasi sempre vengono fatte prostituire tutti i
giorni, anche quando hanno il ciclo mestruale, addirittura quando sono incinte.
Quante
sono le ragazze che vendono a Perugia? La stima che viene fatta dalle forze
dell'ordine è di circa un migliaio di ragazze
presenti
in città su una popolazione di 160mila persone circa.
Naturalmente
questa sorta di censimento è fatto soprattutto sulla
base
dell'esperienza che viene dai controlli lungo le strade e
negli
appartamenti e, va detto, siamo di fronte ad una popolazione in continuo
movimento, anche se dalle indagini emerge che il meccanismo delle sostituzioni
delle ragazze è costante e ormai collaudato: appena una si allontana per
qualsiasi motivo, viene sostituita nel giro di pochissimo tempo.
Fare
i conti, con le dovute stime e approssimazioni è facile. Capire che fine fanno
questi soldi, molto meno. Intanto, proviamo a pensare alle ricadute "in
bianco", vale a dire a come questi soldi vengono speso in attività legali
Leggendo i verbali delle indagini in controluce viene fuori che molto denaro
viene utilizzato per permettere ai protettori di fare una vita agiata senza
lavorare. La compagna di stanza di Natalia Seremet racconta di come le due
donne andassero coi loro protettori a mangiare nel locali vicini all'albergo
dove alloggiavano e pagavano sempre coi guadagni fatti dalla ragazze. Spesso i
protettori erano ubriachi, fumavano, si vestivano in maniera vistosa. Tutti
acquisti che venivano fatti con i soldi guadagnati dalle donne. Poi ci sono,
come abbiamo detto, gli affitti, quasi tutti in nero, da pagare per
l'alloggio. E c'è tutta una sorta di spese minori, se vogliamo di poco conto, ma
che stanno facendo sorgere da un lato una serie di "negozi
specializzati", dall'altro vanno comunque ad arricchire, a
"pioggia" una serie di piccole attività commerciali. Cosa trovano le
forze dell'ordine quando irrompono negli appartamenti dove le ragazze abitano e
lavorano? Moltissimi telefonini cellullari, vestiti succinti, videocassette,
profilattici, alimenti. Le ragazze vanno a fare ai supermercati vicino a casa e
in certe ore del giorno, soprattutto nella zona di Fontivegge e a Ponte San
Giovanni, dove c'è la massima presenza di ragazze che vivono in
mini-appartamenti se ne trovano moltissime in fila alle casse, ancora vestite
coi tacchi a spillo e le minigonne. Ci sono alcuni supermercati che si sono
specializzati nella vendita di cibi che vengono direttamente dai paesi
d'origine e sono nati anche negozi ad hoc per vendere questo tipo di prodotti,
anche se ,naturalmente, si rivolgono a tutta la clientela fatta di immigrati
che arrivano a Perugia da tutte le parti del mondo. Anche le estetiste e le parrucchiere
si sono adeguate alle nuove richieste delle ragazze. Ancora: come si spostano
queste ragazze se si prostituiscono sulle strade? I protettori preferiscono
farle girare sui taxi, per non dover incorrere in controlli da parte delle
forze dell'ordine. Alla fine del 2005 la polizia di Assisi scoprì un banda
"multi-affari" di rumeni: si era specializzata in furti, sapeva
truccare un bancomat in modo da poterne clonare le carte di credito che
venivano utilizzate e, naturalmente, aveva tre ragazze da far prostituire.
Per
stare in posizione defilata, aveva scelto di vivere in un appartamento a Viole
d'Assisi, frazione lontana una trentina di chilometri da Perugia, in campagna.
E le ragazze venivano spedite a Perugia, ogni notte, in taxi. Di giorno stavano
chiuse a chiave in casa e potevano uscire a fumare in un ballatoio solo sotto
scorta. La scelta di nascondersi in campagna non è
risultata
comunque, oculata, perchè in piccole realtà lo "straniero" si nota
subito. E la banda, che aveva girato mezza Europa, fu segnalata alla polizia e
scoperta. Per i taxisti locali un danno economico non da poco.
5.7
Ci riguarda
Questo
libro finisce con un punto interrogativo: quanto ci riguarda tutto questo?
Quanto ci interessa e, soprattutto, quanto sarà inevitabile che ci
“appartenga”, che diventi parte della nostra vita in misura maggiore di adesso?
