FUGA DA TRIPOLI
RAPPORTO SULLE
CONDIZIONI DEI MIGRANTI DI
TRANSITO IN LIBIA
I
morti nel deserto e nel Canale di Sicilia, le torture e gli stupri nei centri
di detenzione finanziati dall’Italia, le deportazioni nel Sahara, i
respingimenti collettivi in mare, i rimpatri dei rifugiati sui voli pagati da
Roma, le deportazioni da Lampedusa, gli omicidi nei commissariati, gli abusi
dei passeurs e gli attacchi razzisti a Tripoli. Tutto quello che non si
deve sapere sul paese a cui l’Italia e l’Ue affidano il controllo della
frontiera sud, alla vigilia dei pattugliamenti Frontex in Libia nel 2008,
quando i respingimenti in mare diventeranno la norma
“Ogni mese arrivavano i camion, caricavano la gente
e li portavano in mezzo al deserto”
INDICE
1.
Rapporto sulle condizioni dei
migranti di transito in Libia
2.
I testimoni
3.
I viaggi nel deserto
4.
Gli abusi per strada
5.
Gli abusi dei passeurs
6.
Gli omicidi commessi dalla
polizia nei commissariati
7.
I respingimenti collettivi in
mare
8.
Le violenze contro le donne
9.
Gli abusi e le violenze nei
centri di detenzione per migranti
10.
Centro di Binghazi
11.
Centro di Juwazat
12.
Centro di Sirt
13.
Centro di Misratah
14.
Centro di Zawiyah
15.
Centro di Khums
16.
Centro di Mars
17.
Centro di Sabratah
18.
Centro di Tripoli Al -Fellah
19.
Centro di Sabha
20.
Centro di Ghat
21.
Centro di Qatrun
22.
La pratica dei lavori forzati
23.
I trasferimenti dei deportati a Kufrah
24.
Centro di Kufrah
25.
Le deportazioni nel deserto
26.
Mappa dei centri di detenzione in
Libia
RAPPORTO SULLE CONDIZIONI DEI MIGRANTI DI TRANSITO IN LIBIA
ROMA - Nei primi nove mesi del 2007
sono arrivati in Sicilia 12.753 migranti a bordo di imbarcazioni di fortuna, il
20% in meno rispetto ai primi nove mesi del 2006. Nello stesso periodo 1.396
migranti sono sbarcati in Sardegna dall’Algeria e un migliaio in Calabria da
Turchia e Egitto. A Malta, da gennaio a settembre 2007, sono arrivate 1.552
persone, in netto aumento rispetto ai 1.024 giunti sull’isola in tutto il 2006.
Escludendo gli sbarchi in Calabria e Sardegna, la maggioranza dei migranti
sbarcati a Malta e in Sicilia sono salpati dalle coste libiche occidentali, tra
Zuwarah e Misratah. Eppure tra i 21.400 sbarcati in Sicilia in tutto il 2006 i
libici sono solo 50. La Libia è soltanto un paese di transito. Le prime
nazionalità sono Marocco (8.146), Egitto (4.200), Eritrea (2.859) e Tunisia
(2.288). Arrivano insieme migranti economici e rifugiati. Circa il 60% dei
10.438 richiedenti asilo in Italia è arrivato proprio dal mare. Una rotta
pericolosa quella del Canale di Sicilia, che dal 1988 ha fatto almeno 2.432
vittime, secondo la rassegna stampa internazionale curata da Fortress Europe,
1.503 delle quali disperse sui fondali del mare. E le vittime stanno aumentando
nonostante la diminuzione degli arrivi. Già 502 morti nei primi nove mesi del
2007 contro i 302 di tutto il 2006. Si viaggia su barche più piccole (41
persone a bordo in media, contro i 101 del 2005), affidate direttamente alla
guida dei passeggeri, che spesso non hanno esperienza di mare. I casi di
omissione di soccorso da parte di pescherecci e mercantili si fanno sempre più
frequenti, stando ai racconti dei naufraghi. Ma il vero motivo dell’aumento dei
morti è il cambiamento delle rotte dei migranti: sempre più lunghe e sempre più
al largo e quindi più pericolose, per evitare pattugliamenti e respingimenti in
mare.
Con la Libia l’Italia e l’Unione
Europea stanno intensificando le proprie relazioni per contrastare
l’immigrazione irregolare via mare, che in Italia rappresenta circa l’8%
dell’immigrazione irregolare, secondo il ministero dell’Interno. Il progetto,
già annunciato dal Commissario europeo della giustizia, libertà e sicurezza,
Franco Frattini, è quello di spostare i pattugliamenti aero-navali nelle acque
libiche, sotto l’egida dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere
esterne Frontex, a partire dal 2008. L’obiettivo dichiarato è la riammissione
in Libia di tutti i migranti che saranno intercettati in mare. La Libia sembra
essere d’accordo. Già il 25 maggio 2007, il vice direttore esecutivo di Frontex,
Gil Arias, inviò una lettera ufficiale a Rammadan Ahmed Barq, direttore del
Dipartimento libico per gli affari con l’Europa, invitando la Libia a cooperare
con i pattugliamenti europei. Nel Canale di Sicilia Frontex ha già operato due
missioni. Nautilus I (dal cinque al 15 ottobre 2006 con la partecipazione di
Italia, Malta, Francia, Grecia e Germania) e Nautilus II (dal 25 giugno 2007 al
27 luglio 2007 e di nuovo dal dieci settembre 2007 al 14 ottobre 2007, con la
partecipazione di Italia, Malta, Francia,Grecia, Germania, Portogallo e
Spagna). Il vice presidente della Commissione europea Franco Frattini ha
garantito che i pattugliamenti congiunti riprenderanno dal 2008 in forma
permanente e con la partecipazione, per l’appunto, della Libia. Intanto il
bilancio di Frontex per il 2008 è stato raddoppiato a 70 milioni di euro, dai
34 del 2007. E l’Unione europea ha offerto alla Libia l’installazione di un
sistema di sorveglianza elettronica lungo la sua frontiera meridionale. Le
autorità libiche hanno già consegnato a Frontex, nel maggio 2007, un elenco
dettagliato dei mezzi richiesti: 12 aerei da ricognizione, 14 elicotteri, 240
fuoristrada, 86 camion, 80 pick-up, 70 autobus, 28 ambulanze, 12 sistemi radar,
dieci navi, 28 motovedette,100 gommoni, 400 visori notturni, 14 sistemi di scannerizzazione
delle impronte digitali, e poi stazioni radio e sistemi di navigazione
satellitare.
Dalla frontiera meridionale libica
ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti,
alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Le testimonianze
riportate in questo rapporto denunciano gravi crimini commessi tanto dai passeurs
(coloro che organizzano i viaggi e che fanno “passare” la frontiera) quanto
dalle forze dell’ordine libiche. Abusi, vessazioni, maltrattamenti, arresti
arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture,
violenze fisiche e sessuali, rimpatri di rifugiati e deportazioni in pieno
deserto. Crimini che l’Unione europea finge di non vedere dal momento in cui
autorizza il respingimento dei migranti in Libia a mezzo dei pattugliamenti Frontex,
quando soltanto nel maggio 2005 la Corte europea dei diritti umani aveva
vietato i respingimenti collettivi da Lampedusa verso Tripoli. E quando in base
all’articolo quattro del IV protocollo della Convenzione europea dei diritti
dell'uomo, “le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”.
La prima denuncia ufficiale sulla
condizione dei migranti in Libia risale al dicembre 2004, quando viene pubblicato
il rapporto della Missione tecnica in Libia dell’Unione europea. Si parla di
arresti arbitrari degli stranieri, abusi, deportazioni collettive e mancato
riconoscimento del diritto d’asilo. L’Italia e l’Unione europea cercano a
Tripoli un alleato per la propria guerra all’immigrazione clandestina. La
partita si gioca sullo stesso campo della riabilitazione internazionale della
Libia e dell’esportazione di idrocarburi. Basta rileggersi i comunicati di quei
giorni.
L’otto ottobre 2004 Tripoli dichiara
di aver deportato nel deserto del Niger nel solo mese di settembre circa 5.000
immigrati. Lo stesso giorno viene inaugurato il metanodotto tra Mellitah e
Gela. L’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi dichiara: "Mu‘ammar
Qaddafi è un grande amico mio e dell'Italia, è un leader della libertà. Sono
orgoglioso che l'Italia sia il primo paese importatore ed esportatore della
Libia". Tre giorni dopo, 11 ottobre 2004, l’Unione europea toglie
l’embargo a Tripoli, come annunciato da tempo. Le denunce del rapporto arrivano
due mesi dopo, ma cadranno presto nel dimenticatoio, sepolte dai toni della
diplomazia. Intanto i soprusi continuano e anzi peggiorano di pari passo
all’aumento della repressione. A settembre e novembre 2006, due studi
indipendenti di Afvic e Human Rights Watch confermano la gravità
della situazione dei migranti in Libia: retate, arresti arbitrari, torture e
deportazioni di massa vanno avanti.
Per tutti gli anni Novanta il
colonnello Mu‘ammar Qaddafi aveva aperto le porte della Jamahiriya prima ai
cittadini del mondo arabo, poi a tutta l’Africa in nome della solidarietà
africana. Nel giro di un decennio ai 5,5 milioni di libici si erano aggiunti
quasi due milioni di stranieri, due terzi privi di documenti di soggiorno. Di
pari passo crescevano tensioni sociali e microcriminalità. E il malcontento dei
libici si scagliava contro gli immigrati africani, trainato dalla retorica del
razzismo. Nel settembre del 2000 a Zawiyah tre giorni di guerriglie razziste
versarono il sangue di almeno 560 stranieri morti ammazzati. Il 24 settembre
una cinquantina di ragazzi libici al grido “via i neri” attaccavano un
accampamento di lavoratori sudanesi e chadiani, ammazzandone 50. Il giorno dopo
più di mille persone davano alle fiamme il campo della comunità ghanese, alle
porte della città. Dieci ghanesi morirono carbonizzati. Ma furono i nigeriani
ad essere colpiti più duramente. Il sei ottobre si contavano almeno 500 vittime
tra la comunità anglofona. Il tutto nell’indifferenza della polizia, la cui unica
risposta fu l’avvio delle deportazioni di massa. Migliaia di persone caricate
sui camion militari e abbandonate lungo 4.400 chilometri di frontiera
desertica, al confine con Tunisia, Algeria, Niger, Chad, Egitto e Sudan. Almeno
14mila dal 1998 al 2003. Uomini, donne e bambini. Detenuti senza processo, pane
e acqua per mesi, senza nessuna distinzione tra lavoratori e rifugiati
politici. Le deportazioni costarono la vita a centinaia di persone mandate a
morire in mezzo deserto. L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni
unite rimase a guardare. E intanto l’Italia gettava le basi per gli accordi
segreti.
Nel 2003 il governo Berlusconi,
giocando d’anticipo sulla revoca delle sanzioni internazionali contro la Libia,
sigla un accordo segreto con Qaddafi per il contrasto dell’immigrazione
clandestina. Un accordo che di fatto sospende l’embargo sugli equipaggiamenti
militari per la lotta all’emigrazione, all’indomani dell’impegno di Tripoli a
versare rimborsi milionari per le famiglie delle 440 vittime degli attentati
terroristici sui voli Pan Am 103 e Uta 722 del 1988 e 1989. Roma spedisce oltre
mare 100 gommoni, sei fuoristrada, tre pullman, 40 visori notturni, 50 macchine
fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 150 binocoli, 12 mila coperte di lana,
6.000 materassi e cuscini, 50 navigatori satellitari, 1.000 tende da campo e
500 giubbotti di salvataggio. Ma anche 1.000 sacchi per cadaveri.
Coperte e materassi servono ai
centri di detenzione per migranti che nascono in tutto il Paese. Secondo le
testimonianze raccolte da questo rapporto ne esistono almeno 20: a Ajdabiya, Binghazi,
Ghat, Gharyan, Ghudamis, aj-Jmayl, Juwazat, Khums, Kufrah, Marj, Misratah, Qatrun,
Sabratah, Sabha, Sirt, Surman, Tripoli, (almeno due centri: Janzur e Fellah), Zawiyah,
Zuwarah (vedi mappa in appendice). Non sempre si tratta di vere carceri.
Spesso sono vecchi magazzini adibiti alla funzione detentiva e sorvegliati
dalla polizia. Le testimonianze raccolte parlano di arresti in mare, sulla
rotta per la Sicilia, ma anche di retate della polizia nei campi e negli squat
abitati da immigrati piuttosto che nei locali lungo la costa dove vengono
nascosti dai passeurs il giorno della partenza. Le testimonianze parlano
di detenzioni durate mesi e in alcuni casi anni, senza nessun processo, in
condizioni di sovraffollamento, fino a 60 o 70 persone in celle di sei metri
per otto con un unico bagno. Le donne sono sistematicamente vittime di violenze
sessuali da parte della polizia, come documenta un capitolo del rapporto
dedicato alle violenze di genere. E gli uomini sono spesso vittime di pestaggi
sia al momento dell’arresto sia durante la detenzione, per i motivi più futili.
