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Cronache sinarchiche

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Cronache sinarchiche
Settembre 1992 - Dicembre 1993
Per circa un anno, sulla scorta degli eventi che si erano fin lì susseguiti, ho cominciato a riempire un’agenda annotando giorno per giorno i fatti commentati dai giornali per poi integrarli a mia guisa, secondo gli umori - opinabili ma canonici - del diarista. Ne è venuto fuori uno sfogo più che un diario, ma di questo non me ne vergogno...
CRONACHE SINARCHICHE

Cronache Sinarchiche

 

Settembre 1992 - Dicembre 1993

Francesco Ribolla

                                                                           “Gli uomini ed i tempi felici non hanno diari”

                                                           (Orio Vergani – Misure del tempo. Diario 1950/1959-)

 

                                                                         “Ciò che qui è narrato è realmente accaduto.

                                                                           Niente è accaduto così come è qui narrato”

                                                                                                                         (J. W. Goethe)

 

 

 

 

                                                          Premessa

 

Per circa un anno, sulla scorta degli eventi che si erano fin lì susseguiti, ho cominciato a riempire un’agenda annotando giorno per giorno i fatti commentati dai giornali per poi integrarli a mia guisa, secondo gli umori - opinabili ma canonici - del diarista.

 

Ne è venuto fuori uno sfogo più che un diario, ma di questo non me ne vergogno. Rivendico anzi tutte le ingenuità, le sortite garibaldine, la sintassi spericolata che questo scritto contiene e che ho lasciato intatte proprio per ribadirne l’occasionalità. A parte questo, devo confessare che sempre in quei giorni ho trovato conferma che non c’è alcuna differenza sostanziale tra pubblico e privato. E che il primo finisce comunque col sovrastare il secondo in ogni esistenza, la mia compresa. C’è solo da augurarsi che possa maturare il tempo in cui nessuno sentirà più il bisogno di scrivere un diario.

 

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Fra le mie carte conservo ancora la lettera risentita di uno storico e giornalista  scrittami in risposta ad una recensione in cui stroncavo le tesi di un suo libro sull’assassinio dei fratelli Rosselli. Come è noto, Carlo e Nello Rosselli – esuli in Francia - vennero ammazzati nel 1937 da un gruppo di sicari appartenenti alla “Cagoule”, organizzazione paramilitare d’estrema destra, per conto dei servizi di sicurezza del regime fascista. La loro uccisione si prestò fra l’altro ad uno dei primi atti disinformativi in cui, mischiando verità e menzogna, si stravolgono completamente i fatti, tanto da ribaltarne la veridicità che s’intende demolire. Ciò è avvenuto già all’indomani del delitto, quando si tentò di mutarne l’origine sia per i moventi che per i mandanti fino a sostenere che l’uccisione dei Rosselli era maturata negli stessi ambienti dei fuorusciti, fra gelosie e vendette che covavano fra gli antifascisti e persino con la regia occulta di Stalin che avrebbe infiltrato la “Cagoule” per ragioni cervellotiche. Nell’immediato dopoguerra voci diverse della destra si alzarono baldanzosamente a sostenere queste tesi che credevo ormai morte e sepolte, purtroppo sbagliavo. Mai, però, avrei immaginato che il revisionismo potesse arrivare ad infettare una casa editrice democratica che qui non nomino e che ha pubblicato due anni fa il libro in questione, dal quale è poi sortita la polemica con l’autore. Se tuttavia ho voluto ricordare in apertura di questo diario, oggi, in questi primi giorni di settembre 1992, un infimo episodio che mi riguarda è perché in quell’articolo esprimevo un timore preciso: che tale sorta – cioè - di “riletture” storiche celassero in sostanza un progetto di smantellamento dei valori democratici e civili che hanno dato vita a questa Repubblica. Due anni fa sembrava temerario, adesso no.

 

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Nessuno ci salva dalle battute alla “Bagaglino” che circolano in questi giorni di provvedimenti economici – sempre più micidiali nei confronti dei ceti deboli - varati dall’Esecutivo del dottor sottile Amato. Sono rimasto di stucco quando ho letto su un giornale che “il governo sta approntando nuovi decreti-loggia”. Uno magari pensa subito ad un refuso tipografico, poi vede le facce sorridenti dell’Abete confindustriale o del cavalier de’ Berlusconi e fatica a convincersi che si tratti proprio di un errore di stampa. Certo motivi di comicità non mancano neanche negli stessi provvedimenti della Finanziaria, al rincaro delle tariffe ferroviarie e degli autotrasporti, per esempio, c’è chi molto  opportunamente fa notare che le aliquote aeree rimarranno immutate: tanto si sa che operai e studenti si servono abitualmente dell’Alitalia per i loro spostamenti. E bisogna rallegrarsi perché, adeguandoci alle normative europee, l’Iva sui beni di lusso viene ribassata di ben venti punti, questo mentre caffè, latte, pane e zucchero costeranno più cari. Sui tagli, poi, non c’è lesina per le voci superflue: dalla sanità, alla scuola, fino all’assistenza. E dove non si può tagliare, si privatizza. Di fronte a questa crisi eccezionale tutto si annichilisce, il dissenso viene  smorzato, le riserve e le critiche zittite mentre gli stessi provvedimenti passano come misure straordinarie, amare medicine per un risanamento necessario e sbandierato ogni uno e due come la battaglia del grano mussoliniano. All’eccezionalità dei tempi corrisponderà, fra breve, anche quella delle leggi, magari non più solo di misura economica. Chissà, forse passeranno come “riforme” la revisione di quel vecchio arnese che è diventato lo statuto dei lavoratori e il salutare ripristino della censura preventiva.

 

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Non ho mai capito cosa facciano di preciso i massoni nei loro cerimoniali segreti che, essendo appunto segreti, possono solo essere immaginati dal povero profano. Comunque ho sempre trovato assurde le loro simbologie incappucciate, i compassi e le squadre care al grande geometra (pardon, architetto) del loro impenetrabile universo e proprio per tale ragione non ho mai subìto il fascino di quel mondo di cui un mio mezzo parente faceva parte. Devo anzi a questa persona la scoperta – in tempi non sospetti, cioè lontani da Castiglion Fibocchi - che le associazioni massoniche fossero inclini più verso interessi assai terreni che per ideali superiori. Tanto per dirne una, lui stesso ammetteva che se si era spinto ad entrare in massoneria, lo aveva fatto per riparare certi guai col fisco, tasse mai pagate e per le quali era stato beccato, per fortuna sua, dall’esattore giusto, un amico già passato alla punta della spada e che gli aveva proposto l’affiliazione onde risparmiarsi futuri affanni. A modo suo era un uomo che mi voleva bene, malgrado sapesse come la pensavo, e si preoccupava della mia precarietà, del fatto che fossi senza un lavoro stabile, finché un giorno venne a cercarmi trionfante per l’occasione giusta. Eravamo, neanche a dirlo, in periodo elettorale e volle per forza che lo accompagnassi ad un ricevimento organizzato nella favolosa villa di un suo amico e confratello di loggia per un meeting in onore di una nota personalità politica di quei tempi. La villa era davvero splendida con le sue enormi terrazze a due livelli che affacciavano sul golfo, splendida era la giornata piena di sole così come impeccabile il rinfresco offerto dal padrone di casa. Mi aggiravo perciò fra gli invitati ascoltando i loro discorsi e quando più tardi arrivò l’ospite d’onore avevo già ascoltato abbastanza per capire quale fosse lo scopo di quella riunione. Le elezioni, insomma, ne erano solo il pretesto. In realtà, al nostro anfitrione premeva soprattutto cementare l’amicizia col futuro ministro dandogli ad intendere chissà quale forza d’appoggio - grazie a noi invitati, tanto numerosi - poteva costituire per la sua corrente al prossimo congresso del partito. Mi guardai attorno: di giovani sbandati in cerca di sistemazione come il sottoscritto ce n’erano parecchi, ognuno rappresentava una falsa tessera, un militante apocrifo, una rotella di quella forza effimera che avrebbe potuto sostenere l’onorevole in caso di necessità. E ricordando meglio i lineamenti di certe fisionomie, anche in caso di necessità “speciali”. Quando fu il mio turno e venni presentato al deputato, tutto quello che rammento delle molto formali battute intercorse nel nostro colloquio è la parola amicizia che sulla sua bocca mi parve beffarda, quasi sinistra. Una mano sudaticcia strinse con vigore la mia e una pacca sulla spalla fu il segnale che il colloquio era finito. L’uomo politico era Aristide Gunnella. In fin dei conti, fu una giornata istruttiva.