La
tratta delle donne (e quella degli esseri umani, costretti ad andarsene dai
loro paesi per lavorare, per vendere il proprio corpo o parti di esso) è una
schiavitù che ci offende, è una violazione dei diritti umani, un reato che
diventa ancora più grave ed orribile quando riguarda i bambini. Tutto questo,
però, non è ancora tutto. La mafia che gestisce la tratta delle persone è la
stessa che maneggia il traffico di droga e di armi oppure stringe patti,
contratti d’affari con quella. E’ un’organizzazione mutevole e feroce, senza
radici sul territorio e senza scrupoli di sorta, si muove velocemente per
arrivare ai suoi obiettivi. Sta accumulando ingenti quantità di denaro: quanto
di questi soldi sta già circolando, ad esempio, nel settore immobiliare o in
quello commerciale delle nostre città? Che peso avrà tutto questo nel tessuto
urbano di una città, nelle nostre vite se non riusciremo a gestire questi
fenomeni o, peggio ancora, se continuiamo ad agire come se non stesse accadendo
nulla, se tutto potesse rimanere confinato nei quartieri-ghetto della
violenza? Fino a quando potremo spostare più avanti il limite, il traguardo
della sopportazione, dell’accettazione di questi eventi, facendo finta di nulla
o indignandoci solo per i piccoli interessi privati che vengono meno?
POPOLAZIONE
In
Umbria vivono poco più di 848mila persone. 331mila sono le famiglie. Più del 70
per cento della popolazione residente in Umbria vive nella provincia di
Perugia.
CONCESSIONI
EDILIZIE
Il
patrimonio abitativo esistente in Umbria è di 369.290 abitazioni. L’86,2%
risulta occupato, il 13,8% non occupato.
Nel
2000 (ultimo dato disponibile) si è registrato un aumento dei volumi concessi
per nuove abitazioni o ampliamenti pari a un +40,8 % in confronto al 1999,
nettamente superiore all’anno precedente (+ 6,4% rispetto al 1998) ed anche ai
valori nazionali. (Fonte: Ance Umbria)
Uno
stimolo significativo al settore abitativo deriva dalle domande di agevolazioni
per interventi di recupero del patrimonio abitativo. Dal 1999 ad oggi, in
media, circa l’1,8% del numero di comunicazioni inviate all’Agenzia delle
entrate provengono dall’Umbria. Rapportando le richieste di agevolazioni al
numero di abitazioni occupate esistenti risulta che dal 1998 al 2004 gli
interventi hanno interventi hanno interessato nel complesso 12 unità abitative
su 100 (Fonte: Ance Umbria)
Dal
1998 al 2004 12 unità abitative su 100 hanno subito interventi in seguito a
domande di agevolazione. La media dell’Italia centrale è 9,3, quella nazionale
9,7. (Fonte: Ance Umbria)
Il
valore dei mutui erogati per investimenti in abitazioni, nel 2003 ha registrato
un incremento del 73,3% rispetto al 2002. Nei primi 9 mesi del 2004 c’è stata una
lieve flessione, pari al 2,8 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2003.
(Fonte: Banca d’Italia)
I
flussi di credito erogati per l’acquisto di abitazioni, nei primi nove mesi del
2004 corrispondono a 357 milioni di euro. Hanno registrato un lieve aumento,
dello 0,6 per cento rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. (Fonte:
Banca d’Italia)
Istanze
pervenute per l’ultimo condono edilizio: 950 circa (Fonte: assessorato
all’Urbanistica comune di Perugia)
Richieste
di sanatoria per interventi riguardanti cambiamenti di destinazioni d’uso di
garage, cantine etc in unità abitative: circa 70 all’anno. (Fonte: assessorato
all’Urbanistica Comune di Perugia)
Affittacamere
registrati: 70 fino al 15 novembre 2005 (fonte: Ufficio stampa Comune di Perugia)
SFRATTI
Nel
2004 gli sfratti sono stati 700 in Umbria, di cui 503 nella provincia di
Perugia. Le cause sono così suddivise: 418 per morosità, 80 per finita
locazione, 5 per necessità del locatore (matrimonio del figlio o motivi di
famiglia) (Fonte: ministero dell’Interno)
CONTRATTI
IN NERO
Su
34 appartamenti controllati, 31 erano affittati con contratti in nero. Di
questi 13 appartamenti affittati agli studenti su 13 avevano contratti in nero.