Le testimonianze parlano anche di tre rivolte dei migranti
detenuti, a Tripoli, Kufrah e Khums, finite la prima con due nigeriani morti
ammazzati dalle pallottole sparate in cella dalla polizia, la seconda con 70
detenuti presi a manganellate e calci e un ragazzo accoltellato da un agente, e
la terza con l’elettroshock. Speciali manganelli capaci di dare scariche elettriche
sono infatti in dotazione della polizia libica, almeno a Khums e Misratah. Gli
effetti delle scariche durano giorni, con cecità temporanea e gonfiore del
viso.
Secondo il rapporto della Missione
europea in Libia (2004) tre di questi centri sono stati finanziati dall’Italia.
Uno nel 2003, nel nord del paese. Altri due nel 2004 e 2005. L’articolo uno
comma 544 della finanziaria 2005 destina 23 milioni per il 2005 e 20 milioni
per il 2006 per fornire "assistenza finanziaria e tecnica in materia di
flussi migratori e di asilo, nonché per proseguire gli interventi intesi a
realizzare nei paesi di accertata provenienza di flussi di immigrazione
clandestina apposite strutture". Soldi finiti a Sabha e Kufrah, che
secondo quanto dichiarato recentemente dal sottosegretario del Ministero
dell’Interno Marcella Lucidi sarebbero serviti però a costruire un centro di
formazione per la polizia a Sabha e un centro sanitario a Kufrah.
Una volta arrestati le opzioni per i
migranti sono quattro. Chi ha soldi riesce a corrompere la polizia per uscire.
E spesso è la stessa polizia che lo mette in contatto con dei passeur
che possono riportarlo a Tripoli. Chi non ha soldi viene rimpatriato in aereo
nel proprio Paese d’origine, oppure viene caricato su dei camion militari, stipati
con 70-80 persone, e trasportato verso la frontiera meridionale: a Kufrah, a
sud est, o a Qatrun, a sud ovest. Da lì poi, dopo altri mesi di detenzione, i
camion carichi di migranti partono verso la frontiera, in pieno deserto. Chi
non ha soldi viene abbandonato in mezzo alla sabbia, chi può pagare 100 o 200
dollari viene riportato indietro, clandestinamente, dalla stessa polizia. La
quarta opzione è invece il sequestro di persona, praticato soprattutto a Kufrah.
Cittadini libici locali comprano la libertà di alcuni migranti detenuti,
corrompendo la polizia, e poi li tengono ostaggi nella propria casa fin tanto
che non pagano un riscatto di tasca propria o tramite un Western Union
inviato dai parenti all’estero.
Secondo dati ufficiali, dal 1998 al 2003 più di 14.500
persone sono state abbandonate in mezzo al deserto lungo la frontiera libica
con Niger, Chad, Sudan ed Egitto. Molti deportati, una volta abbandonati nel
deserto hanno perso la vita. Il Parlamento europeo, che il 14 aprile 2005
approvava una risoluzione che chiedeva all’Italia di bloccare le espulsioni
collettive dei migranti in Libia, informava – citando fonti libiche - della
morte di 106 migranti abbandonati dalla Libia alla sua frontiera meridionale
desertica. Solo nella regione di Ghat, lungo la frontiera con l’Algeria, gli
arresti nel 2006 sono stati 4.275 e nei primi cinque mesi del 2007 erano già
2.450, secondo un rapporto Frontex.
Oggi però la maggior parte delle espulsioni dalla Libia si
fanno via aerea e le cifre dei rimpatri sono decuplicate. 198.000 stranieri
espulsi dal 2003 al 2006. I dati sono ufficiali. 53.842 espulsioni nel 2006,
47.991 nel 2005, 54.000 nel 2004 e 43.000 nel 2003. E gli ultimi dati citati in
un rapporto di Frontex alla Commissione europea, parlano di 60.000 migranti
detenuti in Libia nel maggio 2007. Quanto la popolazione carceraria italiana,
tre volte i circa 22.000 migrati trattenuti nei centri di permanenza temporanea
in Italia nel 2006. Nel 2003 il 38% degli espulsi erano egiziani, il 15%
nigeriani, il 12% sudanesi, l’11% ghanesi e il 10% nigerini, seguiti da
marocchini, maliani, eritrei, somali, bengalesi e pakistani. Dal 2003 molte
deportazioni avvengono in aereo, anche su voli cargo. Nel 2005 la Libia ha
speso 2.935.000 dollari per i rimpatri. Al momento non sappiamo se l’Italia
abbia partecipato a questa spesa e in che misura. Di certo il governo italiano
ha pagato, dal 16 agosto 2003 al dicembre 2004, 47 voli della Air Libya Tibesti
e della Buraq Air che hanno rimpatriato 5.524 migranti rispediti per quattro
quinti in Egitto, Ghana e Nigeria, e per il resto in Mali, Pakistan, Niger, Bangladesh
e Siria. Ma anche 55 in Sudan e 109 in Eritrea, ovvero 164 potenziali rifugiati
politici deportati in paesi in guerra contro ogni convenzione internazionale
sul diritto d’asilo e sotto il silenzio assenso dell’Acnur. I 109
eritrei vennero rimpatriati il 21 luglio del 2004 su un volo Air Libia Tibesti
e sarebbero ancora detenuti in Eritrea. Un altro volo, partito poche settimane
dopo, il 27 agosto 2004, venne invece dirottato in Sudan di 75 passeggeri
eritrei, tra cui sei bambini. Sessanta di loro vennero poi riconosciuti
rifugiati politici dall’Acnur nella capitale sudanese Khartoum.
Ma la vita dei migranti in Libia è a
rischio molto prima delle eventuali espulsioni, fin dai viaggi attraverso il
deserto per entrare nel Paese e raggiungere il Mediterraneo. Le piste transahariane
sono disseminate degli scheletri dei clandestini. Il Sahara è un passaggio
obbligato. E più pericoloso del mare. Il grande deserto separa l'Africa
occidentale e il Corno d'Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e
sui fuoristrada partendo da Sudan, Chad e Niger. Secondo la rassegna stampa
internazionale curata da Fortress Europe, dal 1996 almeno 1.579 persone hanno
perso la vita nella traversata. Eppure potrebbero essere molti di più. Stando
alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Il
19 giugno 2003 l’ambasciatore del Ghana a Tripoli, George Kumi, parlava di 200
connazionali ritrovati morti alla frontiera col Niger soltanto nel primo
semestre del 2006.
In Niger l’asfalto finisce a Agadez
e riprende dopo 1.100 chilometri di piste, via Dirkou, alle porte dell’oasi di Qatrun,
in Libia. Da lì Tripoli dista un giorno di viaggio. Le auto per il Sahara partono
da Agadez e Dirkou. Camion Mercedes 6x6 o fuoristrada Toyota. Le autorità sono
bene informate e la polizia nigerina vive estorcendo denaro ad ogni passaggio
dei clandestini. Qui uno stipendio mensile sfiora i 50 euro, ma il giro
d’affari dell’emigrazione clandestina nel Sahara, tra estorsioni e razzie vale
fino a 20 milioni di euro l’anno. Soldi che vanno in tasca a passeurs e
militari. I clandestini sono spremuti fino all’ultimo. E chi rimane al verde è
un uomo morto. In centinaia, se non addirittura migliaia, vivono bloccati da
anni nelle oasi di Dirkou e Madama. Sono i nuovi schiavi dei tuareg.
Ragazzi e ragazze, lavorano giorno e notte per un pugno di riso e pochi
centesimi.
La vita nel deserto è appesa a un
filo. Se il motore va in panne, l’auto si insabbia, o l’autista decide di
abbandonare i passeggeri e tornarsene indietro da solo, è finita. Nel raggio di
centinaia di chilometri non c’è altro che sabbia. Muoiono come mosche ogni
mese, ma le notizie filtrano difficilmente. Ventinove maggio 2005: 11 morti di
sete dopo un guasto del motore a 600 chilometri da Agadez. Otto ottobre 2004:
12 morti e 50 feriti in un incidente di un camion dell’esercito libico diretto
in Niger con un carico di deportati. Due giugno 2002: 45 morti di sete nel
deserto del Sudan. Diciotto settembre 2001: 52 morti sulle piste per Tamanrasset.
Diciotto maggio 2001: 140 morti nel deserto libico a sud di Murzuq. L’elenco
continua fino a quota 1.069 vittime. Nel 2005 l’associazione “Sudanese Popular
Congress” indicava in 486 il numero dei sudanesi morti nel deserto e
sepolti a Kufrah.
Iniziano in mezzo alle dune gli
abusi contro i clandestini e continuano fino a Tripoli, in un clima di totale
impunità. I migranti sono scroccati più volte dagli autisti a cui pagano il
viaggio per Tripoli una volta entrati in Libia dalla frontiera meridionale. Gli
autisti prendono i soldi in anticipo e poi li abbandonano a metà strada. E i
migranti sono spesso vessati anche una volta arrivati a Tripoli, anche in mezzo
alla strada. Spesso vengono fermati da bambini e adolescenti, che chiedono loro
dei soldi. Chi paga è lasciato in pace, chi si rifiuta viene aggredito da bande
armate, pestato e in alcuni casi accoltellato e addirittura ucciso. E uccisi
sono finiti anche alcuni migranti fermati dalla polizia e ammazzati in
circostanze poco chiare durante il trattenimento al commissariato, secondo
quanto riportato da alcune testimonianze.
Lo stesso trattamento è riservato
agli harragas (letteralmente: coloro che bruciano, la frontiera)
egiziani e marocchini. Un marocchino è stato addirittura picchiato, torturato,
bruciato e gettato in mare dai propri passeurs la notte della partenza,
in un clima di diffusa impunità e di palese connivenza tra le mafie dei passeurs
e le autorità libiche. Una connivenza confermata dal fatto che nessuno dei
migranti intervistati è mai stato interrogato, una volta arrestato, per
arrivare ai nomi degli organizzatori del suo viaggio. Quella marocchina era la
prima nazionalità nel 2006 tra i migranti sbarcati in Sicilia: 8.146 su 21.400.
Nel 2005 erano stati soltanto 3.624, preceduti dai 10.201 egiziani. Nel 2005
vennero arrestati in Libia ed espulsi a Casablanca più di 2.500 marocchini. E
nel dicembre 2006 fonti governative a Rabat parlavano di 763 detenuti a Tripoli
pronti ad essere rimpatriati. Arrestati alla frontiera, negli aeroporti o
durante i rastrellamenti a Tripoli e Zuwarah, una lista dei detenuti è inviata
dalle autorità di polizia al Consolato marocchino, che a sua volta ne informa
le famiglie. Una catena di comunicazione apparentemente semplice, ma che può
richiedere mesi e mesi prima che a casa si sappia qualcosa di un figlio
scomparso in una telefonata che ne annunciava la partenza per mare l’indomani.
Chi riesce a nascondersi addosso dei soldi prima della perquisizione riesce a
telefonare a casa. Gli altri, spogliati di tutto, sono completamente isolati.
Una volta contattati i parenti, sono loro a comprare il biglietto di ritorno e
a faxarlo al Consolato per chiedere la liberazione dei figli, dei fratelli, dei
mariti. Ma non sempre funziona.
È questa la Libia che arresta,
tortura e deporta migliaia di giovani harragas, e protegge le mafie dei passeurs,
i cui giri d’affari sono stimabili sui 100 milioni di euro l’anno. E non è un
segreto. Le prime denunce ufficiali del rapporto della Missione tecnica in
Libia dell’Unione europea arrivano nel dicembre 2004. L’Italia dunque sapeva
cosa stava finanziando a Kufrah e a Sabha nel 2004 e nel 2005. L’Italia sapeva
della presenza di richiedenti asilo politico tra i 166 passeggeri espulsi dalla
Libia sui charter pagati da Roma verso Sudan e Eritrea. L’Italia sapeva a quale
destino mandava incontro 1.876 giovani, perlopiù egiziani, sbarcati a Lampedusa
e deportati in aereo a Tripoli nell’ottobre 2004 e nel marzo 2005, prima che la
Corte europea dei diritti dell’uomo dichiarasse illegali le deportazioni
collettive in Libia nel maggio 2005.
Ma il fine giustifica i mezzi e
nella guerra all’immigrazione clandestina della Libia non si può fare a meno.
Nella mera contabilità degli sbarchi, i numeri degli arresti in Libia e delle
espulsioni non possono che essere accolti come “buoni frutti” della
cooperazione di polizia con la Libia dal ministro degli interni italiano
Giuliano Amato.