 

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Trent’anni fa veniva liquidato con un falso incidente di volo Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Ho rivisto su videocassetta il bel film di Francesco Rosi dedicato a quest’uomo che pestò troppi piedi pur di difendere, anche con metodi pirateschi, gli interessi dello stato. Uno stato che oggi sta per svendere buona parte delle sue aziende migliori proprio a quei gruppi che l’ingegnere vedeva come il fumo negli occhi. Forse non è neppure accidentale che proprio da quel lontano ottobre ’62 si sia dovuto assistere ad un salto di qualità nei fatti inquietanti della vita civile italiana, i più scaturiti dal controllo di certi apparati, le loro correnti interne spesso contrapposte, e da cui poi è sortito l’equivoco del deviazionismo. Non ho mai creduto nella tesi deviazionista dei servizi di sicurezza, credo però alle conseguenze apportate da quello che sta succedendo con il processo di trasformazione di questo regime, tant’è che proprio negli ultimi mesi dev’essersi sviluppata una guerra senza quartiere nel mondo delle barbe finte. Quale altro significato, sennò, avrebbe il fatto che quello strano miscuglio di postini e telefonisti riuniti sotto il nome di Falange armata, già definita come uno spezzone dei servizi, si siano rifatti vivi millantando attentati e minacciandone altri? Costoro hanno anche manifestato “la volontà di attivare con impegno e portare al massimo sviluppo sinergico(!) tutte le potenzialità politiche e militari” della Falange fino a preannunziare mortali ritorsioni contro il povero Spadolini, già colpevole di avere provveduto ad un larvato repulisti dei funzionari affiliati alla P2 – quelli accertati - quand’era presidente del Consiglio. Immagino che non debba essere piacevole sentirsi franare il terreno sotto i piedi, specie dopo anni di ebbrezza per la loro impunibilità, eppure la dozzinale strategia di questi disperati è degna della peggiore commedia all’italiana e ci sarebbe da sghignazzare per le loro disgrazie se non si avvertisse la certezza che comunque non li aspetta la galera ma la pensione.

 

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Un corsivo della Voce Repubblicana sulle presunte collusioni mafiose di Giulio Andreotti preannunciate dal New York Times denota che la reazione del “leone della Ciociaria” è stata piuttosto blanda: “Andreotti ha detto che se dovesse constatare che è esposto a un danno all’estero, allora reagirebbe. Il che, è cosa ben diversa dal dire che egli reagisce, ed anzi significa, se capiamo bene noi che non siamo maestri di giri di parole, l’esatto contrario”. Sotto il segno della prudenza ma costretto a rispondere, l’ex presidente del Consiglio si limita a scrivere un articolo-metafora pubblicato da un mensile romano e subito ripreso dai maggiori quotidiani. Il Corriere della Sera dice, ad esempio, che “quello di Andreotti non è un innocuo gioco culturale, il passatempo di un disoccupato di lusso, è invece il bizzarro ritorno alla politica di un personaggio che non rinuncia del tutto al suo ruolo e ai suoi disegni”. Peccato che l’articolista non specifichi quale sia questo ruolo e quali i disegni del Divo Giulio, ma è con tale atteggiamento che i nostri giornali seguitano a celebrare il rituale di un’informazione servile, come se poi quello di Andreotti sia davvero un gioco di società e non una serie di fumosi avvertimenti, peraltro patetici se l’allusione dei cronisti agli amici americani che lo avrebbero scaricato ha un fondo di verità. Semmai è proprio questo, il dato più interessante: l’affanno di un uomo, ex potente e depositario di tanti segreti, il quale vorrebbe dare ad intendere d’avere ancora parecchie cartucce da sparare. Un po’ come la Falange armata.

           

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Hanno fatto fuori a Bruxelles il generale Roberto Boemio, interrogato a suo tempo dal giudice Rosario Priore sulla strage di Ustica. La notizia, neanche a dirlo, è stata smorzata dai clamori della vicenda Andreotti e dalle bizze di Saddam Hussein. Forse si saprà qualcosa di più preciso nei prossimi giorni, pare che l’ufficiale sia stato accoltellato per un tentativo di rapina ma l’aggressore non ha fatto in tempo a soffiargli il portafoglio. O forse non gli interessava.

 

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Nella nostra democratica trasparenza la cattura di Salvatore Riina, avvenuta ieri a Palermo, viene salutata come una brillante operazione dei carabinieri. Quest’uomo che si aggirava indisturbato permettendosi finanche di lanciare, tramite il suo avvocato, messaggi decifrabili soltanto dagli addetti ai lavori, è stato beccato a bordo della sua auto senza scorta e senza armi addosso (e la cosa appare davvero strana per un latitante come lui, per di più con il sacro terrore - secondo i pentiti - di finire ammazzato dai suoi avversari) esibendo un documento d’identità pacchianamente fasullo. Il Viminale intanto avvia la legittimazione di imminenti “possibili attentati di rappresaglia” denunciati con singolare insistenza dal ministro in persona. In altre parole, se un domani qualche bomba facesse a pezzi degli innocenti, ciò sarebbe di conseguenza omologabile alla sola entità mafiosa e non avrebbe altre matrici se non quella di Cosa nostra. Il prevedere sarà anche più facile del prevenire, ma il ministro non ha la sfera di cristallo né possiede facoltà divinatorie. Può darsi che questo genere d’informazioni provenga da infiltrati, ma io sono più malizioso.

 

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I giornali di oggi pubblicano la notizia che Riina, prima del suo arresto, avrebbe incontrato un personaggio politico di primo piano della scena nazionale. Ecco come viene raccontato il colloquio fra i cronisti  e un esponente dell’Arma:

 

“Ci vorranno altri tre mesi di lavoro per sviluppare una montagna di documenti e una fitta rete di relazioni, ma poi qualcuno se ne dovrà andare via con grande vergogna.”

 

- Da dove? -

 

“Da Palermo. Perché Riina ha incontrato qualcuno che neanche ve lo immaginate.”

 

- Direttamente? -

 

“Questi incontri si possono fare anche per interposta persona.”

 

Anche i carabinieri, insomma, si divertono con il sibillino, dando persino tre mesi di tempo a questo fantomatico colluso eccellente di mangiare la foglia e correre ai ripari. Poco importa, poi, se il GR 1 si affretta a smentire le incaute ed ambigue dichiarazioni della Benemerita, quando ormai tutti si chiedono se c’è un riferimento andreottiano, sia pure per interposta persona.

 

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C’è un senso d’attesa sulla stampa italiana che in questi giorni riporta le immancabili sortite del senatore Andreotti come se queste siano foriere di chissà quali significati occulti. Ora è il turno di un “memoriale” curiosamente pubblicato dall’organo d’informazione del PLI nel quale l’autore si abbandona a “critici apprezzamenti” su Nando Dalla Chiesa e sul di lui libro scritto dopo l’assassinio del padre: “Da buona fonte – scrive Andreotti - si apprende che il giovane Dalla Chiesa avrebbe rapporti con gli ambienti di Toni Negri”, l’ideologo di Autonomia, da anni rifugiato in Francia. Mi soffermerei su quel termine, “da buona fonte”, che giornali come La Repubblica riportano non senza qualche malizia. Viene da supporre che il grande vecchio della politica italiana non abbia perso del tutto l’abitudine di alludere, nei toni della sua prosa, a carte e fascicoli riservati – appunto, la buona fonte - per lanciare messaggi diretti e indiretti, laddove il bersaglio può anche non essere il soggetto principale. Difatti, nel suo stesso articolo-memoriale, Andreotti se la prende anche con Leoluca Orlando ammonendolo: “E’ comunque importante che ciascun politico chiarisca in positivo se ha fatto qualcosa contro la mafia e lo specifichi”. Parole, queste, che fanno eco alle dichiarazioni dei carabinieri a proposito del misterioso(?) uomo politico palermitano colluso con Riina.

 

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Quello dell’Italia è uno scenario che potrebbe benissimo essere riassunto da due eventi distinti e separati. Da una parte, abbiamo un gruppo di minatori del Sulcis, in Sardegna, che per oltre quaranta giorni si sono autoseppelliti in fondo a un budello per protesta contro il loro minacciato licenziamento. Dall’altra, c’è l’allegro ritorno del signor Manzi, coinvolto nelle mazzette di Tangentopoli e fuggito a Santo Domingo dov’è rimasto per mesi e in condizioni certamente più comode rispetto i minatori. Ai soggetti a rischio, insomma, non resta che il seppellimento prematuro per risolvere le loro vertenze ed è forse così che in futuro verrà liquidato il problema del precariato. Quanto al signor Manzi, pizzicato(?) dal Corriere della Sera nel suo esilio dorato e quindi estradato in Italia, c’è da dire che le stesse circostanze della sua espulsione rasentano il grottesco, quasi un teatrino napoletano. Quel portafogli, quell’orologio, quegli effetti personali sequestrati prima della sua partenza forzata, ricordano tanto il povero cafone sceso dalla provincia e depredato a puntino dai cattivi doganieri. Se ne ricava quasi che in fondo Manzi è un povero diavolo, uno sprovveduto caduto in tentazione e che merita molta più simpatia di tanti altri: più disgraziati di lui, certo. Ma anche più rompicoglioni.

 

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Evviva. Finalmente abbiamo il progetto di legge pronto in Parlamento sulle responsabilità penali del giornalista che, in base al testo, rischierebbe fino a cinque anni di carcere in caso di reticenza sulle sue fonti d’informazione. Vediamo meglio. Un piccolo capolavoro di doppiezza è costituito proprio dai casi specifici in cui il giornalista incorrerebbe nel reato di violazione del segreto istruttorio. “In altri termini – riporta Il Mattino - le strade che il giornalista può seguire sono: o rivela la fonte, evitando conseguenze penali; o afferma che si è trattato d’informazione anonima; o non parla ma incorre in sanzioni che vanno dai tre mesi ai cinque anni”. Davvero ammirevole è la scappatoia dell’informazione anonima (è inutile, il nostro rimane un paese di confidenti) che equivale alla smentita e manda direttamente in galera il direttore responsabile: neppure in sudamerica avrebbero osato tanto. Ma se comunque è vero che non c’è pericolo che il testo passi in Parlamento, è altrettanto vero il segno dei tempi in cui ci tocca vivere. Noto infatti che proprio gli ultimi guardasigilli (Martelli e Martinazzoli: il peggio sembra procedere anche in senso alfabetico) hanno espresso idee deliziosamente esecrabili in materia di libertà di stampa. Visto poi che proprio costoro fanno parte di quei garanti del fantomatico patto per le riforme di cui si parla, patto che intenderebbe “sancire” la svolta democratica italiana, che si aspetta ad introdurre il reato d’opinione per tutti i cittadini?

