Cronache Sinarchiche
Settembre 1992 - Dicembre 1993
Francesco
Ribolla
“Gli uomini ed i tempi felici non
hanno diari”
(Orio
Vergani – Misure del tempo. Diario 1950/1959-)
“Ciò che qui è narrato è realmente accaduto.
Niente è accaduto così come è qui narrato”
(J. W. Goethe)
Premessa
Per circa un anno, sulla scorta degli eventi che si erano
fin lì susseguiti, ho cominciato a riempire un’agenda annotando giorno per
giorno i fatti commentati dai giornali per poi integrarli a mia guisa, secondo
gli umori - opinabili ma canonici - del diarista.
Ne è venuto fuori uno sfogo più che un diario, ma di questo
non me ne vergogno. Rivendico anzi tutte le ingenuità, le sortite garibaldine,
la sintassi spericolata che questo scritto contiene e che ho lasciato intatte
proprio per ribadirne l’occasionalità. A parte questo, devo confessare che
sempre in quei giorni ho trovato conferma che non c’è alcuna differenza
sostanziale tra pubblico e privato. E che il primo finisce comunque col
sovrastare il secondo in ogni esistenza, la mia compresa. C’è solo da augurarsi
che possa maturare il tempo in cui nessuno sentirà più il bisogno di scrivere
un diario.
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Fra le mie carte conservo ancora la lettera risentita di uno
storico e giornalista scrittami in risposta ad una recensione in cui stroncavo
le tesi di un suo libro sull’assassinio dei fratelli Rosselli. Come è noto,
Carlo e Nello Rosselli – esuli in Francia - vennero ammazzati nel 1937 da un
gruppo di sicari appartenenti alla “Cagoule”, organizzazione
paramilitare d’estrema destra, per conto dei servizi di sicurezza del regime
fascista. La loro uccisione si prestò fra l’altro ad uno dei primi atti
disinformativi in cui, mischiando verità e menzogna, si stravolgono
completamente i fatti, tanto da ribaltarne la veridicità che s’intende
demolire. Ciò è avvenuto già all’indomani del delitto, quando si tentò di
mutarne l’origine sia per i moventi che per i mandanti fino a sostenere che
l’uccisione dei Rosselli era maturata negli stessi ambienti dei fuorusciti, fra
gelosie e vendette che covavano fra gli antifascisti e persino con la regia
occulta di Stalin che avrebbe infiltrato la “Cagoule” per ragioni
cervellotiche. Nell’immediato dopoguerra voci diverse della destra si alzarono
baldanzosamente a sostenere queste tesi che credevo ormai morte e sepolte, purtroppo
sbagliavo. Mai, però, avrei immaginato che il revisionismo potesse arrivare ad
infettare una casa editrice democratica che qui non nomino e che ha pubblicato
due anni fa il libro in questione, dal quale è poi sortita la polemica con
l’autore. Se tuttavia ho voluto ricordare in apertura di questo diario, oggi,
in questi primi giorni di settembre 1992, un infimo episodio che mi riguarda è
perché in quell’articolo esprimevo un timore preciso: che tale sorta – cioè -
di “riletture” storiche celassero in sostanza un progetto di smantellamento dei
valori democratici e civili che hanno dato vita a questa Repubblica. Due anni
fa sembrava temerario, adesso no.
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Nessuno ci salva dalle battute alla “Bagaglino” che
circolano in questi giorni di provvedimenti economici – sempre più micidiali
nei confronti dei ceti deboli - varati dall’Esecutivo del dottor sottile Amato.