Dal febbraio 2007 la Libia ha
instaurato un regime di visti d’ingresso (fanno eccezione Egitto e Tunisia) e
istituito presso il ministero degli Interni la “Agenzia per la sicurezza dei
confini”, la “Guardia costiera” - dotata però di soli 12 gommoni e 12
motovedette per 2.000 km di costa - e il “Dipartimento contro l’immigrazione
illegale”. Nel 2006 sono stati arrestati 357 passeurs, dei quali 284
libici. Secondo il rapporto della seconda missione tecnica in Libia dell"Ue,
condotta da Frontex tra il 28 maggio e il cinque giugno 2007, nel 2006 le
autorità libiche hanno sequestrato 51 auto, 17 barche e 36 telefoni
satellitari. E nello stesso periodo sono stati anche recuperati 360 cadaveri di
migranti. Il documento non specifica se morti in mare o nel deserto. Non è
l’unico dettaglio taciuto dall’agenzia. Frontex infatti non dice niente sulle
modalità degli arresti, sulla loro convalida, sulla durata della detenzione,
sulla nazionalità dei rimpatriati e sulle condizioni delle carceri.
A febbraio 2007 la Libia ha dato un ultimatum
agli harragas: lasciare il Paese entro un mese. Per atterrare a Tripoli
dal primo marzo serve un visto di ingresso anche per tutti i cittadini dei
paesi arabi e africani. E il 2007 si annuncia per la Libia l’anno della caccia
all’uomo. Dal primo gennaio al 17 febbraio 3.747 stranieri sono stati arrestati
e da settembre 2006 a febbraio le deportazioni sono state addirittura 8.336. E
2.137 migranti irregolari sono stati arrestati nel mese di maggio 2007, e altri
1.500 a giugno. E a maggio 2007, secondo il rapporto Frontex i migranti detenuti
in Libia erano almeno 60.000. Segno che la conferenza euro-africana
sull’immigrazione tenutasi a Tripoli nel novembre 2006 sta dando i suoi frutti.
Ma anche i suoi effetti collaterali, come i 600 richiedenti asilo eritrei
detenuti a Misratah da un anno e sei mesi, e a rischio rimpatrio. Sono stati
arrestati sulle rotte per la Sicilia dalla guardia costiera libica o per strada
durante retate della polizia. Tra loro si contano un centinaio di donne e una
cinquantina di bambini. Alcune donne sono state stuprate dai poliziotti nelle
prime settimane di detenzione. Due donne incinte hanno partorito nel carcere.
Altre cinque donne sono incinte e daranno presto alla luce i propri bambini. Il
centro è sovraffollato, ai detenuti non è data alcuna assistenza medica,
nonostante i molti casi di scabbia e dermatiti e in alcuni casi di tbc ed
esaurimenti nervosi. Tra i detenuti ci sono anche 114 rifugiati riconosciuti
dall’Acnur in Etiopia e Sudan. Altre 49 donne sono state riconosciute rifugiate
dall’Acnur di Tripoli che ha intervistato le donne detenute e sta ora cercando
Paesi disponibili ad un loro resettlement, uno dei quali sarebbe
l’Italia, che avrebbe dato la disponibilità ad accoglierne 36. Gli altri
saranno probabilmente rimpatriati. Sono quasi tutti disertori dell’esercito
eritreo, in guerra con l’Etiopia. Se rimpatriati, rischiano di fare la fine dei
161 disertori eritrei fucilati nel giugno 2005 secondo Amnesty International.
Il governo eritreo è accusato di
gravi violazioni dei diritti umani da Amnesty International, Human Rights
Watch, Reporters sans Frontières, Nazioni Unite, oltre che dalla
stessa Unione Europea. Nonostante il patto di non belligeranza firmato
congiuntamente da Eritrea ed Etiopia ad Algeri nel 2000, lo stato di guerra di
fatto continua dal 1998. Ragazzi e ragazze, raggiunta la maggiore età, sono
obbligati alla coscrizione militare a tempo indeterminato e i disertori sono
puniti col carcere. Negli ultimi mesi la polizia eritrea sta procedendo agli
arresti, ad Asmara, dei familiari dei giovani fuggiti dall'esercito. Le
famiglie sono costrette a pagare somme ingenti per evitare il carcere. Vengono
inoltre perseguitati giornalisti, obiettori di coscienza, uomini politici e
leader religiosi. Una sorte a cui sono scampati i 2.589 eritrei sbarcati lungo
le coste siciliane nel 2006. Il 12% dei 22.016 cittadini stranieri sbarcati in
Italia lo scorso anno, il 20,8% dei 10.438 richiedenti asilo dello stesso
periodo. La Libia ha già deportato eritrei, nel 2006 e prima ancora nel 2004, a
più riprese, anche su un volo pagato dall’Italia. Nel 2002 Malta rimpatriò 223
eritrei. Oggi sono ancora detenuti nel carcere di massima sicurezza di Dahlak Kebir,
e molti di loro sono stati uccisi.
Qualora il piano del Commissario Ue
Franco Frattini diventasse operativo sin dal 2008, con la partecipazione della
Libia ai pattugliamenti europei di Frontex nel Canale di Sicilia e i
respingimenti in Libia di tutti i migranti intercettati, storie come quelle
documentate da questo rapporto diventeranno ordinaria amministrazione di
diritti negati, e di abusi tollerati da un'Unione europea che in nome della
guerra all'immigrazione clandestina via mare manderà a morire migliaia di
rifugiati. Ma in realtà i respingimenti collettivi in mare sono già praticati
per quanto proibiti dal diritto internazionale. Le testimonianze raccolte
parlano di almeno sei respingimenti, tra il 2005 e il 2006 per un totale di
almeno 600 persone rinviate in Libia. Navi fermate dalle autorità italiane,
maltesi, tunisine o libiche e scortate verso le acque libiche per poi essere
date in consegna alla guardia costiera libica. Recentemente invece è stato un
peschereccio spagnolo, il “Corisco” ad aver riportato a Tripoli 50 migranti
salvati in acque internazionali, 80 miglia a nord della costa libica, il 13
ottobre 2007. Quattro mesi prima, il 13 giugno, un altro peschereccio spagnolo,
il “Santa Maria de Loreto” aveva fatto la stessa cosa con 51 naufraghi soccorsi
al largo. E il 18 luglio 2007 invece un peschereccio tunisino era stato
dirottato dai migranti che aveva soccorso e preso a bordo, che volevano fuggire
dalla motovedetta tunisina che si stava avvicinando e che li avrebbe portati in
Tunisia per poi espellerli in Libia, come di fatto poi avvenne, senza che l’Acnur
di Tunisi fosse autorizzata ad esaminare i casi dei 22 respinti somali,
sudanesi, eritrei ed etiopi, tra cui 11 donne e due bambine di sei mesi e
cinque anni, e senza che oggi si sappia nemmeno il nome del carcere in cui sono
finiti una volta in Libia.
Ma i respingimenti si fanno anche sotto
la falsa veste del soccorso in mare. Lo ha ammesso lo stesso comandante della
nave “Vega” della Marina militare italiana, Francesco Saladino, esaminato come
teste nel processo di Agrigento che giudica sette pescatori tunisini accusati
di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver sbarcato a Lampedusa
44 naufraghi soccorsi al largo dell’isola. Secondo la deposizione di Saladino,
lo scorso otto agosto una corvetta militare tunisina di tipo Combattante soccorreva
34 miglia a sud di Lampedusa un’imbarcazione di migranti in difficoltà e li
riaccompagnava verso le coste tunisine. Casi come questo sono frequenti e sono
coordinati dai “Maritime search and Rescue Coordination Center” (Mrcc,
Centri di coordinamento del soccorso in mare) di Tunisi, Roma, La Valletta e
Tripoli, che si dividono gli interventi a seconda della localizzazione delle
navi e della disponibilità di mezzi di soccorso. Trattati come interventi di
salvataggio, di fatto contravvengono le convenzioni internazionali sui diritti
umani. La stessa Convenzione Sar sul salvataggio in mare indica l’obbligo di
ricondurre i naufraghi nel porto più sicuro, e non più vicino, e che nel caso
di cittadini di Paesi terzi non può essere in nessun caso un porto in Tunisia o
Libia, dove è documentata la sistematica detenzione arbitraria e in condizioni
degradanti dei migranti rimpatriati. L’espulsione in Paesi terzi dove la
persona rischi trattamenti inumani o degradanti è proibita anche dalla
Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e dalla Carta europea dei
diritti umani. Senza parlare dell’espulsione dei rifugiati in Paesi terzi non
sicuri, proibita dalla Convenzione di Ginevra e dalla Convenzione dell’Unione
africana sui rifugiati. Tunisia e Libia non sono oggi in grado di proteggere i
rifugiati, e le testimonianze di questo rapporto dimostrano l’incapacità dell’Acnur
di garantire il diritto d’asilo in questi paesi, sebbene l’Alto commissariato
abbia delle rappresentanze a Tunisi e Tripoli.
Altro capitolo quello dell’omesso
soccorso e della criminalizzazione del salvataggio in mare. I dati della
Guardia costiera italiana parlano chiaro: il 44% dei 560 interventi di soccorso
in mare effettuati nei primi sei mesi del 2007 dalla Guardia costiera sono
stati effettuati in acque sar (search and rescue) di competenza maltese,
“molti dei quali nati in area libica”, si legge in una nota inviata al
Ministero degli esteri dalla Guardia costiera nel mese di ottobre 2007. E in
acque sar libiche si sono svolti tre soccorsi tra giugno e settembre, altri tre
in acque sar tunisine e due in acque sar algerine. La guardia costiera italiana
lamenta la carenza di mezzi e la scarsa collaborazione delle autorità libiche e
maltesi. Malta ha una zona sar grande quanto la Gran Bretagna, troppo vasta per
essere pattugliata con i propri mezzi. E tuttavia Malta non vuole cedere un
solo centimetro delle sue acque sar perché all’area sar corrisponde uno spazio fir
(flight information service) che frutta al piccolo Stato un diritto di
passaggio per ogni aereo che sorvola l’area, a cui La Valletta non intende
rinunciare. Sulla latitanza della Libia basterebbe ricordare la triste
scomparsa di almeno tre barche con 107 persone a bordo questa estate.
Intercettate dopo la prima richiesta d’aiuto e mai più ritrovate al momento
dell’arrivo dei tardivi soccorsi. Il 28 luglio 2007 venivano perse le tracce di
un’imbarcazione con 25 passeggeri a bordo, probabilmente affondata nel mare in
tempesta tra la Libia e Malta, dopo che aveva inutilmente lanciato l’allarme.
L’11 giugno 2007, finiva dispersa un’imbarcazione con 25 passeggeri a bordo.
Bloccata nel mare in tempesta a 47 miglia dalla costa libica, aveva lanciato
l’allarme alcuni giorni prima. Un cargo iraniano a 20 miglia dai naufraghi non
li aveva voluti soccorrere temendo fossero armati. Malta aveva chiesto alla
Libia di intervenire, ma quando Tripoli aveva inviato un aereo in ricognizione,
due giorni dopo, della barca non c’era più traccia. Scomparsa. Né più né meno
come i 57 passeggeri fotografati il 22 maggio 2007 da un aero maltese, 88
miglia a sud di Malta, e poi affondati durante l’inutile attesa dell’arrivo dei
soccorsi. Un mancato soccorso a cui si aggiunge il sempre minore impegno dei
pescatori. I testimoni lo denunciano da anni. Barche semi-affondate e
pescherecci che tirano dritto senza fermarsi. Anche perché il soccorso, imposto
dalle convenzioni del diritto marittimo internazionale, è invece punibile con
il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il caso dei sette
pescatori tunisini sotto processo ad Agrigento, arrestati in flagranza di reato
lo scorso otto agosto dopo aver sbarcato a Lampedusa 44 naufraghi che avevano
soccorso ad una trentina di miglia dall’isola. Rimessi in libertà dopo un mese
di carcere, rischiano da quattro a 15 anni di detenzione.
Tutto questo, le retate in Libia,
gli arresti arbitrari, le torture e le deportazioni aiutano a buttarsi nel
Mediterraneo, anche a costo di morire, anche a costo di viaggiare con i bambini
neonati con cui negli ultimi anni arrivano sempre più spesso le donne rimaste
incinte durante viaggi lunghi anni. “Dalla Libia non si torna in patria – dice
Abraham, Eritrea -. La vita a Tripoli è un inferno, ma dopo aver visto il
deserto e dopo essere stato a Kufrah, non resta che continuare. L’Europa ormai
è a pochi chilometri e la vita non ha più valore”.
Con questo rapporto Fortress Europe chiede all’Unione
europea di sospendere qualsiasi forma di cooperazione con la Libia per il
contrasto dell’immigrazione clandestina in assenza di garanzie sul rispetto dei
diritti umani dei migranti arrestati, torturati ed espulsi dalla Libia. E
chiede altresì di intervenire per la liberazione delle migliaia di migranti e
rifugiati politici detenuti nelle carceri libiche come candidati
all’emigrazione clandestina. Fortress Europe apprezza le tre interrogazioni
parlamentari scritte presentate a ottobre al Consiglio e alla Commissione
europea, al Ministro dell’Interno e al Ministro degli Esteri italiani. Le
risposte a queste interrogazioni non arriveranno prima della fine del 2007, con
tutta probabilità. Nel frattempo la Libia è stata infatti eletta membro del
Consiglio di sicurezza dell’Onu per il biennio 2008-09, lo scorso 16 ottobre
2007. Lo stesso giorno Eni e la società petrolifera di stato libica “National
Oil Company” hanno siglato un accordo strategico che rinnova le concessioni in
essere, la ripresa delle attività esplorative e lo sviluppo della produzione
del gas in Libia fino al 2047 con investimenti di 28 miliardi di dollari in 10
anni. “L’intesa raggiunta – scrive l’Eni - consolida gli ottimi rapporti tra i
due Paesi del Mediterraneo”. L’Eni, lo ricordiamo, è controllata dallo Stato
che ne detiene il 38% delle azioni. Insomma sembra difficile che per l’affaire Misratah
il governo italiano metterà in discussioni i buoni rapporti con Tripoli e la
possibilità di raddoppiare l’importazione del gas che arriva a Gela da Mellitah,
da 8 a 16 miliardi di metri cubi l’anno.