 

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Parafrasando il titolo di un celebre intervento su Rinascita di Palmiro Togliatti buonanima,  si potrebbe dire oggi, a proposito del suo bel gesto, “Martelli se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”. Gesto pompatissimo dai media, tanto che sono scomparsi dai commenti gli appellativi di rito con i quali questo attempato ragazzino dal broncio indelebile è stato chiamato per anni. Scomparse anche le riflessioni sull’improbabilità che l’ex delfino craxiano, suo sodale e fedelissimo fino a ieri, non fosse al corrente degli intrallazzi di casa socialista. Sì, tutto questo è scomparso d’incanto per far posto a idee meschine come quelle che esprime oggi Bernard-Henry Lévy sul Corriere affermando che c’è qualcosa d’impuro nella richiesta di controllo e di moralizzazione spietata in atto in Francia e in Italia: che la massa, cioè, non sarebbe di certo migliore delle élites che la governano. E’ una tesi che sta circolando con troppa insistenza e sgomenta vederla attecchire.

 

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La morte di Sergio Castellari, l’alto dirigente delle Partecipazioni statali trovato suicida nelle campagne romane (ma sulla dinamica del suicidio ci sono parecchi dubbi) per via del suo coinvolgimento nell’affare Enimont, perpetua la serie di misteri di cui è ricco il belpaese. Si scopre, nel frattempo, che in Svizzera esisterebbe un conto protetto dove sarebbero affluiti fondi neri del vecchio PCI e Achille Occhetto ha promesso querele. Sul suicidio imperfetto di Castellari va infine aggiunta la ciliegina sulla torta. Sembra infatti che l’ultimo colloquio da lui intrattenuto poche ore prima di morire abbia avuto come interlocutore, guarda un po’, Giulio Andreotti.

 

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Temi dominanti di questi giorni: a) il prossimo referendum sulla maggioritaria; b) la paura del terrorismo islamico; c) le comunità di recupero, in merito al delitto di San Patrignano. C’è una discreta unanimità da parte dei media nel trattare i primi due argomenti, quasi criminalizzando i sostenitori del proporzionale e mettendoli alla stessa stregua dei fanatici integralisti. Sulla comunità fondata da Muccioli e su quello che vi è avvenuto, invece, vi sono giudizi diversi, dove anche la condanna e il biasimo per la soppressione brutale del tossico pestato a morte nei locali della macelleria, sono attenuati dai meriti di San Patrignano per l’alto numero di “reintegrati” che è riuscito a produrre. La droga, dunque, rimane una devianza e perciò – seppure con le dovute riserve - la morte di quel disgraziato sembrerebbe diventare un doloroso imprevisto, al più un incidente di percorso. Ma è sulla maggioritaria che il conformismo delle nostre belle penne si rivela. Paolo Mieli, direttore del Corrierone, scrive che non ci si può accontentare più di una semplice vittoria, occorre un risultato schiacciante, inequivocabile, plebiscitario. Magari questo sostegno al maggioritario può spingersi fino al delirio, basta leggere quel che scrive Galli Della Loggia, pazzescamente, sullo stesso giornale:

 

“A sinistra il gioco da sempre preferito non è mai stato l’unità ma la guerra civile. Oggi Rifondazione, Rete, Manifesto, Ingrao, Rodotà, eccetera si stanno battendo perché la sinistra continui in eterno ad essere quell’insieme di estremismo verbale, di compiaciuto minoritarismo e di misoneismo radicaloide, che garba tanto agli intellettuali(?) ma che non ha mai dato nulla alle classi popolari se non le peggiori sconfitte.”

 

Queste parole indurrebbero chiunque a desiderare la vittoria del proporzionale sul maggioritario per il prossimo 18 aprile. Il tono stizzito, acido, dell’Ernesto nazionale, è comunque il sintomo di un timore strisciante fra le fila dei referendari. C’è da dargli ragione solo nell’accostamento fra le due date, per Della Loggia intese con la stessa valenza, fra il 18 aprile di quasi cinquant’anni fa e questo che sta per scadere, allorché:

 

“Come avvenne mezzo secolo fa, il sistema sarà rifondato al centro (il corsivo è suo) e solo al centro, non potendo contare su una condivisione di valori ed un’assunzione di responsabilità comuni a tutte le parti politiche.”

 

Infatti, questo sistema (il corsivo, stavolta, è mio) soltanto dal centro, quello stesso centro che ha fatto per cinquant’anni le peggiori porcherie, può essere, appunto, salvato rifacendosi una verginità. Che ci sia poi qualcuno che rifiuti di dare il suo consenso – e di condividere la sua parte di “assunzione delle responsabilità”, come la chiama Della Loggia - a questa sorta di restaurazione mascherata, mi sembra, oltre che lecito, anche comprensibile.

 

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Sono cominciati gli epicedi per Giulio Andreotti, raggiunto da avviso di garanzia per collusioni mafiose. Sarei pronto a scommettere che molti dei canti funerei erano pronti da san Silvestro. Notare quanto il clamore – intere pagine di servizi e commenti - dei quotidiani di quest’oggi contrasta con la reazione della gente comune che s’aspettava da un momento all’altro la conferma come cosa ormai pacifica non dal 31 dicembre ma da anni. Tutto questo mentre a Napoli la baraonda mediatica non è da meno con Gava, Pomicino, Vito, Meo e Mastrantuono raggiunti, a loro volta, da avviso per associazione a delinquere di stampo camorristico. Voglio qui ricordare che nella stessa giornata Il Mattino pubblica la notizia della morte, al centro di rianimazione e terapia intensiva dell’ospedale Loreto mare, dell’operaio Antonio Ferrara dopo un’agonia durata una settimana a seguito del suo gesto disperato. Trovarsi a quarantacinque anni con la certezza di finire sul lastrico per via del licenziamento e non avere altra scelta che quella d’impiccarsi in una latrina: ecco la realtà vera. Le baraonde e gli epicedi, con quei toni spettacolari, da audience, sono ben misera cosa di fronte alla tragedia di quest’uomo che – peraltro - non rappresenta neanche un caso isolato.

 

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Mentre la corazzata Andreotti continua ad affondare, arriva in Italia il direttore della Cia in persona. Al gran ballo delle illazioni, in riferimento a tale visita che coincide con la vigilia referendaria, partecipa Il Mattino con un lungo servizio a sostegno del complotto americano. Il Corriere ed i giornali laici – tutti schierati con il sì - evidenziano invece i soli timori andreottiani contro i giudici di Palermo, sottacendo le frecciate del senatore agli (ex?) amici d’oltreoceano. Ancora il quotidiano di via Solferino, quasi come risposta alle tesi complottiste di Napoli, colloca in buon risalto un’intervista a William Colby, già a capo della stessa Cia dal 1973 al 1976, il quale smentisce – com’è ovvio - qualsiasi macchinazione ai danni di Andreotti. Altri fatti di rilievo: l’autocritica imprenditoriale del senatore Gianni Agnelli che, in soldoni, significa “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, e le accuse a Leoluca Orlando per la sua passata amministrazione comunale, secondo alcuni non cristallina. E domani si vota.

 

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Tutto come da copione: trionfo del sì maggioritario e grande repertorio di frasi fatte con annessa kermesse televisiva. Meno male che il problema più importante per Mariotto Segni – quello di aver perso la scommessa con la consorte sul numero esatto delle preferenze che il sì avrebbe raccolto - si potrà facilmente risolvere: “Dovrò comprare a Vicki – dichiara oggi al Corriere - un gioiello da Bulgari”. Sull’eco di questa frase, pensare ai poveri cristi che in questi giorni s’impiccano o si danno fuoco.

 

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Eh sì, è proprio vero, si stanno adottando due pesi e due misure specifiche fra alta imprenditoria e classe politica. Romiti, con il suo discorso “critico”, avvia l’operazione pariamoci il culo e tutti i quotidiani salutano le sue parole come atto concreto di collaborazione con la magistratura e nuovo corso della Fiat e affini. C’è da sorridere all’appello rivolto agli industriali mentre, da possibile inquisito, il numero due dell’impero Agnelli si ravvede come san Paolo sulla via di Damasco. Quanto al putiferio parlamentare per via delle mancate (ben quattro su sei) autorizzazioni a procedere nei confronti di Craxi, sono in molti a chiedersi come mai non si sia proceduto con una votazione a scrutinio palese. Il bello è che un tempo, proprio Craxi dei fior, pensava d’impallinare i franchi tiratori eliminando lo scrutinio segreto. Naturalmente si è cercato subito d’individuare i possibili colpevoli (“forze torbide”, le ha chiamate Occhetto) senza riflettere sull’eventualità – assai remota - che nessuno avesse previsto in anticipo il risultato scaturibile da quel genere di votazione. Per Andreotti, forse, le cose andranno diversamente.

 

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La decisione di Andreotti di voler rinunciare al giudizio parlamentare per mettersi finalmente a disposizione dei magistrati viene commentata in vari modi, ma non c’è dubbio che l’effetto Craxi sia stato determinante. Passano i giorni e ci si abitua a tutto, i bollettini su arresti per corruzione si cominciano a seguire con la stessa attenzione distratta, quella riservata alle cose destinate il tempo necessario a farci passare la serata. Fra poco sarà estate, la gente andrà al mare o ai monti, e ci si affrancherà da questo carnevale. Mussolini ci contava molto dopo l’omicidio di Matteotti e un po’ di Aventino non manca neanche oggi con la defezione dei deputati della Rete, assenti per protesta dai lavori parlamentari. Manca solo un cadavere, per ora.