Sono rimasto di stucco quando ho letto su un giornale che “il governo sta
approntando nuovi decreti-loggia”. Uno magari pensa subito ad un refuso
tipografico, poi vede le facce sorridenti dell’Abete confindustriale o del cavalier
de’ Berlusconi e fatica a convincersi che si tratti proprio di un errore di
stampa. Certo motivi di comicità non mancano neanche negli stessi provvedimenti
della Finanziaria, al rincaro delle tariffe ferroviarie e degli autotrasporti,
per esempio, c’è chi molto opportunamente fa notare che le aliquote aeree
rimarranno immutate: tanto si sa che operai e studenti si servono abitualmente
dell’Alitalia per i loro spostamenti. E bisogna rallegrarsi perché,
adeguandoci alle normative europee, l’Iva sui beni di lusso viene
ribassata di ben venti punti, questo mentre caffè, latte, pane e zucchero
costeranno più cari. Sui tagli, poi, non c’è lesina per le voci superflue:
dalla sanità, alla scuola, fino all’assistenza. E dove non si può tagliare, si
privatizza. Di fronte a questa crisi eccezionale tutto si annichilisce, il
dissenso viene smorzato, le riserve e le critiche zittite mentre gli stessi
provvedimenti passano come misure straordinarie, amare medicine per un
risanamento necessario e sbandierato ogni uno e due come la battaglia del grano
mussoliniano. All’eccezionalità dei tempi corrisponderà, fra breve, anche
quella delle leggi, magari non più solo di misura economica. Chissà, forse
passeranno come “riforme” la revisione di quel vecchio arnese che è diventato
lo statuto dei lavoratori e il salutare ripristino della censura preventiva.
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Non ho mai capito cosa facciano di preciso i massoni nei
loro cerimoniali segreti che, essendo appunto segreti, possono solo essere
immaginati dal povero profano. Comunque ho sempre trovato assurde le loro
simbologie incappucciate, i compassi e le squadre care al grande geometra (pardon,
architetto) del loro impenetrabile universo e proprio per tale ragione non ho
mai subìto il fascino di quel mondo di cui un mio mezzo parente faceva parte.
Devo anzi a questa persona la scoperta – in tempi non sospetti, cioè lontani da
Castiglion Fibocchi - che le associazioni massoniche fossero inclini più verso
interessi assai terreni che per ideali superiori. Tanto per dirne una, lui
stesso ammetteva che se si era spinto ad entrare in massoneria, lo aveva fatto
per riparare certi guai col fisco, tasse mai pagate e per le quali era stato
beccato, per fortuna sua, dall’esattore giusto, un amico già passato alla punta
della spada e che gli aveva proposto l’affiliazione onde risparmiarsi futuri
affanni. A modo suo era un uomo che mi voleva bene, malgrado sapesse come la
pensavo, e si preoccupava della mia precarietà, del fatto che fossi senza un
lavoro stabile, finché un giorno venne a cercarmi trionfante per l’occasione
giusta. Eravamo, neanche a dirlo, in periodo elettorale e volle per forza che
lo accompagnassi ad un ricevimento organizzato nella favolosa villa di un suo
amico e confratello di loggia per un meeting in onore di una nota personalità
politica di quei tempi. La villa era davvero splendida con le sue enormi
terrazze a due livelli che affacciavano sul golfo, splendida era la giornata
piena di sole così come impeccabile il rinfresco offerto dal padrone di casa.
Mi aggiravo perciò fra gli invitati ascoltando i loro discorsi e quando più
tardi arrivò l’ospite d’onore avevo già ascoltato abbastanza per capire quale
fosse lo scopo di quella riunione. Le elezioni, insomma, ne erano solo il
pretesto. In realtà, al nostro anfitrione premeva soprattutto cementare
l’amicizia col futuro ministro dandogli ad intendere chissà quale forza
d’appoggio - grazie a noi invitati, tanto numerosi - poteva costituire per la
sua corrente al prossimo congresso del partito. Mi guardai attorno: di giovani
sbandati in cerca di sistemazione come il sottoscritto ce n’erano parecchi,
ognuno rappresentava una falsa tessera, un militante apocrifo, una rotella di
quella forza effimera che avrebbe potuto sostenere l’onorevole in caso di
necessità. E ricordando meglio i lineamenti di certe fisionomie, anche in caso
di necessità “speciali”. Quando fu il mio turno e venni presentato al deputato,
tutto quello che rammento delle molto formali battute intercorse nel nostro
colloquio è la parola amicizia che sulla sua bocca mi parve beffarda,
quasi sinistra. Una mano sudaticcia strinse con vigore la mia e una pacca sulla
spalla fu il segnale che il colloquio era finito. L’uomo politico era Aristide Gunnella.
In fin dei conti, fu una giornata istruttiva.