Roma, 25 ottobre 2007, Gabriele Del
Grande
I
TESTIMONI
I
VIAGGI NEL DESERTO
Charles, Ghana
“Ho attraversato il Sahara dal Niger nel giugno 2007. Non
lontano dal posto di frontiera di Toumou ho visto con i miei occhi i corpi
mummificati di 34 persone. Della macchina non c’era nessuna traccia”
Yakob,
Etiopia
“Il problema è in Sudan. Paghi 300 dollari e ti dicono che
ti portano a in Libia. Ma gli autisti sudanesi ti lasciano al confine. Da lì si
continua sui fuoristrada dei libici. E i libici vogliono altri soldi. Non hai
scelta perché sono troppi chilometri di deserto. Chi paga continua e chi ha più
contanti aiuta quelli in difficoltà. Ma se non hai i soldi partono senza di te.
Sei meno di una merce per loro”
Daniel,
Eritrea
“Eravamo partiti in 32 da Khartoum, ma a Kufrah ci siamo
arrivati in 20. Il primo giorno otto di noi sono morti in un incidente,
schiacciati dal peso dell’auto. C’è stata una brutta discussione con i due
autisti sudanesi. Volevano prendersi gli anelli d’oro di due donne rimaste
uccise. Abbiamo protestato, non volevamo che toccassero i cadaveri. Ma non c’è
stato niente da fare. Erano armati e conoscevano la strada. Le abbiamo coperte
con un velo di sabbia e siamo ripartiti. Il giorno dopo, gli autisti ci hanno
chiesto dei soldi. Avevamo già pagato 300 dollari a testa a Bahri. Ma anche gli
autisti volevano il loro guadagno. Hanno chiesto 150 dollari a testa. Quattro
di noi non avevano più niente nelle tasche. E gli altri non avevano abbastanza
soldi per fare una colletta. Li abbiamo lasciati in mezzo al deserto e siamo
ripartiti. Dopo una settimana di viaggio ci hanno detto che eravamo arrivati in
Libia. Dicevano che sarebbe arrivato un camion entro poche ore, di non
preoccuparsi, e se ne sono andati. I libici sono arrivati dopo tre giorni. Tre
giorni sotto cinquanta gradi, senza acqua e senza coperta per la notte. Un altro
giorno e saremmo tutti morti di sete”.
Zerit,
Eritrea
“Sono entrato in Libia il primo novembre del 2002. Eravamo
su due fuoristrada, una cinquantina di persone. L’autista sudanese ci lasciò in
un’oasi lontana da Kufrah, in pieno deserto, dicendoci che sarebbe arrivato suo
cugino per proseguire il viaggio. La sera invece si presentò un uomo armato di
spada che pretendeva che pagassimo il soggiorno nella sua oasi. E poi voleva
appartarsi con una ragazza del gruppo. Era molto bella, ma viaggiava con il
marito. Alla fine della trattativa accettò di lasciare la ragazza e si
accontentò di 200 dollari a testa. Disse che ci avrebbe portato a Tripoli.
Invece ci abbandonò in una casa diroccata, fuori dalla città, e lì poco dopo si
presentò la polizia sparando in aria e arrestandoci tutti.”
Goitom, Eritrea
“Da Kufrah siamo ripartiti per Tripoli. Ma è difficile.
Perché ogni volta paghi e ti dicono che ti portano a Tripoli, poi dopo qualche
ora ti lasciano in mezzo al niente e ti dicono che loro tornano indietro, oppure
ti chiedono di pagare di nuovo per continuare il viaggio. E tu non puoi fare
niente, perché si paga prima di partire e non puoi denunciarli. Così prima di
arrivare alla capitale sei scroccato tre o quattro volte”
Beyené,
Eritrea
“Ho attraversato il Sahara nel 2004. Eravamo una trentina
sopra un fuoristrada pick-up. Lungo la pista incontrammo una macchina
abbandonata, vuota. Poco lontano c’erano gli scheletri di 32 persone, mezzi
coperti dalla sabbia.”
“Anche mio cugino è morto nella traversata. Soffriva di
diabete, era un medico, ma il viaggio era durato più del previsto e aveva
finito l’insulina. L’hanno dovuto abbandonare a metà strada.”
Abdu,
Somalia
“Erano 60, ai lati della pista, vicino alla frontiera.
Sessanta tombe. Erano morti durante il viaggio e probabilmente la macchina che
era passata dopo li aveva sepolti sotto la sabbia.
Saba,
Eritrea
“Ho visto morire con i miei occhi 44 dei 50 compagni di
viaggio con cui eravamo partiti. Siamo stati due settimane in mezzo al deserto,
senza acqua né cibo. I due autisti sudanesi ci avevano abbandonato nel deserto.
Dicevano di aspettare, che sarebbero arrivate altre due auto per proseguire il
viaggio. Ma sono arrivate soltanto due settimane dopo.”
Sennai,
Eritrea
“Avevo solo 17 anni allora. Ero partito dall’Eritrea nel
2004, insieme a un caro amico, Mussie. Eravamo su due fuoristrada diversi. Mussie
viaggiava insieme alla sorella ventenne. L’autista le aveva messo gli occhi
addosso da subito. La prima notte ha iniziato a infastidirla, l’ha portata in
disparte e ha provato a violentarla, lei si è messa a strillare. Mussie se ne è
accorto ed è corso per proteggerla. L’autista era armato e nella rissa lo ha
accoltellato a morte. Dopodiché si è ripreso la ragazza. Potevamo difenderlo,
ma eravamo in mezzo al deserto, e senza l’autista non avremmo mai trovato la
strada.”
Menghistu,
Etiopia
Primo viaggio
“Abbiamo viaggiato nel deserto per cinque o sei giorni fino
a Kufrah. L’acqua era dentro i bidoni e i libici la distribuivano una volta al
giorno, ci facevano scendere dalle macchine e ci mettevano in fila e ci davano
un bicchiere ciascuno una volta al giorno. Quando siamo arrivati a Kufrah i
libici hanno cominciato a urlarci e bastonarci appena qualcosa li disturbava,
ci bastonavano alla prima occasione. Quando stavamo in fila se qualcuno la
rallentava o usciva fuori dalla fila lo bastonavano, ma noi non avevamo più la
forza e non ci potevamo opporre. In Libia il potere era il loro. Quelli che di
noi parlavano arabo erano i più bastonati.
A Kufrah abbiamo cambiato la
macchina e ci hanno messo su un modello vecchio di pick-up con il rimorchio
chiuso. Ci siamo entrati in 18, si stava seduti con le gambe strette tra le
braccia, non ci potevamo muovere di un centimetro e le persone piangevano e si
lamentavano, aspettavamo solo il momento che le gomme affondavano nella sabbia
allora si doveva scendere per liberarle e così potevamo respirare per qualche
minuto. Abbiamo imparato subito le parole ‘sali e scendi’ perché se non capivi
queste parole ti bastonavano, dicevano: ‘animali scendete! animali salite!’.”
Secondo viaggio, dopo l’arresto a Kufrah
“Siamo partiti di giorno, il pomeriggio, durante il viaggio
abbiamo cambiato le macchine quattro volte. Ci siamo fermati a Ajdabiya perché
una macchina aveva dei problemi e così hanno diviso i passeggeri nelle altre
macchine e si stava molto stretti e in piedi. Io ho cercato durante una sosta
di nascondermi e andare in un’altra macchina dove erano di meno, ma un libico
mi ha visto. Ho cominciato a correre fino a quando mi ha preso e mi ha
picchiato con il bastone. I libici non hanno con loro solo i bastoni ma anche
pugnali e spade e qualche volta ti minacciano impugnando la spada.
Dopo Ajdabiya, nell’ultima parte del
viaggio siamo stati trasferiti dai pick-up in un camion coperto da un telone,
in tutto eravamo in sessanta. Hanno messo le donne davanti a una piccola
finestra e ci hanno fatto entrare in piedi per farci stare tutti e poi con una
parola ‘gams!’ ci hanno gridato di sederci, altrimenti se fossimo entrati
ognuno sedendoci non ci saremmo stati tutti. Io sono rimasto senza posto, sono
rimasto in piedi. Chi era rimasto in piedi hanno cominciato a picchiarlo sulla
testa per farlo sedere per forza. Dopo che mi avevano bastonato la prima volta
e pensavo che non mi vedevano mi sono alzato di nuovo, però da fuori si vedeva
la mia testa contro il telone e allora un’altra bastonata mi ha colpito sulla
nuca.
Nel camion c’era una grande
tensione, mancava l’aria per respirare e sentivi che stavi per morire e la
tensione cresceva, avevo con me una penna e ho cominciato a bucare il telone
fino a quando l’ho strappato, entrava un po’ d’aria e tutti volevano venire
dalla mia parte. Alla fine del viaggio, quando ho guardato il telone era tutto
bucato. Si respirava uno alla volta, prendevi aria e poi lasciavi il posto ad
un altro e poi di nuovo e via così per tutto il viaggio. C’era un ragazzo che
stava male e voleva uscire, strappare il telone, urlava e allora abbiamo fatto
un buco più grande e lo abbiamo messo sotto per farlo respirare meglio.
Tutti spingevano perché non c’era
spazio, io ho fatto tutto il viaggio piegato in due con il telone che premeva
sulla schiena, in quei momenti non vuoi che nessuno ti tocchi, tutti sono
nervosi, c’era un uomo che mi dava i pizzichi alle cosce per farmi spostare, le
buche ti fanno sobbalzare contro i vicini e quando lo toccavo lui si arrabbiava
e allora ci siamo presi a pugni, ma alla fine del viaggio, quando siamo
arrivati, ci siamo chiesti scusa.
Durante il viaggio bevevamo acqua
calda mischiata con benzina. Durante una sosta per bere quando i libici hanno
visto che il telone era tutto strappato ci hanno cominciato a picchiare.
Con noi, nel camion c’era un etiope più anziano che si
chiamava Mandela che a Tripoli, due giorni dopo il nostro arrivo, è stato
arrestato per la terza volta e rispedito a Kufrah. Quando mesi dopo l’ho
rincontrato a Tripoli mi ha detto: “lo sai, quest’ultimo viaggio l’ho fatto
come te: in piedi con la schiena piegata contro il telone”. Poi Mandela è morto
durante il viaggio in mare. È morto quando io ero già a Trapani”.
GLI
ABUSI SUBITI PER STRADA
Abraham,
Eritrea
“Sono partito da Tripoli nel luglio 2007. È una città invivibile.
Ad ogni angolo della strada incontri gente che ti chiede dei soldi. Sanno che
devi partire per l’Italia e credono che tu sia pieno di soldi. Se non paghi ti
aggrediscono. Te li chiedono anche bambini, ragazzini. E se non paghi, poi ti
ritrovi a dover fare i conti con il gruppo degli amici più grandi e rischi di
essere pestato in mezzo alla strada senza nessun motivo o ancora peggio di
essere denunciato alla polizia.”
Daniel,
Eritrea
“Se ti aggrediscono e chiami la polizia sei tu ad essere
arrestato. Contro di noi sono due volte razzisti. Siamo neri e siamo cristiani.
Stavo camminando con un amico, Goitom, a Tripoli, quando un gruppo di ragazzi
libici ci fermò. Volevano sapere come ci chiamavamo. Allora ci presentammo con
dei nomi musulmani. Io dissi di chiamarmi Muhammad e Goitom si presentò come Mustafa.
Allora ci chiesero se eravamo musulmani. Dicemmo di sì, fortunatamente
parlavamo bene l’arabo. Non ancora convinti, ci chiesero di recitare la sura Fatiha
del Corano. Io la conoscevo, ma Goitom rimase in silenzio. Mi lasciarono
andare. Corsi a nascondermi dietro un muretto. Sentivo gridare, lo stavano menando,
volevano i soldi. Goitom aveva 900 dollari in tasca, dovevano servire per il
viaggio. Provò a difendersi. Ma quelli l’accoltellarono e poi gli portarono via
tutto. Quando se ne erano andati era già morto, in una pozza di sangue”.