I rimanenti erano affittati a famiglie o ad attività commerciali. (Fonte:
Guardia di Finanza, gennaio-ottobre 2005)
Il
50 per cento del nero avviene in sede di contrattazione: vale a dire che la
somma destinata al pagamento dell’affitto scritta sul contratto è circa la metà
di quella pagata. Un 25, 30 per cento dei contratti è completamente in nero.
(Fonte: stime Sunia. Questi dati riguardano soprattutto i contratti di
locazione destinati alle famiglie)
CESSIONE
FABBRICATI
29012
totale delle comunicazioni di cessione di fabbricato pervenute in Questura dal
1/1/2005 al 28/11/2005. Sono state così suddivise: 1365 per affitti a Perugia,
226 per vendite, 459 per affitti fuori comune 206 per vendite fuori comune.
2.256
è il totale delle comunicazioni di cessione di fabbricato pervenute in questura
nel mese di novembre 2005 (dato medio). (Fonte: questura di Perugia, novembre
2005),
AFFITTI
IN NERO – DATI NAZIONALI
542mila
abitazioni in Italia sarebbero affittate in nero, 2,2 miliardi di euro
l’imponibile Irpef nascosto. (Fonte: Istat 2005)
-
GIRO D’AFFARI
-
-
Il traffico di esseri umani e di
donne in particolare è la terza attività illegale più redditizia al mondo dopo
il commercio di armi e droga, capace di generare guadagni che si avvicinano ai
12 miliardi di dollari l’anno. (Fonte: dossier Fides 2004)
-
Secondo le stime del National
Intelligence Council americano, approvate dal direttore della Cia, questa somma
è stimabile attorno ai 7 miliardi di dollari l’anno. (Fonte: relazione Ros,
reparto operativo speciale carabinieri Sezione anticrime Bologna, 2004)
Di Michele Cioccioni
Cercare una donna come si cerca una macchina usata,
un competo da sci, una casa in affitto. Cercare una donna attraverso un
annuncio economico, per comprare il suo corpo per un po’ di tempo. E’ un
fenomeno che esiste da tempo – e che ha fatto la fortuna economica di molti
giornali – ma che in questi anni di grande cambiamenti anche nel mercato del
sesso a pagamento, ha subito una forte evoluzione. Ed è forse un fenomeno, quelo
ì, appunto, del “sesso annunciato”, come lo abbiamo definito con un gioco di
parole, che non è stato nemmeno intaccato da Internet. Offerta e domanda di
sesso a pagamento sulla rete si riferiscono ad un pubblico ancora elitario, a
una forma di prostituzione che, nella maggior parte dei casi, stando anche a
quanto è emerso fino ad ora dalle indagini, viene praticata dalle donne in
maniera volontaria.
L’offerta di sesso a pagamento fatta attraverso gli
annunci – in cui sono compresi sia quelli messi dai protettori per allargare il
giro d’affari della prostituzione in appartamento, sia da quelle donne che non
vogliono protettori e, per questo, si “proteggono” attraverso l’anonimato di un
annuncio sul giornale - è cresciuta sia in termini numerici, sia, soprattutto,
riguardo alla tipologia delle prestazioni.
In questi anni si è assistito alla conferma del
mercato delle ragazze straniere, alla consacrazione di quello dei transessuali,
mentre è comparso e sta prendendo piede una sorta di “pacchetto-coppia”, che
prevede la possibilità di usufruire delle prestazioni di due soggetti (di
solito due ragazze, o anche una donna più un transessuale).
Alla strada, ancora lo
scenario privilegiato della prostituzione, si sono progressivamente affiancate
altre forme di adescamento, annunci, inserzioni su giornali e siti internet.
Non siamo più di fronte, come detto, ad esperienze marginali ma ad un fenomeno
molto diffuso, in grado di muovere una massa sempre maggiore di clienti e di
denaro.
Crediamo che il quadro che
si è venuto a delineare da questa indagine non sia un frutto di una casualità
ma un ritratto, seppure sintetico, di un angolo di realtà del nostro tempo.
Intanto, qualche
considerazione. Inserzioni ed annunci costituiscono un ponte di raccordo tra
domanda ed offerta più che collaudato. I vantaggi rispetto alla prostituzione
“da strada” non sono indifferenti.