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Trent’anni fa veniva liquidato con un falso incidente di
volo Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Ho rivisto su videocassetta il bel
film di Francesco Rosi dedicato a quest’uomo che pestò troppi piedi pur di
difendere, anche con metodi pirateschi, gli interessi dello stato. Uno stato
che oggi sta per svendere buona parte delle sue aziende migliori proprio a quei
gruppi che l’ingegnere vedeva come il fumo negli occhi. Forse non è neppure
accidentale che proprio da quel lontano ottobre ’62 si sia dovuto assistere ad
un salto di qualità nei fatti inquietanti della vita civile italiana, i più
scaturiti dal controllo di certi apparati, le loro correnti interne spesso
contrapposte, e da cui poi è sortito l’equivoco del deviazionismo. Non ho mai
creduto nella tesi deviazionista dei servizi di sicurezza, credo però alle
conseguenze apportate da quello che sta succedendo con il processo di
trasformazione di questo regime, tant’è che proprio negli ultimi mesi dev’essersi
sviluppata una guerra senza quartiere nel mondo delle barbe finte. Quale altro
significato, sennò, avrebbe il fatto che quello strano miscuglio di postini e
telefonisti riuniti sotto il nome di Falange armata, già definita come uno
spezzone dei servizi, si siano rifatti vivi millantando attentati e
minacciandone altri? Costoro hanno anche manifestato “la volontà di attivare
con impegno e portare al massimo sviluppo sinergico(!) tutte le potenzialità
politiche e militari” della Falange fino a preannunziare mortali ritorsioni
contro il povero Spadolini, già colpevole di avere provveduto ad un larvato
repulisti dei funzionari affiliati alla P2 – quelli accertati - quand’era
presidente del Consiglio. Immagino che non debba essere piacevole sentirsi
franare il terreno sotto i piedi, specie dopo anni di ebbrezza per la loro
impunibilità, eppure la dozzinale strategia di questi disperati è degna della
peggiore commedia all’italiana e ci sarebbe da sghignazzare per le loro
disgrazie se non si avvertisse la certezza che comunque non li aspetta la
galera ma la pensione.
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Un corsivo della Voce Repubblicana sulle presunte
collusioni mafiose di Giulio Andreotti preannunciate dal New York Times
denota che la reazione del “leone della Ciociaria” è stata piuttosto blanda: “Andreotti
ha detto che se dovesse constatare che è esposto a un danno all’estero, allora
reagirebbe. Il che, è cosa ben diversa dal dire che egli reagisce, ed anzi
significa, se capiamo bene noi che non siamo maestri di giri di parole,
l’esatto contrario”. Sotto il segno della prudenza ma costretto a rispondere,
l’ex presidente del Consiglio si limita a scrivere un articolo-metafora
pubblicato da un mensile romano e subito ripreso dai maggiori quotidiani. Il Corriere
della Sera dice, ad esempio, che “quello di Andreotti non è un innocuo
gioco culturale, il passatempo di un disoccupato di lusso, è invece il bizzarro
ritorno alla politica di un personaggio che non rinuncia del tutto al suo ruolo
e ai suoi disegni”. Peccato che l’articolista non specifichi quale sia questo
ruolo e quali i disegni del Divo Giulio, ma è con tale atteggiamento che i
nostri giornali seguitano a celebrare il rituale di un’informazione servile,
come se poi quello di Andreotti sia davvero un gioco di società e non
una serie di fumosi avvertimenti, peraltro patetici se l’allusione dei cronisti
agli amici americani che lo avrebbero scaricato ha un fondo di verità. Semmai è
proprio questo, il dato più interessante: l’affanno di un uomo, ex potente e
depositario di tanti segreti, il quale vorrebbe dare ad intendere d’avere
ancora parecchie cartucce da sparare. Un po’ come la Falange armata.
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Hanno fatto fuori a Bruxelles il generale Roberto Boemio,
interrogato a suo tempo dal giudice Rosario Priore sulla strage di Ustica. La
notizia, neanche a dirlo, è stata smorzata dai clamori della vicenda Andreotti
e dalle bizze di Saddam Hussein. Forse si saprà qualcosa di più preciso nei
prossimi giorni, pare che l’ufficiale sia stato accoltellato per un tentativo
di rapina ma l’aggressore non ha fatto in tempo a soffiargli il portafoglio. O
forse non gli interessava.