Abdu,
Somalia
“A Tripoli, se incroci un libico sul tuo stesso marciapiede,
quello ti urla di camminare dall’altro lato della strada. Non hanno rispetto
per nessuna donna che non sia libica. Solo se una donna è in cinta la
rispettano. Conosco una coppia, la polizia era entrata in casa loro di notte,
durante una retata. Lei l’hanno stuprata con un manganello, davanti al marito,
costretto a guardare. E poi c’è il problema della salute. Uno straniero senza
documenti in Libia, anche se moribondo, non troverebbe il coraggio di andare in
ospedale”
Menghistu, Etiopia
“A Tripoli sei sempre in tensione perché non pensi ad altro
che alla possibilità di essere di nuovo arrestato e rispedito a Kufrah. Con il
tempo questa diventa una vera e propria ossessione. Ogni giorno il grande problema
era tornare a casa con il taxi perché quasi tutti i tassisti di Tripoli sono
poliziotti, ti dicono che ti portano a casa e invece poi chiamano un loro amico
in servizio che arriva con la macchina della polizia e ti rubano i soldi.
Fortunatamente a me non è mai successo, prima di salire su un taxi perdevo
sempre quasi dieci minuti prima di scegliere una persona che non mi sembrava un
poliziotto e se mi chiedevano di dove ero rispondevo che ero somalo, perché
loro sanno che gli etiopi e gli eritrei sono lì per partire per l’Italia e
hanno molti soldi con loro differentemente dai somali, inoltre loro sono
musulmani come i libici. Piano piano ho imparato qualche parola in arabo per
fare un po’ di conversazione, raccontavo quello che sapevo sulla Somalia, insultavo
gli Stati Uniti e così l’autista si rilassava e questo mi faceva sperare che
non mi avrebbe denunciato alla polizia. Se vuoi sopravvivere in Libia devi
prevedere ogni cosa, tutto deve essere fatto con circospezione e attenzione,
non ti puoi mai rilassare, non devi perdere mai la concentrazione. Prima di
uscire di casa devi controllare se ci sono persone sulla strada e anche quando
rientriamo non lo facciamo insieme ma rientriamo uno alla volta, parli a bassa
voce e cerchi di non guardare nessuno negli occhi, neanche i bambini. I bambini
e i giovani che incontri sulla strada seduti accanto ai negozi ti gridano:
‘polizia polizia’, e poi ‘gib ruba’ che è un ordine e vuol dire: ‘vieni e dammi
un quarto di dinaro’, e se tu non glielo dai, loro ti tirano i sassi”.
Anonimo 1, Eritrea
“I libici ti aggrediscono per strada, ti minacciano e a volte
chiamano la polizia per farti arrestare. Ho ancora la cicatrice di una
coltellata inflittami da un ragazzo libico per la strada, perché voleva che gli
dessi dei soldi.”
Wares,
Eritrea
“La popolazione libica è profondamente razzista ci chiamano
‘haywan’, che vuol dire ‘animali’, ci minacciano per la strada con le pistole,
ci picchiano per rubarci i soldi. Nessuno ci protegge”.
GLI ABUSI
DEI PASSEURS
Mohammad,
Marocco
Mohammad mostra due foto del figlio, Imad, 28 anni. In una è
sorridente, con due amici a braccetto in riva al mare, su una spiaggia di
Casablanca. Nell'altra è un cadavere nudo, viola, con una ferita da arma da
fuoco nell'addome, i segni di una corda stretta al torace, una gamba bruciata e
il volto tumefatto.
“Mio figlio è stato legato, torturato, bruciato vivo e
gettato in mare. L’ha ucciso il suo passeur, Mohammad, cognato della
sorella di Imad, residente in Italia. L’ultima volta che ho parlato con lui al
telefono è stato il 22 marzo 2004. Due giorni dopo, la notte del 24, 57 persone
sono state costrette ad imbarcarsi nonostante il mare in tempesta e le piogge
torrenziali. Imad si è rifiutato. Il mare non era sicuro, non voleva morire
così. L’hanno torturato e ammazzato. Il corpo è stato recuperato in mare. L’ho
potuto vedere all’ospedale di Misratah, in Libia. Ho mostrato questa foto al
Console e all'Ambasciatore del Marocco a Tripoli per chiedere l'arresto del
killer. Ma l’unica conseguenza delle mie denunce è stata la scomparsa
dell’unica prova del reato: il corpo martoriato di mio figlio. Due mesi dopo la
mia visita, quando mia moglie si è presentata alla camera mortuaria, il
cadavere non c’era più e da allora non sappiamo più niente”
Tareke,
Eritrea
“Eravamo 264. Ci fecero le foto e ci chiesero i nomi. Ma
nessuno di noi fu interrogato. Né al momento dell’arresto, né nei successivi
mesi di carcere, nessuno mi ha mai chiesto i nomi degli organizzatori del
viaggio”
Anna,
Eritrea
“Tutto era pronto per la partenza, era nel maggio 2006. Ci
avevano nascosti in un rudere lungo la costa. Avevamo già pagato il biglietto,
dovevamo aspettare che ci venissero a prendere. Invece arrivò la polizia.
Picchiavano a destra e sinistra. La gente scappava. Io riuscii ad arrampicarmi
su un albero, con il bambino di sei mesi in braccio e non mi videro. Rimasi
così fino al mattino”.
Menghistu, Etiopia
“Nel deserto, alla frontiera, gli autisti sudanesi ci hanno
affidato ai libici. Abbiamo pagato loro trecento dollari, dicevano che ci
avrebbero portato fino a Binghazi. Dopo mezz’ora di viaggio ci siamo fermati in
un posto dove c’erano delle capanne abbandonate. Lro si sono sistemati distanti
da noi in una capanna più lontana. Il secondo giorno i libici ci hanno detto di
andare con loro al pozzo per riempire le taniche di acqua. Quasi tutti i
ragazzi sono andati, mentre le tre ragazze, sono rimaste con altri due ragazzi
di cui uno era il fidanzato e l’altro il fratello di una delle ragazze. I
libici che erano rimasti hanno detto ai due ragazzi di andare a prendere la
legna, ma loro si sono rifiutati, avevano capito che i libici volevano abusare
delle ragazze. Hanno litigato e quando siamo tornati ci hanno raccontato. La
sera abbiamo fatto una piccola riunione e abbiamo deciso di andare dai libici,
tra noi c’era chi parlava bene l’arabo. Siamo andati tutti insieme e molto
decisi, gli abbiamo detto che non si dovevano avvicinare più alle ragazze,
mentre gli parlavamo li abbiamo circondati, allora il fidanzato della ragazza
ha preso un bastone infuocato e voleva scagliarlo contro il libico che voleva
abusare di lei, ma lui aveva tirato fuori la pistola. Tutti gridavano, fino a
quando il capo dei libici ha chiamato uno di noi, hanno parlato e si sono messi
d’accordo e la situazione si è calmata. Il giorno dopo avevamo finito le
sigarette e quello della pistola fumava le Marlboro e quando uno di noi è
andato a chiedergliene una lui gli ha detto: “tu chiama la ragazza e io ti do
una Marlboro”.
GLI
OMICIDI COMMESSI DALLA POLIZIA ALL’ARRESTO O NEI COMMISSARIATI
Tajo,
Nigeria
“Conosco personalmente almeno due casi di ragazzi ammazzati
dagli agenti di polizia a Tripoli. Il primo è un ragazzo nigeriano, di nome Idewin.
Venne arrestato a Tripoli durante una retata e morì pochi giorni dopo per una
brutta ferita alla testa causata da un colpo di manganello. L’altro era un ghanese.
L’avevano portato al commissariato, non so esattamente perché. So solo che morì
per un colpo fatale che gli sferrarono al collo durante un pestaggio, era nel
febbraio del 2007”
I
RESPINGIMENTI COLLETTIVI IN MARE
Tareke,
Eritrea
“Ci siamo imbarcati da Zuwarah nel luglio 2005. Eravamo 264
persone, su una vecchia nave, di notte. Dopo dieci ore di navigazione, il
motore si ruppe. Passammo cinque giorni in mare, in avaria. Poi una nave
militare battente bandiera maltese, intorno alle 17:00 ci soccorse. A bordo
c’erano anche donne e bambini. Dopo qualche ora si avvicinò una barca rossa
battente bandiera italiana, scattarono delle foto poi se ne andarono. I maltesi
ci agganciarono al traino e invertirono la rotta, verso sud. Finché ci
raggiunse una nave battente bandiera libica. I maltesi tornarono indietro, e i
libici ci trainarono fino al porto più vicino, dove arrivammo l’indomani.
Mentre ci facevano scendere sul molo, gli agenti ci canzonavano ‘Allora, volevi
andare in Italia te, eh?’ e ci spintonavano dandoci schiaffi, calci e
cazzotti”.
Hurui,
Eritrea
“Era nel luglio del 2005. Ero partito con mia moglie Anna e
il nostro bambino di tre mesi. Salpammo da Zuwarah, a bordo eravamo in 64. Ma
dopo poche ore eravamo già semi-affondati, perché imbarcavamo acqua dai buchi
tra le tavole dello scafo. Il motore andò in panne. La mattina arrivarono i
soccorsi degli operai italiani di una vicina piattaforma petrolifera. Presero a
bordo donne e bambini, e non tornarono più indietro. Dopo due giorni alla
deriva, ci intercettò un elicottero italiano e venimmo soccorsi. Ma al centro
di prima accoglienza di Lampedusa non c’era traccia di mia moglie e del
bambino. Cinque mesi dopo incontrai a Milano una delle donne che era stata
soccorsa insieme a mia moglie. Mi raccontò che le avevano affidate alla Guardia
costiera libica, che erano state portate a Zuwarah e arrestate. Lei era
riuscita ad uscire pagando una guardia. Mia moglie invece era stata deportata a
Kufrah con tutte le altre, insieme al bambino piccolo”.
Ayman,
Tunisia
“Eravamo più di 200 persone. Partimmo il 26 giugno 2006 da Farwah,
un isolotto sul litorale di Bu Kammash, a metà strada tra Rass Jdayr e Zuwarah.
Dopo venti ore di navigazione, la nave – che si chiamava Tulaitila – fu
intercettata da una corvetta militare battente bandiera italiana. Ci scortarono
fino a terra, sbarcammo alle otto del mattino del 28 giugno 2006. Durante lo
sbarco, una quarantina di persone, compresi i passeur, si tuffarono in
mare e riuscirono a scappare, tutti noi altri fummo portati in un centro. Il
giorno stesso, verso le 21:00, ci rimisero a bordo della Tulaitila e ci
scortarono fino a mattino, per poi affidarci ad una motovedetta verde della
guardia costiera libica. Navigavamo verso sud, ci riportavano a Zuwarah. Sulla
nave a un certo punto esplose una rissa tra un gruppo di marocchini e un gruppo
di tunisi, si davano la colpa l’uno con l’altro per il fallimento della
traversata. Gli agenti libici ci spararono addosso. Morirono sei persone sul
colpo. Io conoscevo uno di loro, Hasan Yusef, marocchino. Dovemmo buttarli in
mare. Il 30 giugno la Tulaitila attraccò finalmente al porto di Zuwarah. Dopo
una notte al commissariato ci trasferirono ad aj-Jmayl. Ci interrogavano a
gruppi di cinque. Chiedevano come eravamo entrati in Libia e che andavamo a
fare in Italia. Io sono entrato con gli ultimi tre. Nella stanza c’erano nove
poliziotti. Ci iniziarono a picchiare, a colpi di manganello e calci. Finii
all’ospedale con un altro ragazzo. Avevo tre costole rotte e una ferita interna
che non mi curarono e che mi costrinse ad un intervento chirurgico una volta
ritornato a Sousse, in Tunisia, un mese dopo”.
Ibrahim, Eritrea
“Durante il mio primo tentativo di viaggio siamo stati
bloccati in acque tunisine dalla polizia tunisina che ci ha portato per venti
giorni in una prigione per poi lasciarci aldilà del confine libico, in mano ai
poliziotti libici, verso Zuwarah. Da quel momento sono stato trasferito in
quattro prigioni diverse (Naser, Fellah, Seraj, Juwazat). Ogni volta che
arrivavano persone nuove e le prigioni si riempivano ci trasferivano in
un’altra”.
Fatawhit, Eritrea
“Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando
siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petroliere. D’un tratto in mezzo
al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco.
Proprio da là é uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese
fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’
stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato
nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per due mesi alla prigione
di Juwazat, un mese a Misratah e otto mesi a Kufrah”.
Sium, Eritrea
“Eravamo partiti dalla Libia, dopo tre giorni di viaggio
abbiamo perso la rotta e girando a vuoto abbiamo finito la benzina. Siamo stati
intercettati da una nave militare libica che ci ha riportato sulla costa. Sono
stato imprigionato per quattro mesi durante i quali mi hanno trasferito in
cinque prigioni diverse: Fellah, Ajdabiya; Marj,
Binghazi, Kufrah”
.
LE
VIOLENZE CONTRO LE DONNE
Fatawhit,
Eritrea
“Ho visto molte donne violentate nel centro di detenzione
di Kufrah. I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la
violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra
donne sposate e donne sole, Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro
sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a
forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro
mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle
loro schiene”.