 

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Niente cadavere ma un bel botto, quello di stanotte ai Parioli, dove è saltata in aria una macchina piena d’esplosivo. Il botto arriva dopo una martellante campagna di persuasione del Viminale, aperta in dicembre, sulle probabili ritorsioni delle forze mafiose colpite dallo stato. Le voci sono contrastanti, si parla di un atto dimostrativo proprio perché incruento, Cosa nostra – insomma - lancerebbe il suo messaggio ammonitore dicendo che può colpire dove e quando vuole. Altri parlano di un attentato fortunosamente fallito perché sulla stessa strada, pochi momenti prima dello scoppio, si è trovato a passare Maurizio Costanzo di ritorno da una serata del suo show. Gli ultimi interventi televisivi del giornalista, cioè, sarebbero stati così sgraditi ai mafiosi da decretarne la morte. A me sembra che fino ad oggi la mafia non abbia mai sbagliato i suoi obiettivi quando si trattava d’ammazzare qualcuno, certo un errore tecnico è sempre possibile, ma pensare che si sia presa il disturbo di piazzare un’autobomba per eliminare un Costanzo lo trovo davvero poco plausibile. Più convincente, invece, è la tesi del segnale o del messaggio, che però presuppone un interlocutore preciso e non un’entità astratta o generica come lo “stato” nel suo insieme. Un attentato dimostrativo, in altri termini, comporta una scelta dell’obiettivo decifrabile dal nemico. Forse la soluzione è in quella stessa strada scelta dagli attentatori, via Ruggero Fauro, zona di residenza e non solo di transito sia pure di giornalisti schierati contro la mafia.

 

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Il giornale radio di stamattina, 18 maggio, annuncia la cattura di Nitto Santapaola a Catania. Con l’arresto del superlatitante si consolida il teorema per il quale Cosa nostra, sentendosi braccata, ha deciso di seminare il terrore in tutta la penisola italiana cominciando da Roma. Ma perché la mafia dovrebbe impegnarsi in un gioco tanto stupido quanto inutile? E’ una strategia perdente, del tutto estranea alla mentalità mafiosa che ha sempre cercato e trovato riparo nelle istituzioni, ma s’insiste sul fatto che essendo state stravolte le contiguità e saltati i referenti politici, essa sceglie nel terrore la sua ultima opzione, l’extrema ratio che le rimane. Beh, io non ci credo. La mia impressione, invece, è che si stia lavorando ad una sostituzione, un avvicendamento fra vecchi e nuovi equilibri, dove il vecchio – appunto - viene spazzato via (anche nell’universo criminale che perciò, rabbiosamente, reagisce) per far posto al nuovo. Ma non è detto che questo nuovo sia migliore.

 

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Dopo diciannove anni ed otto processi, è stata definitivamente archiviata l’inchiesta sulla strage di Brescia.

 

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Nuovo attentato, stavolta a Firenze, con cinque morti ed una trentina di feriti. La tecnica è la stessa, un furgoncino rubato e parcheggiato nelle adiacenze della Galleria degli Uffizi. Secondo i primi accertamenti, il quantitativo di esplosivo doveva aggirarsi almeno sui settanta chili, un intera famiglia è stata spazzata via. A dire qualcosa di veramente sensato in queste ore sono due magistrati, Giuseppe Di Lello e Felice Casson, entrambi con una lucidità feroce. Di Lello parla infatti di “bombe di stabilizzazione” ed è un discorso, questo, che di riffe o di raffe contraddice la versione del terrorismo solo ed esclusivamente mafioso. Casson, invece, è stufo di sentir parlare di deviazioni nei nostri servizi di sicurezza, bisogna finirla con questa panzana. Il riferimento è alla tesi che spezzoni “infedeli” delle barbe finte abbiano svolto e stiano svolgendo la loro parte in questa strategia. A chi, poi, dovrebbero essere infedeli questi spioni quando magari, per anni, hanno svolto con scrupolo il loro mestiere?

 

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Sul Corriere di oggi si apprende che “Fabbri e Mancino, ministri della Difesa e dell’Interno, respingono con fermezza l’ipotesi che pezzi dello stato o schegge di servizi deviati (sic!) siano coinvolti nelle stragi”, al che bisognerebbe ribattere che il limitarsi ai pezzi o alle schegge, visti i precedenti, sarebbe quantomeno ottimistico. Più gustosa, comunque, è la continuazione del pezzo quando dice:

 

“L’affidabilità democratica degli 007 non deve essere messa in discussione, e però il Viminale giudica che siano maturi i tempi per riconsiderare il ruolo, la struttura, la duplicazione dei servizi. Un tema ciclicamente caldo. Anche Andreotti voleva unificarli.”

 

Uhm, allora delle due l’una: o Fabbri e Mancino sono i primi a non credere a quello che dicono, oppure questi benedetti servizi sono davvero affidabili che non si capisce poi perché ora si pensi ad unificarli, ridurne il numero o ridimensionarne il ruolo. Ma forse, sulla vocazione e la fede democratica delle nostre barbe finte, qualche dubbio sussiste da parte dei ministri.

 

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Muoiono in Germania cinque immigrate in un rogo appiccato dai naziskin, due di esse sono bambine, una di quattro e l’altra di nove anni. Altra morte per fuoco giù in Sicilia, in uno stabilimento dell’Eni. A bruciare vivi fino all’ultimo tessuto sono stati in sette. Operai, al solito.

 

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Ai vertici dei servizi segreti abbiamo due nuovi vicedirettori: il generale Pucci (sismi) e il prefetto Barrel (sisde). Altri nomi vanno poi a sostituire - soprattutto al sisde - gli elementi più impresentabili, proprio per ribadire la volontà di trasparenza espressa nei giorni scorsi. Servirà a qualcosa? Nel mare inquieto delle ipotesi che sono state enunciate sulle trame degli ultimi quarant’anni bisogna immergersi in acque troppo profonde per scovare agganci, relazioni fra certe storie dileguate e gli accadimenti italiani. Non mi sorprende affatto, quindi, che proprio l’esercizio della memoria, in questo momento, stia diventando qualcosa di sgradito, d’impopolare. La memoria è sempre pericolosa, imbarazzante, specie se recupera certi episodi e li collega ad altri che magari sembrano non avere attinenza. Penso a quella frase che Sciascia pone in apertura del suo libro su Moro, “la frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto”. E non a caso, in quel libro, ricorre anche il nome di Pasolini e il suo articolo sulle “lucciole”.  Acque troppo profonde, dicevo, dove morti e sparizioni riguardano coloro il cui solo torto è stato quello di cercare o soltanto sfiorare la verità, spesso in base a semplici riflessioni e senza un briciolo di prova, pagandola poi a caro prezzo.

 

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Le comunali hanno dato come responso la prevista affermazione della Lega nelle regioni settentrionali (benché a Torino il sindaco sarà un “rosso”) e un buon piazzamento delle sinistre in quelle del centro. Duramente penalizzati democristiani e socialisti; ridimensionati i referendari di Mario Segni che però ottengono – di misura risicata - la supremazia a Catania con Enzo Bianco su Claudio Fava. Queste prime elezioni postbufera tangentopolina, presentate come il banco di prova dei futuri sviluppi politici nazionali, già indicano come si metteranno gli sconfitti per il ballottaggio che si svolgerà fra breve, cioè da che parte si schiereranno costoro, se con Bossi o con le sinistre. Il signor Montanelli raccomanda, per Milano, quello che secondo lui è “il male minore”, invitando i suoi affezionati lettori a turarsi ancora una volta il naso. Ammirevoli per coerenza, le indicazioni di Montanelli verranno seguite alla lettera non in virtù dell’influenza che hanno le sue opinioni, bensì per la solita paura che ha bloccato il paese in tutti questi anni.

 

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Ugo Pecchioli è stato nominato presidente della Commissione di controllo parlamentare sui servizi segreti.

 

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Un altra tegola sulla testa di Andreotti, dichiarato presunto mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista dell’agenzia OP ucciso il 20 marzo 1979. Inutile dire che la voce in merito circolava già da molti anni. Insomma, tutto ciò di cui si è sussurrato intorno al Giulio nazionale sta avendo, ora, implacabilmente riscontro.

 

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“Il sospetto dei giudici è che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa abbia tenuto per sé una parte della documentazione trovata nell’ottobre del 1978 a Milano, nel covo di via Monte Nevoso”.

 

Secondo la signora Maria Antonietta Setti Carraro, suocera del generale, l’ipotesi della sottrazione di questi documenti ad opera del genero non è affatto campata in aria. Vediamo meglio.