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Nella nostra democratica trasparenza la cattura di Salvatore
Riina, avvenuta ieri a Palermo, viene salutata come una brillante operazione
dei carabinieri. Quest’uomo che si aggirava indisturbato permettendosi finanche
di lanciare, tramite il suo avvocato, messaggi decifrabili soltanto dagli
addetti ai lavori, è stato beccato a bordo della sua auto senza scorta e senza
armi addosso (e la cosa appare davvero strana per un latitante come lui, per di
più con il sacro terrore - secondo i pentiti - di finire ammazzato dai suoi
avversari) esibendo un documento d’identità pacchianamente fasullo. Il Viminale
intanto avvia la legittimazione di imminenti “possibili attentati di
rappresaglia” denunciati con singolare insistenza dal ministro in persona. In
altre parole, se un domani qualche bomba facesse a pezzi degli innocenti, ciò
sarebbe di conseguenza omologabile alla sola entità mafiosa e non avrebbe altre
matrici se non quella di Cosa nostra. Il prevedere sarà anche più facile del
prevenire, ma il ministro non ha la sfera di cristallo né possiede facoltà
divinatorie. Può darsi che questo genere d’informazioni provenga da infiltrati,
ma io sono più malizioso.
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I giornali di oggi pubblicano la notizia che Riina, prima
del suo arresto, avrebbe incontrato un personaggio politico di primo piano
della scena nazionale. Ecco come viene raccontato il colloquio fra i cronisti
e un esponente dell’Arma:
“Ci vorranno altri tre mesi di lavoro per sviluppare una
montagna di documenti e una fitta rete di relazioni, ma poi qualcuno se ne
dovrà andare via con grande vergogna.”
- Da dove? -
“Da Palermo. Perché Riina ha incontrato qualcuno che neanche
ve lo immaginate.”
- Direttamente? -
“Questi incontri si possono fare anche per interposta
persona.”
Anche i carabinieri, insomma, si divertono con il sibillino,
dando persino tre mesi di tempo a questo fantomatico colluso eccellente di
mangiare la foglia e correre ai ripari. Poco importa, poi, se il GR 1 si
affretta a smentire le incaute ed ambigue dichiarazioni della Benemerita,
quando ormai tutti si chiedono se c’è un riferimento andreottiano, sia pure per
interposta persona.
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C’è un senso d’attesa sulla stampa italiana che in questi
giorni riporta le immancabili sortite del senatore Andreotti come se queste siano
foriere di chissà quali significati occulti. Ora è il turno di un “memoriale”
curiosamente pubblicato dall’organo d’informazione del PLI nel quale l’autore
si abbandona a “critici apprezzamenti” su Nando Dalla Chiesa e sul di lui libro
scritto dopo l’assassinio del padre: “Da buona fonte – scrive Andreotti - si
apprende che il giovane Dalla Chiesa avrebbe rapporti con gli ambienti di Toni
Negri”, l’ideologo di Autonomia, da anni rifugiato in Francia. Mi
soffermerei su quel termine, “da buona fonte”, che giornali come La
Repubblica riportano non senza qualche malizia. Viene da supporre che il grande
vecchio della politica italiana non abbia perso del tutto l’abitudine di
alludere, nei toni della sua prosa, a carte e fascicoli riservati – appunto, la
buona fonte - per lanciare messaggi diretti e indiretti, laddove il bersaglio
può anche non essere il soggetto principale. Difatti, nel suo stesso
articolo-memoriale, Andreotti se la prende anche con Leoluca Orlando
ammonendolo: “E’ comunque importante che ciascun politico chiarisca in positivo
se ha fatto qualcosa contro la mafia e lo specifichi”. Parole, queste, che
fanno eco alle dichiarazioni dei carabinieri a proposito del misterioso(?) uomo
politico palermitano colluso con Riina.