Selam, Etiopia
“A Kufrah dormivano in camerate con altre 50/60 persone,
donne e uomini, sul suolo. Ci davano acqua e pane. Ho assistito alla stupro di
una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola
donna. Molte rimangono in cinta. Una volta che escono di prigione non resta
loro che affidarsi a un aborto clandestino. A volte utilizzano la tecnica
dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli
aborti”.
Araya, Etiopia
“Mi hanno arrestato tre volte in Libia. Durante la
detenzione in un carcere vicino Tripoli, ho subito una violenza sessuale da
parte dei poliziotti. Erano in gruppo. Quasi tutte le donne che sono detenute
nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della
polizia, forse le uniche che sono risparmiate, sono le donne con dei figli
molto piccoli”.
Wendummo, Eritrea
“In tre anni in Libia sono stata arrestata cinque volte: una
volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una
volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo dieci ore di
viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. Ad ogni
arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufrah
e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone,
dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia,
ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che
stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con
mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia”.
Hewat, Etiopia
“Eravamo in una casa dove avevano radunato tutti quelli che
si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono
entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di
fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta, e
subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi.
Matiwos, Eritrea
“Mi
hanno arrestato durante una retata in città e mi hanno detenuto per due mesi
nella prigione di Marj. Ho assistito a delle violenze sessuali contro le
donne”.
Wares, Eritrea
“Una donna che era detenuta al Fellah, a Tripoli, nel mio
stesso periodo, mi ha raccontato di essere stata violentata dalla polizia”.
GLI
ABUSI E LE VIOLENZE NEI CENTRI DI DETENZIONE PER MIGRANTI
BINGHAZI
Solomon, Etiopia
“In Libia sono stato in carcere cinque giorni vicino Binghazi.
Tante persone, tutte insieme, stavano dentro una piccola stanza. E poi, fuori,
all’aperto sotto il sole. Non c’era acqua per lavarsi. Mi sono preso una
dermatite su tutto il corpo, che mi porto ancora adesso in Italia”.
JUWAZAT
Hewat, Etiopia
“Dopo dieci ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia
libica ci ha intercettato, ci ha riportato sulla costa e siamo stati tutti
trasferiti nella prigione di Juwazat”.
Saberen, Eritrea
“Siamo
stati arrestati dopo un’ora che la nostra barca aveva lasciato le coste
libiche. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha
cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in
cui siamo stati portati: Juwazat. Sono rimasta
lì per un mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai
colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle
pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla
pianta del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho
dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e
gli ultimi soldi che mi restavano”.
SIRT
Abraham,
Eritrea
“Mi arrestarono a Binghazi. Dovevamo andare a Tripoli, in auto.
A un posto di blocco la polizia ci fermò, ci chiese i documenti e poi ci portò
al centro di detenzione a Sirt. Sono stato dentro due settimane. Ci tenevano a
pane e riso. Avevo con me 400 dollari, e con quelli corruppi un agente che mi
fece uscire”.
MISRATAH
Tareke,
Eritrea
“Ci scaricarono a Misratah. Nel corridoio d’ingresso del
centro, i poliziotti giocavano al ‘cammino dei canguri’. Due file di agenti
armati di tubi neri di plastica bastonavano uno ad uno i nuovi arrivati che
filavano verso le camerate.”
Anonimo 3, Eritrea
“A Misratah siamo detenuti in 600 circa, siamo tutti
eritrei. Ci sono un centinaio di donne e una cinquantina di bambini. Il primo
gruppo di 450 persone è dentro da un anno e sei mesi, gli altri li hanno
portati quattro mesi fa. Alcuni li hanno arrestati in mare mentre navigavano
verso l’Italia. Altri li hanno arrestati prima della partenza mentre
aspettavano nascosti l’arrivo dei passeur. Altri ancora li hanno fermati
per strada per un controllo dei documenti e c’è anche chi è stato prelevato a
casa, durante retate notturne. Un signore l’hanno portato in commissariato
ancora in pigiama. Abbiamo lasciato tutti i nostri beni incustoditi, a casa.
Prima di portarci qua ci hanno perquisito e preso tutto. Alcuni avevano i
documenti come rifugiati politici, ma glieli hanno strappati. Durante le prime
settimane di detenzione alcune donne sono state struprate dagli agenti. Almeno
sette persone sono state ricoverate per esaurimento nervoso. C’è chi si è preso
la scabbia o delle dermatiti, c’è chi ha malattie polmonari, attacchi asmatici,
problemi intestinali, e gastriti. Tre persone sono state ricoverate in ospedale
per tubercolosi. Due donne hanno già partorito in carcere, e altre cinque sono
incinte, di cui tre vicine al parto. Ma non abbiamo nessuna assistenza
sanitaria. Ci tengono in delle camerate dove dormiamo in settanta, per terra,
la notte ci si incastra, con la testa accanto ai piedi del vicino. Di giorno il
caldo è insopportabile e l’aria è appesantita dalle fetide esalazioni che salgono
dagli scarichi dei bagni, che quando si intasano riversano liquami sui
pavimenti. Da bere abbiamo soltanto tre barili d’acqua al giorno, per 600
persone. La notte invece inizia a fare freddo e non abbiamo coperte”
Yohannes, Eritrea
“Sono
stato tre mesi in Libia. Ci hanno arrestato mentre ci stavamo imbarcando sulla
nave che ci doveva portare in Europa. Siamo stati tutti portati a Misratah,
c’erano in tutto 400 persone nella prigione. Ogni giorno c’erano delle
violenze, giusto per farlo, senza un motivo preciso. Il cibo era molto scarso.
Sono potuto uscire pagando alla polizia libica”.
Tekle, Eritrea
“Durante la detenzione mi hanno spesso dato delle
manganellate sulla schiena”.
ZAWIYAH
Anonimo 4, Eritrea
“Siamo in 500 immigrati detenuti di cui 103 eritrei, tre dei
quali sono minorenni. Siamo continuamente maltrattati dalle guardie carcerarie
libiche. Il primo settembre 2007 hanno fatto spogliare nudi tutti noi eritrei e
ci hanno frustato e bastonato senza ragione. Molti hanno ricevuto calci negli organi
genitali. Tutto questo davanti alle donne, tutto questo senza ragione. Il 22
ottobre 2007 tre eritrei sono stati picchiati dalle guardie sulla pianta del
piede al punto che non si reggevano in piedi. Da quattro mesi siamo lasciati
senza un cambio di vestiti, tuttora non abbiamo nulla per cambiarci, e non
abbiamo la possibilità di fare il bucato perché non ci sono saponi. C’è una
puzza insopportabile. Una decina di persone a causa della sporcizia hanno
piaghe su tutto il corpo, e ci stiamo contagiando. In quattro mesi non siamo
mai stati visitati da un medico e non abbiamo visto la luce del sole. Non
abbiamo scarpe, siamo scalzi e di conseguenza prendiamo freddo la notte non
avendo coperte. Qualche giorno fa, mentre stavamo pregando, sono arrivate le guardie
e ci hanno malmenato chiamandoci giudei. Siamo ammassati in una stanza più di
50 persone in pessime condizioni igieniche”
KHUMS
Daniel, Eritrea
“Sono stato arrestato mentre ero sulla spiaggia in attesa
dell’arrivo della barca con cui avremmo dovuto raggiungere Lampedusa. Avevamo
già pagato il passaggio. La polizia ci ha portato nella prigione di Khums.
Eravamo in 50 in piccole stanze, dormivamo al suolo”.
Anonimo 2, Eritrea:
“Eravamo
pronti a partire, sulla spiaggia, tutto già pagato, quando è arrivata la
polizia. Alcuni sono riusciti a scappare, ma molti sono stati arrestati. Ci
hanno detenuto a Khums. Dopo due mesi in condizione durissime abbiamo deciso di
cominciare uno sciopero della fame, per protesta. Dopo tre giorni, per
obbligarci a mangiare, ci hanno colpito con dei manganelli che provocano
l’elettroshock. Dopo essere stati colpiti cadevamo al suolo, mi era impossibile
aprire gli occhi, il viso si gonfia. L’effetto dell’elettroshock dura per
almeno due settimane, ma non hai il diritto di essere visitato da un medico.
Questa tecnica è utilizzata generalmente in caso di ribellione, come era stato
il caso per il nostro sciopero della fame. Se una donna si rivolta al tentativo
di violenza da parte di un poliziotto viene picchiata fino a quando non ha più
forze per ribellarsi allo stupro”.
Sereke, Eritrea
“Mi hanno arrestato lungo la costa, mentre mi stavo
imbarcando. A Khums spesso ci davano manganellate sulla schiena, senza motivo.
Sono riuscito a scappare”.
Zekarias, Eritrea
“Eravamo partiti con la barca dalle coste libiche, dopo
un’ora ci hanno intercettato le autorità libiche, ci hanno arrestato e portato
alla prigione di Khums. Sono stato detenuto per un mese. Ci davano da mangiare
solo due pezzi di pane e dell’acqua salmastra, Ogni giorno eravamo sottoposti a
delle torture per una o due ore. C’erano anche dei minori non accompagnati, che
subivano le stesse violenze”
Weldegabr, Eritrea
“Mi hanno arrestato mentre mi stavo imbarcando. A Khums
c’erano 200 persone, tra cui donne e bambini. Ho pagato 600 dollari per essere
liberato”.
MARJ
Fissahe, Eritrea
“Sono stato arrestato al confine tra Sudan e Libia, mi hanno
portato fino alla prigione di al Marj. Eravamo 67 eritrei di cui sei donne.
Spesso ci facevano uscire nel cortile e ci picchiavano. Ho visto delle donne
violentate dai poliziotti libici. Mangiavamo una volta al giorno.
Dopo due mesi, pagando 300 dollari per uscire e 250 per il
trasporto fino a Tripoli mi hanno rilasciato. Ho aspettato due mesi a Tripoli
per tentare il passaggio. Dopo un’ora dalla partenza la barca si è rovesciata a
causa del mare mosso, abbiamo fatto ritorno alla costa. Là i poliziotti sono
riusciti ad arrestare molte persone, altre, tra cui io, siamo riusciti a
scappare”.
Fidane, Eritrea
“Sono stato detenuto per due mesi a Marj. Dormivamo al
suolo, in camerate di 40 persone. Durante un tentativo di fuga, ci hanno
ripreso, e per punirci ci hanno torturato per tre giorni, una punizione
esemplare per fare capire agli altri cosa succedeva a chi voleva fuggire.”
SABRATAH
Hamdi,
Tunisia
“Eravamo in dieci, ci eravamo procurati una barca e partimmo
da Qasr Ahmed, a Sabratah, di notte, nell’estate del 2005. Il motore si ruppe
dopo poco. L’indomani mattina ci intercettò la Guardia costiera. Ci portarono a
Sabratah, in un carcere chiamato Dafnie. Ci tenevano chiusi in camerate di sei
metri per otto. Nella mia cella eravamo 45 persone. Allora eravamo circa 300 in
tutto. Un giorno un mio compagno di cella, sudanese, provò a scappare. Per
fermarlo gli spararono e poi lo riportarono indietro con una ferita da sparo
aperta nella gamba, senza portarlo all’ospedale. La gamba gli andò in cancrena
e quando si decisero a ricoverarlo era troppo tardi. I medici furono costretti
ad amputare. Io ho fatto undici mesi di carcere. Quindici giorni dopo l’arresto
mi portarono in tribunale. Io appena fuori dal carcere provai a fuggire, ma gli
agenti mi ripresero. Per punirmi mi rinchiusero per un mese in cella di
isolamento. È una cella di un metro per un metro, senza luce. Ogni tanto
aprivano per darmi da mangiare. Non sapevo più se era giorno o se era notte,
ero pieno di dolori, non mi facevano nemmeno uscire per prendere un po’
d’aria”.
TRIPOLI –
AL FELLAH
Ayman,
Tunisia
“Quando sono stato al Fellah di Tripoli, c’erano circa 1.600
detenuti, nove su dieci migranti, e 260 donne. Ho fatto 25 giorni. Il Fellah è
proprio nel centro di Tripoli. C’è un cortile centrale e sui lati una
costruzione a due piani con un seminterrato. Su ogni piano ci sono sei locali
divisi in otto celle di cinque metri per tre. In ogni cella, dotata di bagno e
acqua corrente, ci sono circa dieci detenuti. La sveglia era alle cinque del
mattino con l’appello nel cortile. Alle otto ci davano la colazione. Tè caldo e
una baguette ogni tre persone. Alle dodici il pranzo. Una porzione di riso e
una baguette ogni tre, tutto senza posate. Lo stesso la sera. Durante il giorno
ci lasciavano nel cortile sotto il sole. La sera invece, dopo le nove, ci
chiudevano in cella. Le donne stanno in una camerata a parte. Una sera una di
loro ebbe le doglie. La sentivo urlare e piangere perché la portassero in
ospedale, ma alla fine partorì lì.”
Elvis,
Camerun
“Sono stato detenuto sei mesi al Fellah a Tripoli, prima di
essere deportato. E ho visto uccidere due persone. Era nel giugno del 2006. I
nigeriani erano i più numerosi. Non ne potevano più del carcere. Erano dentro
da otto, nove mesi. Chiedevano di essere rimpatriati o di essere liberati.