 

“Mia figlia mi disse una volta, con riferimento a confidenze del generale: So delle cose tremende ma non posso dirtele, se te le raccontassi, non ci potresti credere. Carlo mi ha fatto giurare di non dirle a nessuno…

 

Mi sembra alquanto remota la possibilità che un alto ufficiale dei carabinieri, nel mirino di terroristi e mafia, al centro dei peggiori intrighi della Repubblica italiana, possa mettere al corrente la propria consorte di cose tremende, esponendola – come poi è avvenuto - a un pericolo mortale. La moglie di un carabiniere può conoscere molti segreti del proprio coniuge, ammesso che costui sia abituato a raccontarglieli. Ma Dalla Chiesa era già stato sposato a lungo con un’altra donna che lo ha sempre seguito nei suoi spostamenti, gli ha dato dei figli e aveva anche lei occhi per vedere e orecchie per sentire quanto succedeva negli anni caldi in cui il marito era impegnato in indagini scottanti. Il riserbo di Dalla Chiesa non ha mai avuto incrinature, nemmeno con suo figlio che pure lo interrogava, anche come sociologo e studioso di fenomenologie, su argomenti che ne avrebbero potuto pregiudicare l’incolumità. Perché, dunque, doveva fare un’eccezione con la seconda moglie? Plausibile è invece la storia delle carte di Moro “tenute per sé” e che io non trovo scandalosa ma necessaria in quel mestiere che Dalla Chiesa aveva svolto ben sapendo di rischiare la vita, forse non solo la sua, ma di chi gli stava intorno. Una (molto) ipotetica precauzione che, peraltro, non è servita.

 

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C’è chi esprime il timore che questa sarà un’estate assassina. Dove trovi fondamento tale impressione è nello stesso susseguirsi dei fatti fin qui avvenuti. Un noto periodico gioca con cattivo gusto sull’argomento dedicandogli persino la copertina mentre si registra la marcia indietro della signora Setti Carraro sulla faccenda delle carte di Moro:

 

“Non ho mai detto che ci sarebbe una terza persona a conoscenza dei verbali Moro; col generale Dalla Chiesa non ho mai parlato di queste cose. Ricordo solo che una volta, prima che lui e mia figlia si trasferissero a Palermo, Emanuela mi disse che c’era stata la richiesta da parte del capo del governo, di venire a conoscenza di quei verbali. Ho conosciuto Dalla Chiesa come una persona molto precisa, corretta, intransigente, e suppongo che abbia fatto ciò che gli era stato chiesto. Ma sono solo supposizioni.”

 

Dunque questa donna prima racconta di avere appreso dalla figlia che Andreotti avrebbe preteso dal generale i documenti da lui trovati nel covo brigatista (“Ma col cucco che glieli ha dati”) e poi smentisce. E’ evidente che questo ripensamento da parte sua derivi dalle inevitabili considerazioni sull’operato del genero, il che è comprensibile ma non spiega la sua sortita. Sarò anche ingiusto, ma devo dire che le valutazioni della signora suscitano in me la sgradevole sensazione che si può avvertire ogni volta di fronte all’ipocrisia malcelata di una persona. Una persona, in questo caso, che pur riconoscendo la precisione, la correttezza e l’intransigenza di un parente – sia pure tardivamente acquisito - non si astiene dal rivelare qualche piccolo (ma proprio piccolo) risentimento. Il rimedio, poi, è peggiore del danno perché la signora, attraverso il video, si lascia andare a previsioni vagamente iettatorie sul conto di Andreotti (“Come hanno massacrato mia figlia e mio genero, stanno ora massacrando lui”) e lo invita a parlare, a liberarsi finalmente dai pesi che gravano sulla sua coscienza prima del suo – per lei - probabile ammazzamento. C’è da giurare che il povero Giulio avrà fatto i dovuti scongiuri. Sarà quindi un’estate assassina per davvero, questa?

 

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Seguitando a pompare la matrice esclusivamente mafiosa delle autobombe, il ministro Mancino rende noto che le forze dell’ordine sono riuscite fino ad oggi a sventare un bel numero di attentati, sempre ad opera delle “onnipresenti” organizzazioni criminali. Anche per questo motivo, “nei giorni scorsi – si legge sul Corriere di stamani - Luciano Violante, presidente dell’Antimafia, ha messo in guardia i giornalisti dagli scoop con il virus della calunnia”. Il riferimento è all’episodio dei due ufficiali della Dia tacciati di piduismo. L’ex magistrato dice che gli episodi di disinformazione sono così reiterati da far pensare ad una strategia:

 

“In genere, questo succede alla vigilia di fatti gravi. Teniamo presente che siamo in una fase di cambio del sistema politico. Il cambio avviene non cercando di coprire il passato ma facendolo venire alla luce, nella consapevolezza che se non vengono alla luce gli intrighi del passato, che non è remoto ma prossimo, è difficile poter sperare in un sistema libero domani”.

 

Che gli intrighi del passato continuino imperterriti a mischiarsi con quelli del presente è invece dimostrato dalla notizia – pubblicata sullo stesso giornale - dello strano avvistamento nei giorni scorsi sul nostro territorio di Eugenio Berrios. Chimico cileno e mago degli esplosivi, spia prezzolata di Augusto Pinochet e della Cia, questo signore è stato pesantemente indiziato nell’assassinio di Orlando Letelier, ex ministro del governo Allende ed esule negli Stati Uniti, ucciso – guarda un po’ - con un’autobomba. Magari il signor Berrios in Italia ci sarà venuto per turismo, ma ha scelto un periodo davvero curioso per venirci. Sarà forse perché quella delle autobombe dev’essere la sua stagione preferita.

 

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Anche i servizi segreti finiscono sotto accusa per peculato e corruzione. Fra le barbe finte c’è chi, responsabile dei fondi riservati del sisde, ha prelevato dagli stessi la bella cifra di due miliardi di vecchie lire versandoli sul conto corrente intestato alla mamma: quale straordinario e commovente amore filiale! E c’è chi, invece, s’è aperto un’agenzia turistica con la scusa del “paravento”, cioè di una copertura operativa che – in realtà - copriva soltanto i suoi allegri intrallazzi. A finire nella bufera, comunque, è per ora il solo servizio di sicurezza civile, ossia quello più esposto alle faide, ma non è detto che i cugini del sismi ne siano estranei.

 

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“Un ordigno di rara potenza, disinnescato, era posto sotto il cavalcavia del Palazzo di Giustizia. Poteva essere strage nel cuore di Palermo: proprio là dove la vigilanza sembrava a prova di tutto”.

 

Poiché l’ordigno rinvenuto era disinnescato, i cronisti ne deducono che si tratta di un avvertimento, Cosa nostra sembra dire che è in grado di colpire chiunque e dovunque ma che una strage “non rientri” (e Firenze?) nei suoi progetti attuali. Vabbé, ma come mai un Palazzo di Giustizia già presidiatissimo in superficie rimane completamente sprovvisto di controlli e d’ispezioni intorno al suo sottosuolo? Una qualsiasi banca o istituto di credito che si rispetti provvede di solito a verificare periodicamente cunicoli e reti fognarie ad essa collegati, giusto per cautelarsi da brutte sorprese. Dopo l’esperienza di Capaci, quando si sa che un’organizzazione criminale non arretra di fronte alle più ardite fantasie bombarole pur di far fuori un magistrato, è plausibile una trascuratezza del genere? No, non lo è. Lo è invece il dubbio che, malgrado le ispezioni, l’ordigno sia stato piazzato grazie a complicità interne proprio a quella vigilanza che sembrava a prova di tutto. Ma il solo pensarlo, per i cronisti, è peccato grave.

 

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Accontentiamoci perciò di quello che il procuratore Cordova ha raccontato durante la sua deposizione durata quattro ore di fronte all’Antimafia sui risultati della sua inchiesta:

 

“La massoneria è il tessuto connettivo della gestione del potere economico, politico ed amministrativo, un superpartito trasversale al quale appartengono militanti di tutti i partiti. Mi riferisco all’Italia, ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di un’organizzazione mondiale. E’ assai difficile distinguere dove l’associazione massonica persegua scopi leciti e laddove sconfini, invece, nell’illecito”.

 

Potere, carriera, danaro, protezione sarebbero l’incentivo, secondo Cordova, che spingono il singolo all’affiliazione. Beh, che le ambizioni del singolo siano variabile indipendente da remore morali (e, ahimè, anche penali se dal mutuo soccorso all’associazione a delinquere ci corre così poco) son cose sulle quali si può discutere quanto si vuole. Ma fintanto che non si apporteranno dei correttivi a ciò che tali cose produce, è inutile lamentarsi del lavoro dei magistrati ed invocare il garantismo. Chi sa di agire contro le norme che regolano la vita di una comunità per il proprio tornaconto, chi sceglie la strada dell’illegalità pur di arricchirsi alle spalle del prossimo, è tenuto a sapere anche che esiste l’evenienza – per quanto remota - che questo suo agire non resti per sempre impunito. Ho sentito in questi giorni cose raccapriccianti a proposito del professor Vittoria, direttore della Facoltà di Farmacia e suicida per le tangenti napoletane legate alla sanità amministrata da Poggiolini e De Lorenzo. Costui si è tentato di farlo passare quasi per martire, mentre sapeva benissimo ciò che faceva. E ora che di lui spuntano borse con paramenti massonici “dimenticati” in un taxi addirittura due mesi prima della morte, dopo che -“sconvolto dalla vergogna” - si è tolto la vita lasciando non un attestato di pentimento ma un vero e proprio memoriale d’accusa contro i suoi compari mentre la consorte si è affrettata a farne cremare il corpo, c’è ancora chi lo considera una vittima delle losche mene altrui. Davvero sembra d’assistere al macabro spettacolo, raccontato da Orson Welles in uno dei suoi capolavori, degli squali impazziti che finiscono col divorarsi a vicenda.

 

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Arrestato in Puglia, nella sua casa di villeggiatura, Franco Freda “per ricostituzione del partito fascista”. Era in compagnia, al momento del fermo, del suo amico Ventura, ormai cittadino argentino, il quale – sbrigate le formalità - è subito ripartito per Buenos Aires. E’ il momento dei redivivi, a volte ritornano.