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Quello dell’Italia è uno scenario che potrebbe benissimo essere
riassunto da due eventi distinti e separati. Da una parte, abbiamo un gruppo di
minatori del Sulcis, in Sardegna, che per oltre quaranta giorni si sono autoseppelliti
in fondo a un budello per protesta contro il loro minacciato licenziamento. Dall’altra,
c’è l’allegro ritorno del signor Manzi, coinvolto nelle mazzette di
Tangentopoli e fuggito a Santo Domingo dov’è rimasto per mesi e in condizioni
certamente più comode rispetto i minatori. Ai soggetti a rischio, insomma, non
resta che il seppellimento prematuro per risolvere le loro vertenze ed è forse
così che in futuro verrà liquidato il problema del precariato. Quanto al signor
Manzi, pizzicato(?) dal Corriere della Sera nel suo esilio dorato e
quindi estradato in Italia, c’è da dire che le stesse circostanze della sua
espulsione rasentano il grottesco, quasi un teatrino napoletano. Quel
portafogli, quell’orologio, quegli effetti personali sequestrati prima della
sua partenza forzata, ricordano tanto il povero cafone sceso dalla provincia e
depredato a puntino dai cattivi doganieri. Se ne ricava quasi che in fondo
Manzi è un povero diavolo, uno sprovveduto caduto in tentazione e che merita
molta più simpatia di tanti altri: più disgraziati di lui, certo. Ma anche più rompicoglioni.
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Evviva. Finalmente abbiamo il progetto di legge pronto in
Parlamento sulle responsabilità penali del giornalista che, in base al testo,
rischierebbe fino a cinque anni di carcere in caso di reticenza sulle sue fonti
d’informazione. Vediamo meglio. Un piccolo capolavoro di doppiezza è costituito
proprio dai casi specifici in cui il giornalista incorrerebbe nel reato di
violazione del segreto istruttorio. “In altri termini – riporta Il Mattino -
le strade che il giornalista può seguire sono: o rivela la fonte,
evitando conseguenze penali; o afferma che si è trattato d’informazione
anonima; o non parla ma incorre in sanzioni che vanno dai tre mesi ai cinque
anni”. Davvero ammirevole è la scappatoia dell’informazione anonima (è inutile,
il nostro rimane un paese di confidenti) che equivale alla smentita e manda
direttamente in galera il direttore responsabile: neppure in sudamerica
avrebbero osato tanto. Ma se comunque è vero che non c’è pericolo che il testo
passi in Parlamento, è altrettanto vero il segno dei tempi in cui ci tocca
vivere. Noto infatti che proprio gli ultimi guardasigilli (Martelli e Martinazzoli:
il peggio sembra procedere anche in senso alfabetico) hanno espresso idee
deliziosamente esecrabili in materia di libertà di stampa. Visto poi che proprio
costoro fanno parte di quei garanti del fantomatico patto per le riforme di cui
si parla, patto che intenderebbe “sancire” la svolta democratica italiana, che
si aspetta ad introdurre il reato d’opinione per tutti i cittadini?
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Parafrasando il titolo di un celebre intervento su Rinascita
di Palmiro Togliatti buonanima, si potrebbe dire oggi, a proposito del suo bel
gesto, “Martelli se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”. Gesto pompatissimo dai
media, tanto che sono scomparsi dai commenti gli appellativi di rito con i
quali questo attempato ragazzino dal broncio indelebile è stato chiamato per
anni. Scomparse anche le riflessioni sull’improbabilità che l’ex delfino craxiano,
suo sodale e fedelissimo fino a ieri, non fosse al corrente degli intrallazzi
di casa socialista. Sì, tutto questo è scomparso d’incanto per far posto a idee
meschine come quelle che esprime oggi Bernard-Henry Lévy sul Corriere affermando
che c’è qualcosa d’impuro nella richiesta di controllo e di moralizzazione
spietata in atto in Francia e in Italia: che la massa, cioè, non sarebbe
di certo migliore delle élites che la governano. E’ una tesi che sta circolando
con troppa insistenza e sgomenta vederla attecchire.
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La morte di Sergio Castellari, l’alto dirigente delle
Partecipazioni statali trovato suicida nelle campagne romane (ma sulla dinamica
del suicidio ci sono parecchi dubbi) per via del suo coinvolgimento nell’affare
Enimont, perpetua la serie di misteri di cui è ricco il belpaese. Si
scopre, nel frattempo, che in Svizzera esisterebbe un conto protetto dove
sarebbero affluiti fondi neri del vecchio PCI e Achille Occhetto ha promesso
querele. Sul suicidio imperfetto di Castellari va infine aggiunta la ciliegina
sulla torta. Sembra infatti che l’ultimo colloquio da lui intrattenuto poche
ore prima di morire abbia avuto come interlocutore, guarda un po’, Giulio Andreotti.