L’annuncio su carta stampata
aumenta il bacino di clienti ed in questo senso si può parlare di inserzioni
come operazioni di marketing.
E’ più semplice ed anonimo
comprare un giornale in edicola piuttosto che transitare in piena notte lungo
strade conosciute per la presenza massiccia di prostitute, con il rischio di
incontrare persone che si conoscono (anche se, solitamente, stando ai resoconti
delle multe dei vigili urbani fatti ai clienti, c’è una sorta di migrazione,
per cui chi vuole comprare una donna non lo fa nella propria città ma si sposta
nel raggio di cinquanta-cento chilometri). L’inserzionista garantisce inoltre
la prestazione nel proprio appartamento in condizioni meno rischiose rispetto
ad un rapporto sessuale da consumare rapidamente in macchina.
Ancora: annunci ed
inserzioni solo in rari casi sono corredati da fotografie. Anche quando
corredate le foto non sono mai quelle delle inserzioniste. Le immagini di
ragazze belle ed avvenenti rimediate su riviste e siti internet “specializzati”
al solo scopo di ingolosire i clienti. Ma queste foto, alla fine, creano una
sorta di aspettativa e una speranza nel cliente che aumenta l’eccitazione e la
voglia dell’incontro.
Anche la maggiore parte
degli annunci che abbiamo analizzato è testuale con una profusione di aggettivi
e superlativi ed un’enfasi a volte al limite del grottesco, nell’intenzione di
eccitare il più possibile la fantasia.
Adocchiato l’annuncio, per
tradurre i desideri in realtà al lettore basta comporre il numero di telefono
che compare in bella evidenza. Solitamente si tratta del numero di un
cellulare, ed anche in questo caso si può parlare di marketing: oltre a
garantire l’anonimato a chi si prostituisce il numero di cellulare ha l’ulteriore
effetto di evocare un’idea di anonimato e riservatezza. Il pensiero di non
dover esporsi più di tanto può contribuire ad abbattere le ultime reticenze.
Anche per queste
considerazioni, la prostituzione tramite annuncio è finita per diventare la
frontiera più in voga del sesso a pagamento.
Per quanto riguarda la rete
informatica, stando alle ricerche che abbiamo fatto, con particolare attenzione
agli annunci che riguardavano l’Umbria, le offerte sono diffuse meno di quanto
sarebbe logico aspettarsi, specie se considerata la facilità di accesso che
internet mette a disposizioni. Crediamo che il motivo sia tutto sommato
semplice: oltre a quanto detto all’inizio, la maggior parte dei siti che tratta
un certo genere di annunci sono a pagamento, ma più che altro essi prevedono
anche per la semplice consultazione l’inserimento di tutti o di parte dei
propri dati personali. In questo modo non viene garantito l’anonimato, così che
dopo l’iniziale contatto molti dei potenziali clienti si tirano indietro.
In Umbria il quadro della
prostituzione “su annuncio” è sufficientemente delineato. L’analisi è stata
effettuata prendendo in esame le inserzioni “Comunicazioni personali”
del settimanale regionale Cerco & Trovo, nei periodi luglio-agosto
2005 e febbraio-marzo 2006. Nell’indagine non sono state valutate le inserzioni
che prevedevano un numero di telefono, di cellulare o con prefisso “899”,
segnalato come servizio telefonico a pagamento.
I dati che abbiamo raccolto
mostrano come la preferenza sia ancora rivolta alle ragazze italiane (58%),
mentre l’offerta di transessuali è cresciuta al punto da arrivare a fare
concorrenza alle straniere (rispettivamente 17% e 21%). A margine si colloca la
novità della prestazione a coppia, che segue modelli con combinazioni ben definite:
coppia lesbo, coppia con ragazze di diversa nazionalità, coppie modello
“veline” (bionda più mora), coppia con una ragazza più un transessuale.
La maggior parte delle
ragazze straniere viene proposta come sud americana o più in generale latina
(43%). Troviamo poi Europa dell’Est (35%), Asia (16%) ed Europa. Tra le latine
l’offerta maggiore viene dalla Spagna (12%) (per quanto è presumibile la
dicitura spagnola si riferisce più alla lingua che alla reale
provenienza), quindi Brasile, Venezuela, Portorico, Argentina, Messico, Cuba e Caraibi.