 

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Trovato morto a San Vittore, con la testa infilata in un sacchetto di plastica, Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, in carcere dallo scorso marzo per tangenti. La sua domanda di scarcerazione doveva essere ripresa in esame proprio oggi. Suicidio o esecuzione? Il procuratore Francesco Saverio Borrelli che ha disposto l’autopsia esclude l’assassinio. Il segretario del Psi, Ottaviano Del Turco, ha commentato subito dopo aver appreso la notizia che questo episodio ripropone, in tutta la sua drammaticità, quanto ha detto il presidente Scalfaro sulle manette facili. Poiché la tesi del suicidio non trova contestazione, non voglio soffermarmi sulle stranezze legate a questa morte, d’altronde inquietante. Ma che un uomo in attesa di conoscere l’esito di un appello di scarcerazione pensi a lavarsi, sbarbarsi, fare colazione sapendo peraltro che in mattinata riceverà anche la visita della propria consorte, si premuri di scambiare qualche battuta scherzosa con i suoi compagni di braccio, agisca cioè normalmente per non creare sospetti sulla sua intenzione di farla finita, mi sembra degno della peggiore letteratura gialla.

 

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Ancora un suicidio eccellente: quello di Raul Gardini. Stavolta con un colpo di pistola. In questa micidiale epidemia neanche gli editorialisti più quotati sanno che pesci pigliare. Nel frattempo, con estrema delicatezza, qualcuno ha ricordato che la morte di Gardini toglie dalla circolazione un altro testimone-chiave sui reati dell’alta finanza, anche quelli più inconfessabili.

 

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“Gardini – rivela oggi al Corriere uno dei suoi più stretti collaboratori - aveva due alternative: accettare i meccanismi dell’inchiesta e lasciarsi distruggere davanti ai figli. Oppure commettere un gesto estremo che lo riscattasse, come atto d’orgoglio. Perché questo suicidio non è stato certo un gesto di depressione”.

 

Bella scoperta. Ma il fatto stesso che Borrelli abbia ricordato quanto inquietante sia il particolare che le indagini Enimont restino segnate “da un triplice marchio di morte” con Gardini, Cagliari e Castellari (ma qualcuno vorrebbe aggiungere alla triade anche il nome di Franco Piga, ex ministro delle Partecipazioni statali stroncato da infarto il 26 dicembre ’90) rende ancora più suggestive le voci che corrono in questi giorni, voci che parlano di affari ben più sporchi all’origine di queste tragedie.

 

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In materia di esplosivi, si è saputo stasera che per l’autobomba usata a Firenze nell’attentato in via dei Georgofili sarebbe stato impiegato un miscuglio di circa 300 kg formato da tritolo, pentrite e il famigerato T4. Secondo gli esperti, la bomba avrebbe avuto le stesse caratteristiche di quelle usate per via D’Amelio a Palermo, in via Fauro a Roma e sul rapido 904 Napoli-Milano. Per inciso, sembra che un ordigno simile sia stato utilizzato -ancora a Firenze - nel 1987, ma in quale occasione non viene specificato. Sembra confermata, dunque, l’alta competenza tecnologica degli artificieri di Cosa nostra di cui dev’essere straordinariamente ricca e soprattutto capace di addestrare.

 

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Lo stillicidio bombarolo continua con gli attentati di ieri notte a Milano e a Roma, il più grave nel capoluogo lombardo: cinque morti. A finire dilaniati dallo scoppio sono stati tre vigili del fuoco accorsi per spegnere un falso principio d’incendio di una vettura Fiat dov’era collocato l’ordigno, un vigile urbano e un immigrato marocchino che si preparava a passare la notte su una panchina. Il diversivo del fumo proveniente dal veicolo per attirare le vittime è, senza dubbio, molto professionale. Questo nuovo macello ha provocato la rimozione del prefetto Finocchiaro dalla direzione del sisde, lo sostituisce un certo Salazar il cui nome ricorda quello del vecchio dittatore del Portogallo. Qualche cronista ha ravvisato nella peculiarità del tranello qualche somiglianza con la strage di Peteano ed è curioso perché se esiste davvero un’analogia, questa si deve ravvisare nelle stragi di Ciaculli e Villabate avvenute giusto trent’anni fa in una guerra di mafia. Ma forse il lapsus del cronista non è casuale. Al momento non sono stati trovati frammenti di timer o di miccia – ma sulla presenza di una miccia esiste la versione contrastante di un paio di testimoni - e sembrerebbe perciò che non vi sia attinenza con quegli eventi lontani. Eppure non occorre necessariamente un comando a distanza per far esplodere un ordigno, basta un semplice circuito a contatto come – appunto - fu usato tanto a Peteano che a Ciaculli. Una volta cioè aperto il cofano dove è collocata la bomba, il circuito si chiude e il gioco è fatto: si ha persino il tempo di accorgersi dell’agguato e di urlare un attimo prima di saltare in aria, proprio com’è accaduto ad una delle vittime. Beh, sto qui a trastullarmi con questi pensieri oziosi pur sapendo che si tratta di un gioco sterile, ma come è possibile affrontare un discorso serio quando si devono aspettare due mesi per conoscere perizie già note e particolari che vengono dati col contagocce? Solo adesso, per esempio, viene reso noto l’identikit di “una donna bionda, di circa 20-25 anni” notata poco prima degli ultimi due attentati. E ora che il ministro degli Interni, dopo la destituzione di Finocchiaro, dopo la scoperta degli altarini ed intrallazzi del sisde, continua a ribadire la sua incondizionata fiducia nell’efficienza e nella lealtà dei servizi, siamo arrivati proprio al patetico. Non è possibile, infine, mostrare impassibilità di fronte alle dichiarazioni rese stasera in televisione (Rai 2, “Pegaso”) dal professor Edward Luttwak, il quale c’invita ad essere più pragmatici, più semplici nella ricerca della verità, senza andare a scomodare congiure complicate, complotti lontani o internazionali. Ebbene questo signore, già consulente strategico di Reagan, autore di manuali sulle tecniche d’eversione e colpi di stato, già collaboratore Cia, dovrebbe avere almeno il buon gusto di defilarsi da certi interventi. Se poi è davvero convinto che tutto ciò che sta avvenendo in Italia si deve soltanto a coloro che vedono in pericolo i privilegi acquisiti con il vecchio regime, sarà bene ricordargli che proprio il suo paese è stato il principale sostenitore del sistema politico che ha retto il potere per quasi un cinquantennio.

 

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Un guasto all’intera rete telefonica di Palazzo Chigi durato oltre due ore nella notte fra martedì e mercoledì 28 luglio, viene oggi – 5 agosto - reso noto dai quotidiani come misteriosa postilla agli attentati di Roma e di Milano:

 

“Forse un black-out tecnico? Sull’oscuro (sic!) episodio ora è in corso un’inchiesta affidata ai servizi segreti. Ma i primi risultati raggiunti hanno allarmato ancora di più il presidente Ciampi. E’ infatti già stato accertato che il guasto non è dipeso dalla centralina interna al palazzo, bensì di provenienza esterna. Bisognerà chiarire il perché”.

 

Il perché dovrebbe essere abbastanza semplice se ci sono orecchie allenate ai messaggi, tanto più che un sabotaggio telefonico - in questo caso - non procura certo problemi, visto che il presidente del Consiglio ha potuto servirsi di un banalissimo telefonino cellulare per le comunicazioni d’emergenza. Ma i giornali pompano la notizia come un evento annunciatore di chissà quali progetti golpisti, mentre il vero golpe è stato già compiuto. Devono essersene accorti persino coloro che hanno organizzato il black-out.

 

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Il solito trafiletto di cronaca c’informa che “tre agenti di custodia nel carcere di Rebibbia sono indagati per il suicidio di Antonino Gioè, boss della mafia di Altofonte (implicato nella strage di Capaci) e avvenuto in cella la notte del 29 luglio, nel braccio della prigione nel quale i tre erano di turno”. Nell’inchiesta del procuratore Franco Piro sembrano non emergere dubbi sul suicidio ma su “insufficienze nel controllo del detenuto”, nonché possibili “pressioni esterne affinché si uccidesse”. Dunque un suicidio istigato che qualche perplessità, almeno nei termini, la suscita. Infatti quando il dato coercitivo, sia pure esterno, interviene (e forse prevale) sulla volontarietà dell’atto, non so se sia giusto parlare di suicidio nel senso tradizionale del termine. Sottigliezze? Forse. Ma tralasciando Gioè, quanti casi di suicidio “forzato” abbiamo avuto in questo periodo? C’è chi si ammazza per la vergogna, chi per dignità, chi per orgoglio, chi per protesta, chi per tenere la bocca chiusa. Però la morte riguarda sempre soggetti che in un modo o nell’altro tolgono il disturbo opportunamente, cioè in quel momento giusto di cui qui si è già fatto riferimento. Solo una coincidenza?