Quella mattina rifiutarono la colazione. La rivolta aveva contagiato tutti.
Gridavano, sbattevano contro le porte. Avevano spaccato i muri e gettavano
intonaci e pezzi di cemento contro la polizia. La reazione degli agenti fu
durissima. Prima gettarono dei gas lacrimogeni nella camerate. Poi spararono
qualche colpo di fucile. Colpirono sei uomini. Poi li portarono all’ospedale.
Due erano morti. Erano entrambi nigeriani. Ne conoscevo uno, si chiamava Harrison,
veniva da Benin City. Gli altri 4, feriti alle gambe e alle braccia, tornarono
quattro giorni dopo, ancora con i punti di sutura”.
Ibrahim, Eritrea
“C’erano detenuti eritrei, egiziani, marocchini e sudanesi.
Mi ero preso la scabbia ma non mi davano nessuna cura. Come me molti altri
avevano la scabbia. C’erano anche delle donne in questa prigione, per loro è
particolarmente difficile la vita in prigione, subiscano molte violenze. Ho
visto delle donne violentate in prigione. I poliziotti minacciano di morte i
migranti per farli calmare. I poliziotti, soprattutto quando ti arrestano in
casa durante le retate, utilizzano un manganello che provoca una scarica elettrica,
che al primo colpo ti immobilizza il corpo e ti impedisce di fuggire. Il
manganello che provoca una scarica elettrica l’ho visto usare anche in
prigione, quando provi a lamentarti delle condizioni di detenzione, in quel
caso lo utilizzano sia contro gli uomini che contro le donne. L’effetto sul
corpo umano dipende dalla forza della scarica elettrica e dalla durata del
colpo Se è forte può provocarti anche degli effetti al sistema nervoso, perdi
l’uso della vista per qualche giorno, il viso ti si gonfia. Quella del
manganello con la scossa elettrica è una pratica che usano solo ogni tanto, in
generale utilizzano il manganello o ci colpiscono con i calci. Se non vuoi
essere espulso nel tuo paese devi pagare 500 dollari alla polizia”.
Tajo,
Nigeria
“Ho una cicatrice sulla spalla destra. È lunga cinque
centimetri. È un ricordo dei miei tre mesi al Fellah, una manganellata di un
poliziotto.”
Hadish, Eritrea
“Ho vissuto due anni in Libia. Sono stato imprigionato per
un mese al Fellah. Eravamo 250 persone in una stanza. C’era un solo bagno per
tutti. Mangiavamo una volta la giorno, pane e acqua.”
Wares, Eritrea
“Se
una persona scappa, tutti gli altri sono portati nel cortile per essere
sottoposti ad un interrogatorio sulle sorti del fuggitivo. Chi non risponde o
dice di non sapere niente viene picchiato con il manganello. A volte utilizzano
un manganello che dà la scossa elettrica”.
Anonimo 1, Eritrea
“Se provi a scappare ti prendono e ti picchiano, Ti lasciano
per 24 ore, bloccato, sotto il sole, senza né cibo ne acqua. Ti tolgono le
scarpe e ti colpiscono sulla la pianta dei piedi”
SABHA
Saleo, Tchad
“Sono stata arrestato durante una retata della polizia
libica nel quartiere degli immigrati e detenuto in una prigione a pochi
chilometri da Sabha. Dormivamo al suolo; ci davano da mangiare una volta al
giorno un pezzo di pane e formaggio, tè e acqua. Eravamo 107 del Ghana, 100
della Niger, 50 della Nigeria, quattro senegalesi, sei Burkinabé e 22 del Mali.
C’erano anche delle donne, prevalentemente del Ghana e della Nigeria. Quando mi
hanno arrestato indossavo ancora i vestiti da lavoro, non mi hanno dato nessun
cambio e non era possibile fare la doccia. Più di una volta mi hanno frustato,
sempre senza un motivo preciso per farlo.”
Elvis, Camerun
“In questo momento laggiù ci sono dei fratelli che soffrono.
C’è chi è impazzito. Quando ero detenuto a Sabha ad esempio, ho visto dei
sudanesi che avevano perso la ragione”
GHAT
Kone, Costa d’Avorio
“Passare dal Niger all’Algeria è stato particolarmente
difficile, abbiamo attraversato il deserto con piccoli camion, eravamo 30, e
dopo pochi giorni l’acqua è finita. Siamo stati undici giorni nel Sahara, ma a
80 km dall’Algeria ci hanno fatto scendere dai camion e camminare a piedi
perché i trafficanti non volevano passare direttamente dalla Libia. Abbiamo
camminato da Djanet, in Algeria, per quattro giorni, attraversando il deserto.
Una volta in Libia mi sono fermato a lavorare a Ghat per poter recuperare i
soldi necessari per continuare il viaggio. Ma lì mi hanno arrestato e detenuto
in una prigione a pochi chilometri da Ghat. Per uscire ho dovuto pagare 300
dinari libici. Durante la detenzione i poliziotti mi picchiavano spesso, senza
un motivo preciso”.
QATRUN
Fabrice, Togo
“Mi hanno arrestato a Tripoli. E mi hanno portato al Fellah.
Dopo tre mesi mi hanno trasferito a Qatrun. Fortunatamente ero riuscito a
nascondere 50 dollari al momento dell’arresto. Così ho pagato un agente per
essere liberato. Siamo usciti insieme dal carcere, ma quando gli ho dato i
soldi, lui mi ha riportato indietro. Le condizioni a Qatrun sono pessime. Una
sera hanno preso degli uomini, li hanno portati nel cortile, li hanno fatti
spogliare e poi li hanno presi a bastonate”.
John, Nigeria
“Mi hanno arrestato a Sabha, mentre andavo a Tripoli, ero
entrato dal Niger. Mi hanno portato a Qatrun. Nel centro c’erano circa 500
detenuti. Cento persone per ogni camerata, senza letti. C’erano dei malati. Ma
erano terrorizzati all’idea di farsi ricoverare, avevano paura che li avrebbero
avvelenati.”
Aliu , Costa d’Avorio
“Sono stato arrestato dalla polizia libica alla frontiera con
il Niger e detenuto per tre mesi a Qatrun. Ci
davano da mangiare solo pane”.
LA
PRATICA DEI LAVORI FORZATI
Kamal,
Marocco
“Avevamo fatto naufragio di fronte alle coste libiche. Ci
hanno soccorso e poi ci hanno portato in carcere, al Fellah, a Tripoli. Ogni
giorno ci portavano a fare dei lavori forzati. Se dicevi ai poliziotti che non
sapevi fare un lavoro erano botte. E se ti lamentavi che eri stanco, lo stesso.
Non gli importava se poi da mangiare ci davano solo un pugno di riso e una
baguette.”
Ayman,
Tunisia
“Ogni giorno, dal Fellah, una squadra di una ventina di
persone partiva per i lavori forzati in montagna, nei campi.”
I TRASFERIMENTI DEI DEPORTATI A KUFRAH
Tareke, Eritrea
“Arrivarono i camion a Zuwarah. Eravamo 264, ci divisero in
due gruppi e ci fecero salire, stipati come sardine, su due camion. Stavamo
rinchiusi dentro un container di ferro, al buio. C’erano solo due feritoie
strette, sufficienti a far entrare un po’ d’aria e ad evitare che soffocassimo
tutti. Non si riusciva a muoversi, eravamo pigiati gli uni sugli altri. Il
viaggio per Kufrah durò due giorni. Due giorni di buio, di aria finita, di
caldo asfissiante, di piscio e gasolio, di sete. Senza soste. Gli autisti
riaprirono i portelloni soltanto alle porte del centro di detenzione di Kufrah.
A bordo c’erano delle donne, una incinta, e alcuni bambini. Da bere ci avevano
lasciato due taniche da 25 litri di acqua, che presto si esauriscono. Da
mangiare non avevamo niente.
Anna,
Eritrea
“Un camion parcheggiò davanti al commissariato di Zuwarah.
Eravamo una decina di donne con i rispettivi bambini, di pochi anni o neonati.
Ci caricarono insieme a altre sessanta persone, dentro un camion. Ci portavano
a Kufrah, al confine col Sudan. Presto sotto il sole di luglio il container
diventò un forno, l’aria era sempre più pesante, era buio pesto. I bambini
piangevano. Due giorni di viaggio senza niente da bere, né da mangiare. Alcuni bevevano
le proprie urine”.
Menghistu, Etiopia
“Dopo dieci giorni chiusi nella casa dei passeurs a Binghazi,
è arrivata la polizia e ci ha arrestato, proprio poco dopo che io e altri due
avevamo dato agli intermediari il codice per ricevere i soldi inviati da Addis
Abeba tramite Western Union. Il primo poliziotto che è entrato in casa batteva
le mani per la contentezza di averci trovato. Non si aspettava di trovare tante
persone. Ci hanno fatto entrare in un piccolo furgone coperto. Si vedeva fuori
la strada da dei piccoli fori, si andava a sirene spiegate, eravamo 14 persone.
Ci hanno portato in una prigione e ci hanno preso le impronte digitali su un
blocco di carta giallo. Non capivo l’arabo ed era meglio così, perché la
polizia ti insulta, ti minaccia e ti fa innervosire per picchiarti alla minima
reazione. Ma io non capivo e facevo finta di niente. Un poliziotto mi veniva
vicino e mi diceva che questa era la seconda volta che mi vedeva, che dalla
prigione non sarei più uscito, così mi hanno tradotto quando si è allontanato.
Con noi c’era un bambino di quattro
anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può
mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone
stipate come animali in un camion come quelli per la frutta, dove non c’è aria
e dove stavamo stretti stretti, senza spazio per muoversi, per 21 ore di
viaggio, dove le persone urinavano e defecavano davanti a tutti perché non
c’era altra possibilità? Abbiamo viaggiato dalle sedici alle tredici del giorno
dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare
noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio sotto il sole, mancava l’aria e tutti
si alzavano in preda al panico perché non si respirava e volevamo scendere. Per
quelli che stavano in fondo era ancora più duro. Guardare il bambino ci faceva
coraggio e ogni volta che il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo
vicino al finestrino, si chiamava Adam. Il camion si è fermato almeno tre volte
nel deserto per far mangiare gli autisti e per la preghiera. Quando stavamo per
entrare nel carcere di Kufrah l’autista ci ha fatto tradurre che se entrando
avessimo battuto sulla lamiera del camion si sarebbe fermato ancora più tempo
prima di farci scendere. Verso l’una siamo arrivati a Kufrah, il camion è
rimasto fermo per trenta o quaranta minuti, e noi gridavamo e pregavamo in
arabo di farci uscire in nome di Allah. Quando sono sceso ho rubato il burro
con il pane che tenevano appeso fuori dal camion. Non avevamo mangiato per
tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua
madre”.
Fatawhit,
Eritrea
“Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava
con un camion dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e
tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne
bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione”.
Ibrahim, Eritrea
“Il trasferimento avveniva con dei camion-container. Di
dimensione di sei metri per due, senza finestre, poteva trasportare fino a 150
persone. Il viaggio durava in media dieci ore, senza una pausa per prendere
aria, nonostante ci sembrasse di soffocare.”
KUFRAH
Tareke, Eritrea
“A Kufrah dormivamo in celle di sei metri per otto, nella
mia eravamo in 78 persone. Le celle restavano chiuse 24 ore su 24 e durante il
giorno diventavano dei forni per il caldo che faceva. La notte dormivamo
incastrati, per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini. Usavamo pantaloni
e maglietta come materasso. Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo
dividere anche in sette o otto persone. C’erano molti ammalati, soprattutto di
scabbia e dermatiti, ma anche di tubercolosi. Ogni tanto prendevano uno, lo
portavano in cortile per divertimento. Gli facevano fare le flessioni, e quando
non ce la faceva più lo riempivano di calci. Io sono uscito dopo un mese,
dicendo che era sudanese e musulmano. Ogni tanto i poliziotti vendevano 25 o 50
detenuti ad alcuni uomini del posto, che li recludevano nelle proprie case,
tenendoli in ostaggio sotto richiesta del pagamento di un riscatto. Le donne
che non avevano i soldi erano spesso costrette a pagare la propria libertà in
natura. Al mio gruppo successe durante il viaggio di andata. Aspettavamo di
ripartire per Igdabiya, eravamo in una casa, a Kufrah. Una donna non aveva più
soldi. Avevamo proposto al passeur di pagare noi per lei. Ma quello non
volle saperne e se la portò a letto”.
Zerit,
Eritrea
“Eravamo un centinaio, due celle per i maschi e una per le
donne. Ci tenevano chiusi tutto il giorno. Ogni cella aveva il suo bagno
fatiscente e intasato. In inverno faceva freddo. Avevamo delle coperte, ma
soltanto una ogni cinque persone. Dopo tre mesi di carcere iniziammo uno
sciopero della fame per protesta. Rifiutammo il cibo per una settimana, eravamo
debolissimi ma determinati. La polizia però non sembrava darsi alcun pensiero
del nostro deperimento. Io e altri due ragazzi allora fingemmo di sentirci male
pensando che se ci avessero portato in ospedale avremmo potuto tentare la fuga.