L’Est europeo è molto
presente con le russe (20%), seguite da ucraine (9%), ungheresi e polacche. Tra
le asiatiche le più richieste sono le cinesi (8%), mentre è esigua la
percentuale delle giapponesi (1%). Per l’Europa, oltre che la già citata Spagna
troviamo anche la Francia, Grecia e Svezia.
La preferenza va alle
ragazze tra i 19 e 25 anni, soprattutto ventenni (20%) e ventitreenni (17%).La
tendenza si sviluppa in maniera omogenea fino ai 29 anni (4%), dopo di ché si
apre un buco fino ai 35-37 anni. Rilevante il dato che interessa l’offerta di
donne di 40 e 43 anni (rispettivamente 5% e 4%).
Dai dati presi in esame
emerge che per fare mercato la prostituzione si è dovuta adeguare al mutamento
dei gusti dei suoi “consumatori”. Per questo la semplice prestazione
sessuale sta oggi perdendo terreno di fronte all’offerta crescente di
straniere, transessuali e coppie, senza considerare quella degli omosessuali
che, pur non essendo stata presa in esame, nel novero delle offerte costituisce
un dato interessante.
A determinare il cambiamento
delle preferenze, un’incessante e quasi frenetica ricerca della novità del
diverso ed insolito. Ecco il perché di tante straniere, le quali se fino a poco
tempo fa provenivano in prevalenza dall’Est Europa, oggi arrivano invece dai
paesi più disparati, soprattutto da sud America e Cina: un segnale che comincia
a vedersi anche a livello di indagini. Nel 2006 è stata arrestata dai
carabinieri di Ponte San Giovanni una donna cinese che faceva prostituire una
sua connazionale mentre, poche settimane dopo, la polizia ha scoperto nel
quartiere del Bellocchio una casa d’appuntamenti in cui, a rotazione,
arrivavano ragazze cinesi.
La ragazza o donna italiana
non soddisfa più – un’analisi più approfondita su questo argomento spetterebbe,
forse, a un sociologo - e pertanto si preferisce sperimentare: sudamericane,
russe, cinesi. L’esotico, insomma, sta attirando moltissimo i clienti perugini.
Tra le tante letture dei
dati raccolto, una è utile per confermare questa sensazione: su circa il 200
annunci registrati tra luglio ed agosto 2005, il 21% delle ragazze ha voluto
specificare l’età, col chiaro intento di invogliare ancora di più il potenziale
cliente. Nello stesso periodo, solo in un annuncio di un transessuale l’età è
stata specificata. A dimostrazione che almeno in questo momento, il “prodotto”
si vende da solo.
Articoli
di giornale
Lanci
d’agenzia
Interviste
Internet
Atti
giudiziari
Relazioni
progetto West- Comune di Perugia novembre 2005
Progetto
West – Ricerca sulla prostituzione invisibile – A cura di Romina Ciafardone e
Vincenzo Maroni
Progetto
West – La tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale dall’Est Europa.
Volumi 1-2-3-4-5
Relazione
“Azioni di sistema per lo studio dell’immigrazione nel Mezzogiorno. La
costruzione di una nuova identità sociale per le donne vittime di tratta:
alcune ipotesi interpretative sulla normativa italiana”. Ottobre 2003
Relazione
di Emanuela Abbatecola “Donne al margine” Introduzione di Maurizio Ambrosiani.
www.frillieditori .com
Relazione
di Francois Loncle “Prostituzione senza frontiere. La tratta delle donne
dell’Est in Europa Occidentale”.
Caritas/Migrantes
Immigrazione 2005-Dossier statistico
Edizioni
Centro studi e ricerche
Caritas/Migrantes
Immigrazione 2006-Dossier statistico
Edizioni
centro studi e ricerche
Isabel
Pisano “Io puttana, parlano le prostitute” Marco Tropea Editore
Commissione
Giustizia Europea – Lotta contro la tratta degli esseri umani – Rapporto del
gruppo di esperti sulla tratta degli esseri umani
http://europa.eu/pol/justice/index_it.htm
Trafficking in women for the purpose of sexual
exploitation
http://europa.eu/scadplus/leg/en/lvb/l33095.htm
New measures to combat trafficking in women
http://europa.eu/scadplus/leg/en/lvb/l33096.htm
Richard
Poulin “Prostituzione: globalizzazione incarnata” Jaca Book
Relazioni
dal sito del Ministero delle pari opportunità
http://www.pariopportunita.gov.it/