 

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Proprio di spalla al servizio sul dopo-rivolta dell’Enichem di Crotone, servizio in cui si descrivono “strade deserte, case e negozi sbarrati nel giorno del primo sciopero generale”, il Corriere di oggi, 10 settembre, riporta un articolo del professor Giuseppe “Censis” De Rita, pomposamente definito – tale articolo - come analisi dei fatti accaduti. La tesi del professore è che dopo anni di “rancore dei ricchi” l’Italia ora si divide anche nell’ira, grazie alla riesplosione del “rancore dei poveri”. Egli scrive, tra l’altro, che “forse il rancore dei poveri è sconsolato (sic!) e non ha fatto fin qui paura, ma certo il rancore dei ricchi è stato fin qui potente: sia nel senso che è forte ed incisivo, sia nel senso che ha cercato di contare, di farsi valere, anche con la contestazione dura”. Siccome tale rancore il De Rita lo ha sentito “crescere per anni nelle frasi di Romiti e De Benedetti”, nonché nella “minuta e frustrata (risic!) gente lombarda”, per riesplodere infine “a pentimento-dimenticanza della propria storia in tanti ex rampanti, ex craxiani, ex innamorati della finanza come arte di far soldi con altri soldi”, vorrei obiettare che proprio questa forma di rancore è stato guardato in modo diverso dalle analisi che lo stesso CENSIS andava divulgando negli anni in cui  protervia ed insolenza, oggi stigmatizzate dal professore, avevano modo di manifestarsi nelle classi dominanti. Ma su questo si può anche chiudere un occhio. Dove, invece, non si può essere caritatevoli è sulla sua valutazione dei poveri che esprimono la loro disperazione in sceneggiate televisive, poiché essi “sanno che il potere vero sta nella capacità di attrarre i giornalisti, i fotografi, i telecronisti che danno impatto di massa(?) alle donne che occupano i binari ferroviari, alle vampe degli incendi, alle paure per le intossicazioni da fosforo, e quant’altro”. Invece di trovare vergognoso che in una società democratica degli esseri umani debbano ricorrere al clamore e allo “spettacolo” della propria disperazione per ribadire il loro sacrosanto diritto all’esistenza, la conclusione del discorso deritiano approda felicemente alla ormai atavica paura per le “rabbiose, incontrollabili emozioni delle moltitudini”. Un fariseismo, questo, che si è sempre celato nel cosiddetto pensiero laico-illuminato. Laico sì, illuminato certo, ma più con valenze da gironda che da giacobba. E dunque tutt’altro che versato per le riforme strutturali, quelle che in sostanza rimangono le vere riforme.

 

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Un parroco antimafia trucidato a Palermo e un’autobomba contro una stazione dei carabinieri di Catania. Eppure ci sarebbe da fare un bel po’ d’inventario sulle circostanze che intanto riguardano le rivelazioni fatte a fine agosto da Francesco Marino Mannoia a proposito delle fregole golpiste e separatiste di Cosa nostra. Coraggio, guardiamo. Il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, invia il 5 settembre a prefetti e questori una circolare di allerta il cui contenuto viene reso pubblico soltanto dieci giorni più tardi, poiché “un golpe non sta né in cielo né in terra”. Intervistato, perciò, il 16 settembre, Parisi non rivela la fonte che ha fatto scattare il segnale d’allarme perché ritiene che ciò possa metterne in pericolo l’incolumità. Ieri, infine, 18 settembre, un trafiletto confinato a pagina 11 dello stesso Corriere che ha pubblicato l’intervista conferma che è proprio “Francesco Marino Mannoia la fonte del rapporto FBI sulle bombe in Italia”. E proprio ieri esplode l’autobomba a Gravina, davanti alla caserma dei carabinieri. Beh, se questa è opera di mafia e solo di mafia, bisogna pur riconoscere che il comportamento dei mafiosi è perlomeno curioso, tanto che persino un Saverio Vertone riesce a coglierne oggi – sempre sul Corriere - le dovute incongruenze. E’ come se i mafiosi, cioè, abbiano deciso di seguire alla lettera gli annunci del Viminale che ha quasi incitato il nemico a farsi vivo con le bombe. Sembra insomma un copione già scritto e in cui Cosa nostra stia recitando la sua parte.

 

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L’offensiva politica si sposta decisamente verso sinistra. Dopo l’arresto di Greganti, ora si cerca d’impallinare Ugo Pecchioli per via d’una fantomatica “Gladio” rossa che il vecchio PCI avrebbe organizzato in anni lontani e di cui il senatore pare sia stato uno dei quadri dirigenti. Bah, forse avranno scambiato il mansueto Pecchioli per il terribile Pietro Secchia. Però la faccenda sembra proprio buona per estromettere dalla presidenza della Commissione parlamentare sui servizi segreti un uomo scomodo.

 

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Un vero quanto divertente guazzabuglio. Dunque abbiamo generali accusati di cospirazione contro lo stato da ex amanti i cui mariti, anch’essi ufficiali dell’esercito, hanno avuto a loro volta relazioni amorose con le madri di terroristi neofascisti dati per morti e poi redivivi. In questo fumettone che la stampa ha definito dapprima boccaccesco e ora pare stia cominciando a prendere sul serio, sembra di scorgere le furberie di Scapino rivedute e aggiornate fra Novella 2000 ed i trattati di tecniche eversive care a Luttwak. E siccome questa del golpe sta diventando un’idea fissa, si direbbe che il trastullo funzioni. Nell’atmosfera da Sette giorni a maggio che l’industria mediatica cerca di alimentare ad ogni costo, persino l’incontro in Sardegna fra Segni e Berlusconi acquista i toni della congiura. Caduto in disgrazia il suo mentore Bettino, al cavaliere urge un nuovo punto di riferimento.

 

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Un altro generale, stavolta dei carabinieri, è finito indagato per favoreggiamento e soppressione d’atti riguardanti un suo amico, capocosca della mafia calabrese, che l’ufficiale avrebbe a suo tempo infiltrato nientemeno che nelle Brigate rosse come informatore. Un pentito, al cui attivo si registrano 1.200(!) pagine di verbale, racconta che il presunto infiltrato sarebbe stato addirittura presente nel commando terrorista che il 16 marzo ’78 sequestrò Aldo Moro dopo averne ucciso la scorta. Come se non bastasse, il famoso quarto uomo – noto con la qualifica e il nome di ingegner Altobelli - che fu custode dello statista prigioniero in via Montalcini, è stato finalmente identificato in un artigiano quarantenne di Roma, già con precedenti per reati eversivi. La polizia lo ha arrestato dopo un lungo interrogatorio. Al fermo, la DIGOS dichiara di esserci arrivata senza soffiate, cioè dopo un laborioso lavoro d’indagini che ne hanno consentito l’identificazione: storia verosimile quanto le assicurazioni di fedeltà del ministro Mancino sul conto dei servizi.

 

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Che una dissociazione dalla lotta armata possa sfociare nel pentimento, è ammissibile. Che il pentimento arrivi dopo anni di carcere e in base al fatto che le ammissioni del pentito scaturiscano “soltanto da un’ipotesi investigativa già accertata per altra via”, è plausibile. A guastare il tutto sono le lacrime e la commozione di Adriana Faranda e Prospero Gallinari. La prima si è decisa a vuotare il sacco “dopo una crisi di pianto” scagionando il secondo – molto emotivamente provato - dal marchio di carnefice di Moro e attribuendo l’omicidio del presidente DC a Mario Moretti ed Ermanno Maccari, l’artigiano arrestato con l’accusa di essere in realtà il famigerato ingegner Altobelli. Lasciando perdere la pagliaccesca versione del “laborioso” lavoro d’indagine che avrebbe portato al suo arresto, c’è da dire che se Maccari è davvero il quarto uomo di via Montalcini rimane indecifrabile il fatto che sia potuto rimanere quindici anni tranquillo, non da latitante ma da comune cittadino.

 

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Lo spiffero o il suggerimento sul nome di Maccari, dunque, c’è stato davvero. Resta da vedere se sia sul serio attribuibile, come asserisce qualcuno, ad Alessio Casimirri – ex brigatista, già nel commando di via Fani, riparato in Nicaragua dove ha aperto un ristorante con i quattrini di chi non si sa - ad Antonio Savasta, alla Faranda o forse a Pippo Baudo. Mi fa comunque piacere che lo strombettio ad onore e vanto della DIGOS, nel suo lavoro d’indagini svolte senza l’ausilio di soffiate per risalire a Maccari, abbia fatto questa fine. Una fine, peraltro, signorilmente sottaciuta dalla stampa. Così, da due settimane ad oggi, fra tentativi di golpe, rivelazioni clamorose, sequestro Moro e dintorni, il popolo italiano ha avuto le sue brave distrazioni per mandar giù la Finanziaria, peggiore dell’anno scorso, pronta per il ’94.

 

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La strategia del fango si perfeziona. Maurizio Broccoletti, uno della cricca degli spioni incriminati per la sottrazione dei “fondi” riservati sisde, pensando – e con ragione - di evitare l’arresto, si è presentato alla Procura di Roma “con un carico di documenti dirompenti come dinamite chiuso nella borsa”. Per le sue rivelazioni è finito in galera nientemeno che l’ex capoccia del sisde, Riccardo Malpica. Broccoletti, comunque, ha avuto modo di sputtanare un bel numero di personalità, secondo lui coinvolte nel giro d’intrallazzi: dall’ex ministro della Difesa Salvo Andò al prefetto di Napoli Umberto Improta, dal capo della Polizia Vincenzo Parisi ai nomi dei ministri degli Interni che si sono avvicendati per dieci anni, dal 1982 al 1992. Poiché tra questi ultimi c’è anche il nome di Oscar Luigi Scalfaro, il clamore è stato enorme, non solo politicamente. Voglio dire che c’è in ballo qualcosa di molto più sostanzioso della prossima legislatura, che la stampa individua come la posta in gioco nell’attacco ormai dichiarato alle istituzioni. Si è parlato di golpe fino alla nausea in queste settimane, ma non dell’economia golpista che si va instaurando passo dopo passo. E il vantaggio che ne traggono – da tale situazione - quelle forze finanziarie che non hanno mire proprio filantropiche mi sembra evidente.