Ma gli agenti, intuendo che si trattava di una montatura, ci riempirono di
manganellate. Allora cambiammo strategia. Il giorno dopo accettammo di
mangiare. Ma appena gli agenti aprirono le porte per portarci il cibo,
iniziammo a scappare tutti quanti per radunarci nel cortile del centro. Volevamo
incontrare il responsabile del centro. Ma il responsabile non resse l’affronto,
e ordinò di tornare in cella. Di fronte al nostro rifiuto, gli agenti
caricarono armati di manganelli, rastrelli e coltelli. Un ragazzo venne
accoltellato da un poliziotto durante i disordini”.
.
Daniel,
Eritrea
“A Kufrah, quando senti il rumore delle chiavi nella
serratura della cella, devi voltarti verso il muro. Se li guardi negli occhi ti
riempiono di botte. Non hai fatto niente di male ma rischi che ti spezzino un
braccio”.
Beyené,
Eritrea
“Eravamo almeno 700. Circa 100 etiopi, 200 eritrei e 400
sudanesi. Dormivamo per terra, uno sull’altro, non c’era nemmeno il posto per
sdraiarsi. Mangiavamo una volta al giorno: un pugno di riso bianco, venti
grammi a testa. C’erano anche delle baguette, ma per quelle bisognava pagare.
La notte mi portavano in cortile. Ogni notte. Mi chiedevano di fare le
flessioni. Quando non ce la facevo più mi riempivano di calci e maledivano me e
la mia religione cristiana. Ogni notte”.
Yakob, Etiopia
“Quando ho visto Kufrah volevo impiccarmi. Mi avevano
portato via il cellulare e tutti i soldi che avevo in tasca e mi avevano
sbattuto in una cella con altre venti persone. C’erano anche delle celle per
donne e bambini. Le tenevano a parte. Le stupravano davanti ai mariti, davanti
ai fratelli. Usavano ferri, bastoni... Ci trattavano come bestie. E tutto senza
processo. Mi hanno arrestato a Tripoli, il giorno stesso in cui sono arrivato.
Una settimana prima avevo perso nel deserto l’amico con cui ero partito da
Addis Abeba, in Etiopia. A Kufrah ci sono rimasto solo tre mesi, poi ho pagato
e sono uscito. Ma c’è gente che sta dentro da un anno. Ogni mese arrivavano i
camion, ci caricavano sopra la gente e li portavano in mezzo al deserto”.
Fatawhit,
Eritrea
“A Kufrah le condizioni di vita erano molto dure, in tutto
c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un
materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della
stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi,
per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al
giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci
sequestravano i soldi. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare,
voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di
vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le
ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche
è pagare.”
Menghistu,
Etiopia
“I poliziotti non sanno contare, ti mettono in fila e appena
ti muovi loro perdono il conto e ricominciano da capo, ti insultano e la conta
non finisce mai. Contano in quattro, poi alla fine viene il capo, gli domanda
quanti siamo e ci riconta. I libici sono privi del senso comune, ci trattavano
come animali.
Dopo che ci hanno contato e ci hanno separato come se
stessero facendo qualcosa di complicato hanno messo eritrei ed etiopi insieme,
con un bagno che puzzava da morire, non c’era acqua, e il caldo toglieva il
respiro. Hanno scelto due dei nostri e due chadiani per cucinare.
Servivano il riso bianco senza altro che il sale e qualche
piccolo pezzo di pomodoro che trovavi ogni tanto. Portavano il riso in una
pentola e prima di servirlo dicevano di sedersi per sei, e se non lo facevi non
ti servivano e non mangiavi fino al giorno dopo. I primi giorni non capivamo
che cosa volevano e così ci sedevamo in tre quattro persone. Quando hai fame
vuoi mangiare subito e allora prendi il riso con le mani e ti bruci perché è
bollente. Quei giorni mi sono arrabbiato con me stesso perché non ho capito
subito che il riso bruciava e che dovevo aspettare. Ti vergogni di essere lì a
subire queste cose. Un’umiliazione continua. Poi c’è quell’odore che viene
dalla latrina. Lo fanno di proposito per farti vergognare di te stesso. E poi
nel carcere di Kufrah c’è una malattia che si chiama asasia, è una
malattia della prigione, una malattia della pelle che ti fa grattare fino a
ferirti.
Avevamo i materassi per dormire, una
maglietta, i pantaloncini ed eravamo senza scarpe. In carcere ci sono i
pidocchi e le pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli.
Dormire per terra è meglio che sul materasso, è più igienico. Noi siamo rimasti
in carcere diversi giorni fino a quando non sono venuti gli intermediari
sudanesi per comprarci, loro almeno erano più bravi a contare. Ci hanno
comparto per 30 dinari. Lo stesso prezzo con cui Giuda ha venduto Cristo.
Con un pick-up della polizia ci
hanno trasportato in un campo dove sono venuti i sudanesi che ci dovevano
comprare e ci hanno trasportato in un altro posto dove stavano tante persone.
L’intermediario sudanese ci ha rivenduto a un libico che ha comprato chi poteva
ricevere i soldi dalla famiglia e ci ha trasportato in un’oasi nel deserto,
dove c’erano alberi e acqua. Non c’erano case ma capanne fatte con i rami di
palma. Qui c’erano due ragazze etiopi prigioniere, che i libici non lasciavano
partire e che tenevano come prostitute. Erano sorelle e si capiva che la più
grande si prostituiva cercando di proteggere la sorella più piccola. Da lì
siamo ripartiti per Ajdabiya”.
LE
DEPORTAZIONI NEL DESERTO
Fabrice,
Togo
“Da Qatrun ci hanno caricato su un camion e ci hanno
abbandonato al confine col Niger, all’altezza di Toumou. Abbiamo dovuto
camminare a piedi per tre giorni, sotto il sole, per raggiungere Madama, in
Niger”.
Zerit,
Eritrea
“Ci caricarono su dei camion e partimmo alla volta della
frontiera. Al posto di blocco della frontiera, l’autista timbrò delle carte,
poi dopo qualche chilometro si fermò e ci chiese di pagare 200 dollari a testa
per ritornare indietro. Riuscimmo a contrattare e scendemmo fino a 100 dollari
l’uno. Eravamo in cento. Con i suoi 10.000 dollari in tasca, ci riportò a Kufrah,
e ci abbandonò a una trentina di chilometri dalla città, soli, senza che
nessuno ci avesse restituito gli 8.000 dollari che avevano sequestrato a me e
ai miei 50 compagni di viaggio al momento dell’arresto, tre mesi prima. Quella
notte, mentre cercavamo di raggiungere la periferia di Kufrah a piedi, fummo
assaliti da una banda di banditi. Erano armati, ci fecero prima spogliare, e
poi ci rubarono tutto”.
Elvis,
Camerun
“Ci deportarono tutti, da Qatrun a Toumou, alla frontiera
con il Niger. Toumou è un’oasi dove vivono i soldati libici della frontiera. Ci
avevano abbandonato lì, sotto il sole, a due giorni di cammino da Qatrun, e
altrettanti da Madama, oltre il confine, in Niger. Per orientarci usavamo il
bagliore delle luci dell’oasi la notte. Nel settembre 2007, a Tumou vivono 150
migranti, completamente bloccati, senza i soldi per proseguire il viaggio,
alcuni impazziti. Ci dettero un passaggio verso Dirkou, i contrabbandieri che
tornavano dalla Libia. Ma poi ci scaricarono a due giorni di marcia da Dirkou.
E una volta finalmente arrivati a Dirkou, i poliziotti nigerini si rifiutarono
di accoglierci. Recuperarono i cadaveri di due nostri compagni di viaggio morti
sotto il sole, e quindi ci caricarono su un fuoristrada per riportarci a Toumou.
La polizia libica ci riportò a Qatrun. Due settimane dopo, un amico nigeriano
che avevo rincontrato in carcere corruppe una guardia e ci rimisero in
libertà.”
Yakob,
Etiopia
“Partono per il deserto e a metà strada ti chiedono i soldi
per ritornare indietro. Ho conosciuto un ragazzo a Zuwarah, si era fatto sei
mesi a Kufrah e poi lo avevano deportato. Erano in cinquanta sul camion. A metà
strada l’autista chiese loro di pagare trecento dollari a testa. Solo trenta li
avevano. Tornarono indietro con quelli. Gli altri venti li piantarono nel
deserto. Saranno morti sotto il sole, è sicuro. Ti tolgono anche i soldi che
non hai. Se per esempio non hai soldi con te, ma hai un parente in Europa che
possa pagare, prima di abbandonarti al confine ti prestano il loro satellitare
per telefonare e chiedergli un Western Union.”
Anna,
Eritrea
“Dopo tre mesi di detenzione a Kufrah, alle luci dell’alba,
senza nessun preavviso, caricarono una sessantina di persone a bordo di un
camion. A un certo punto l’autista ci fece scendere tutti, in mezzo al deserto.
Duecento dollari a testa e ci avrebbe riportato in città. Chi aveva più soldi
pagò per chi come me non ne aveva. Raggiunta la periferia di Kufrah, gli stessi
poliziotti ci misero in contatto con dei passeurs amici”
Menghistu,
Etiopia
“A Bengasi, eravamo io e Daniel e altri due ragazzi di Kircos
(quartiere di Addis Abeba) e un’altro ragazzo che aveva fatto il viaggio già
l’anno prima ma che la polizia aveva prima arrestato poi incarcerato e
deportato nel deserto e lì lo avevano abbandonato insieme ad altri al confine
con il Sudan. Erano stati ritrovati lì nel deserto da altre macchine in viaggio
e riportati di nuovo a Kufra”
Le
Convenzioni internazionali citate nel rapporto sono consultabili on line
- Convention
against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or
Punishment
http://www.unhchr.ch/html/menu3/b/h_cat39.htm
- Universal
Declaration of Human Rights
http://www.un.org/Overview/rights.html
- Un
Geneva Convention relating to the Status of Refugees
http://www.unhcr.org/cgi-bin/texis/vtx/protect/opendoc.pdf?tbl=PROTECTION&id=3b66c2aa10
- Convention
governing the specific aspects of refugee problems in Africa
http://www.africa-union.org/Official_documents/Treaties_%20Conventions_%20Protocols/Refugee_Convention.pdf
- European
Convention on Human Rights and its Five Protocols
http://www.hri.org/docs/ECHR50.html
Tutti i
dati citati sono ufficiali e rinvenibili nei rapporti:
- Missione
tecnica Ue in Libia sull’immigrazione clandestina, dicembre 2004
http://www.meltingpot.org/IMG/doc/libia_commissione.doc
- Rapporto
“Stemming the flow: abuses against migrants, asylum seekers and refugees,
Human Rights Watch, settembre 2006
http://www.hrw.org/reports/2006/libya0906/libya0906webwcover.pdf
- Missione
tecnica in Libia di Frontex, 28 maggio 2007 – cinque giugno 2007
(documento non pubblico)
- Rapporti
mensili Fortress Europe, Fortress Europe, anni 2006-2007
http://fortresseurope.blogspot.com
- L’ultimo
viaggio dei dannati nel Sahara, Fabrizio Gatti, L’Espresso, 24 marzo 2005
http://www.migreurop.org/article787.html
- Ministero
dell’Inteno, statistiche immigrati sbarcati irregolarmente in Italia 2006
http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/immigrazione/notizia_23488.html
MAPPA DEI CENTRI DI DETENZIONE IN LIBIA
Secondo le testimonianze raccolte da
questo rapporto in Libia esistono almeno 20 centri di detenzione per migranti:
a Ajdabiya, Binghazi, Ghat, Gharyan, Ghudamis, aj-Jmayl, Juwazat (non
localizzato sulla mappa), Khums, Kufrah, Marj, Misratah, Qatrun, Sabratah, Sabha,
Sirt, Surman, Tripoli, (almeno due centri: Janzur e Fellah), Zawiyah, Zuwarah.
Per
navigare sulla mappa:
http://maps.google.it/maps/ms?hl=it&ie=UTF8&oe=UTF-8&msa=0&ll=31.184609,14.018555&spn=8.566674,14.80957&z=6&om=1&msid=103864672291339960983.00043cb18e78fd4555dbc
Il
rapporto è stato curato da Gabriele Del Grande
Le testimonianze sono state raccolte
da
Gabriele Del Grande (a Mahdia, Sousse,
Casablanca, Roma, Agrigento e Caltanissetta)
Sara Prestianni (a Lampedusa e Roma)
Marco Carsetti – Associazione Asinitas
(a Roma)
Mussie Zerai – Agenzia Habeshia (a
Roma)
Il lavoro è
dedicato alla memoria di tutti i migranti caduti viaggiando verso l’Europa
© Copyright Fortress
Europe, Roma, 25 ottobre 2007
Riproduzioni,
traduzioni e diffusioni del rapporto sono consentite a condizione di citare gli
autori