 

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La solerte Procura romana deve proprio tenerci molto alla nomea di porto delle nebbie che si è conquistata nel corso di questi anni, tanto da lasciare al signor Broccoletti tutto il tempo e il comodo di dileguarsi dopo la sua volontaria “collaborazione”. Riferendosi ai cinque compari (fra cui, appunto, il dileguato) che si sono spartiti “con baldanzosa disinvoltura” i quattrini del sisde ed ora sono tutti uccel di bosco, il procuratore aggiunto Ettore Torri ha dichiarato sabato scorso:

 

“Avevano già cominciato a tramare fra di loro per nascondere le tracce delle loro malefatte e sicuramente sono tipi capaci di scappare oltre frontiera”.

 

Poiché risulta che sia stato proprio il dr. Torri ad aver tenuto per tre ore sotto interrogatorio Broccoletti, certe dichiarazioni meritano di essere valutate e quindi confrontate con la coerenza dimostrata.

 

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Questo due novembre appena trascorso andrebbe ribattezzato giorno dei desunti, non dei defunti. Tanto, da quello che si apprende dalla stampa, uno può farsi solo una vaga idea dei fatti che accadono. Parlo dei dettagli che riguardano le nuove rivelazioni – chiamiamole così - di Michele Galati, altro cassiere e barba finta sisde, che ha ribadito “le stesse cose già dette una settimana fa dal latitante Broccoletti”. Questo signore ha raccontato dei 100 milioni mensili che il sisde avrebbe passato ai ministri di passaggio al Viminale dall’82 al ’92, escludendo dalla lista il solo Amintore Fanfani, “l’unico che non ha mai voluto nemmeno mille lire”. La reazione del Quirinale non si è fatta attendere e così Oscar Luigi Scalfaro è apparso sul video a reti unificate per rendere partecipi gli italiani alla sua indignazione. Il messaggio del presidente viene oggi, giorno 4, diversamente commentato, ma torniamo a Galati. Sembra che costui abbia suscitato presso i magistrati più interesse del suo collega, in quanto avrebbe esibito “per ogni accusa, la sua pezza d’appoggio: foglietti con sigle e numeri, elementi dattiloscritti di somme a nove zeri, sempre con delle sigle a penna”. Tali documenti sarebbero ritenuti originali, poiché si tratta di “minute che, secondo legge, egli avrebbe dovuto distruggere” in base al periodico ed obbligato incenerimento delle documentazioni cui i servizi sono tenuti ad espletare ogni anno o due. Già, bravo, ma dal momento che i due spioni hanno pensato bene di conservarseli, questi documenti, se ne ricava che il difetto sta nel manico. Le “prove” sottratte al macero, infatti, servono tanto a cautelarsi per le reiterate ruberie che ad ammonire e ricattare il potere politico quando occorre, in questo caso anche a pararsi il culo. Ecco a chi è stata affidata la sicurezza nazionale.

 

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“Per i 23 milioni di italiani che mercoledì sera lo hanno ascoltato in televisione, il messaggio di Oscar Luigi Scalfaro era suonato come un grido d’allarme e, insieme, un appello all’unità e alla vigilanza. Per i giudici della Procura di Roma invece quel discorso era una notitia criminis. E l’ipotesi avanzata dal presidente, quella che qualcuno stesse attentando all’unità nazionale, si è trasformata in un’inchiesta penale. Così, dopo un’intera giornata di andirivieni, discussioni, forse anche polemiche, la Procura ha scelto d’invertire bruscamente la rotta: e adesso Riccardo Malpica, Maurizio Broccoletti e Antonio Galati saranno indagati non più e non solo per associazione a delinquere e peculato, ma anche per attentato alla Costituzione ai sensi dell’articolo 289 del codice penale. Per avere cioè tentato con le loro azioni di indebolire il ruolo e la figura del presidente della Repubblica”.

 

Insomma, fatta la frittata incolla i gusci. Quest’inversione di rotta è tutt’altro che lusinghiera per la Procura romana. Se, come si dice nei commenti, tale decisione è davvero maturata non dal contenuto delle dichiarazioni rese da Malpica e soci bensì dalla “gestione” di queste, una gestione calcolata, non si capisce perché sia sfuggita fin dal primo momento ai giudici l’ipotesi “che le barbe finte stessero agendo come se avessero concordato un piano preciso”. E questo primo momento si riferisce proprio alla visita in Procura di Maurizio Broccoletti il quale, dopo tre ore d’interrogatorio, viene lasciato libero d’andare invece d’essere trattenuto. Ma ha un senso chiederselo quando certe leggerezze sembrano molto poco involontarie?

 

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“Non ci fu nessuna talpa ad informare i killer degli spostamenti di Falcone, la mafia agì da sola”. È la versione della Procura di Caltanissetta in merito all’operazione che ha portato all’arresto di altri boss coinvolti nella strage di Capaci. Una certezza, quella dei giudici siciliani, che però non esclude del tutto il coinvolgimento di altre entità, visto che comunque “le indagini proseguiranno anche in tal senso”. C’è d’augurarselo, anche perché Falcone, quel 23 maggio, in Sicilia ci arrivò con un aereo messo a disposizione dal sisde.

 

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Nei giorni scorsi l’avvocato Nino Marazzita, già legale della famiglia Moro e ora di Broccoletti, l’aveva anticipato: “Il mio cliente prima o poi si consegnerà e dirà molte altre cose sul sisde e sugli intrallazzi che venivano commessi dai suoi uomini”. Ieri hanno arrestato il suo assistito a Montecarlo, in seguito ad una serie di telefonate che il latitante avrebbe fatto alla famiglia. Strana imprudenza, questa delle telefonate ai propri congiunti da parte di un agente dei servizi che non pensa alle intercettazioni né ai telefoni sotto controllo. Facilitando così il lavoro del Ros carabinieri, al momento dell’arresto Broccoletti “ha esibito documenti falsi in un ultimo patetico tentativo di restare in libertà”. Nel frattempo, sempre in tema di apparati, il piano di riforma dei servizi segreti che Carlo Azelio Ciampi voleva avviare in questa legislatura non si farà più, “né per disegno di legge né per decreto”.

 

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“L’operazione, battezzata Superga in onore alla collina torinese, si è svolta segretamente il nove e l’undici novembre. Escluse tutte le organizzazioni di soccorso”.

 

Normale esercitazione militare? No, vera e propria simulazione di guerra civile fra il nord e il sud del paese. L’incredibile episodio raccontato dai giornali di oggi, 4 dicembre, ha coinvolto “soltanto enti statali: oltre a carabinieri, polizia, esercito e prefetture, hanno partecipato ingegneri dell’ENEL, della SIP e dei vigili del fuoco”. Teatro d’operazione sono state le tre regioni Lombardia, Piemonte e Liguria ipoteticamente prese d’assalto dai cattivi di turno. E cioè dagli italiani del centro e del meridione sotto il controllo, secondo gli strateghi del war-game, “di governi instabili ed antidemocratici”. In altre parole, secondo l’allegra esercitazione organizzata da Viminale e Difesa, questo nostro paese – almeno dalla Val Padana in giù - sarebbe popolato da mafiosi e sovversivi che nel piano d’attacco contro il nord si sono avvalsi di truppe mercenarie, di commandos mandati in avanscoperta e d’infiltrati per lo più arruolati fra marocchini ed altri immigrati. Roba da sganasciarsi, se quest’ultimo dato non denunciasse invece quale progressista e cristiana mentalità caratterizzi gli ideatori della pagliacciata. La notizia viene anche diffusa, con raffinato ed implicito terrorismo, un giorno prima del ballottaggio per la poltrona di sindaco in diverse città importanti: quasi un monito agli elettori che vorranno esprimere la loro preferenza a quegli schieramenti magari “instabili ed antidemocratici” che il piano simulato potrebbe aver previsto.

 

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Con l’affermarsi delle sinistre alle comunali e l’elezione alla poltrona di sindaco qui a Napoli di Antonio Bassolino, spero proprio che si apra una stagione più felice. Non mancano certo buoni motivi per non pensare ad un futuro tutt’altro che roseo per lo scenario italiano, però voglio concludere questo diario con una nota di ottimismo. Mi piace, anzi, chiuderlo così come è cominciato, tornando all’autore e al libro di cui ho parlato in apertura. Trovo in quelle pagine un riferimento suggestivo, quando cioè l’autore stesso si sofferma sul termine sinarchia, una “potente associazione tecnocratica-internazionale a sfondo vagamente mistico e massonico”, di cui ci si dilunga in una nota d’appendice al testo. Qui vi si afferma che lo scopo primario della leggendaria associazione era quello di “creare un potere economico superstatale per la fondazione di una nuova società”. E per raggiungere tale scopo, la sinarchia si sarebbe basata “su uomini di prim’ordine, sulla concentrazione delle imprese e sul circuito bancario internazionale ai più alti livelli”. L’autore, è ovvio, non presta alcuna fede a questa leggenda, il che mi conforta perché almeno su una cosa siamo d’accordo.

 

Ma mi divertono moltissimo i richiami, sia pure involontari, tra il mito e la realtà di questi tempi che ho cercato di descrivere. Tempi, è opportuno dirlo, ricchissimi di eventi che farebbero felice qualsiasi teorico della cospirazione. Da buon credente, comunque, per me vale sempre ciò che è scritto nel Vangelo:

 

“non v’è niente di nascosto che non abbia ad essere scoperto, né di occulto che non abbia a venire alla luce”.

 

E con l’auspicio di Matteo chiudo qui queste cronache che, con la dovuta ironia, si potrebbero ben definire “sinarchiche”.

 

                                                                       Napoli, 9 Dicembre 1993