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Temi dominanti di questi giorni: a) il prossimo
referendum sulla maggioritaria; b) la paura del terrorismo islamico; c) le
comunità di recupero, in merito al delitto di San Patrignano. C’è una discreta
unanimità da parte dei media nel trattare i primi due argomenti, quasi
criminalizzando i sostenitori del proporzionale e mettendoli alla stessa
stregua dei fanatici integralisti. Sulla comunità fondata da Muccioli e su
quello che vi è avvenuto, invece, vi sono giudizi diversi, dove anche la
condanna e il biasimo per la soppressione brutale del tossico pestato a morte
nei locali della macelleria, sono attenuati dai meriti di San Patrignano per
l’alto numero di “reintegrati” che è riuscito a produrre. La droga, dunque,
rimane una devianza e perciò – seppure con le dovute riserve - la morte di quel
disgraziato sembrerebbe diventare un doloroso imprevisto, al più un incidente
di percorso. Ma è sulla maggioritaria che il conformismo delle nostre belle
penne si rivela. Paolo Mieli, direttore del Corrierone, scrive che non ci si
può accontentare più di una semplice vittoria, occorre un risultato
schiacciante, inequivocabile, plebiscitario. Magari questo sostegno al
maggioritario può spingersi fino al delirio, basta leggere quel che scrive
Galli Della Loggia, pazzescamente, sullo stesso giornale:
“A sinistra il gioco da sempre preferito non è mai stato
l’unità ma la guerra civile. Oggi Rifondazione, Rete, Manifesto,
Ingrao, Rodotà, eccetera si stanno battendo perché la sinistra continui in
eterno ad essere quell’insieme di estremismo verbale, di compiaciuto minoritarismo
e di misoneismo radicaloide, che garba tanto agli intellettuali(?) ma che non
ha mai dato nulla alle classi popolari se non le peggiori sconfitte.”
Queste parole indurrebbero chiunque a desiderare la vittoria
del proporzionale sul maggioritario per il prossimo 18 aprile. Il tono
stizzito, acido, dell’Ernesto nazionale, è comunque il sintomo di un timore
strisciante fra le fila dei referendari. C’è da dargli ragione solo
nell’accostamento fra le due date, per Della Loggia intese con la stessa
valenza, fra il 18 aprile di quasi cinquant’anni fa e questo che sta per
scadere, allorché:
“Come avvenne mezzo secolo fa, il sistema sarà rifondato al centro (il corsivo è suo) e solo al centro, non potendo contare su una
condivisione di valori ed un’assunzione di responsabilità comuni a tutte le
parti politiche.”
Infatti, questo sistema (il
corsivo, stavolta, è mio) soltanto dal centro, quello stesso centro che ha
fatto per cinquant’anni le peggiori porcherie, può essere, appunto, salvato
rifacendosi una verginità. Che ci sia poi qualcuno che rifiuti di dare il suo
consenso – e di condividere la sua parte di “assunzione delle responsabilità”,
come la chiama Della Loggia - a questa sorta di restaurazione mascherata, mi
sembra, oltre che lecito, anche comprensibile.
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Sono cominciati gli epicedi per Giulio Andreotti, raggiunto
da avviso di garanzia per collusioni mafiose. Sarei pronto a scommettere che
molti dei canti funerei erano pronti da san Silvestro. Notare quanto il clamore
– intere pagine di servizi e commenti - dei quotidiani di quest’oggi contrasta
con la reazione della gente comune che s’aspettava da un momento all’altro la
conferma come cosa ormai pacifica non dal 31 dicembre ma da anni. Tutto questo
mentre a Napoli la baraonda mediatica non è da meno con Gava, Pomicino, Vito,
Meo e Mastrantuono raggiunti, a loro volta, da avviso per associazione a
delinquere di stampo camorristico. Voglio qui ricordare che nella stessa
giornata Il Mattino pubblica la notizia della morte, al centro di
rianimazione e terapia intensiva dell’ospedale Loreto mare, dell’operaio
Antonio Ferrara dopo un’agonia durata una settimana a seguito del suo gesto
disperato. Trovarsi a quarantacinque anni con la certezza di finire sul
lastrico per via del licenziamento e non avere altra scelta che quella d’impiccarsi
in una latrina: ecco la realtà vera. Le baraonde e gli epicedi, con quei
toni spettacolari, da audience, sono ben misera cosa di fronte alla tragedia di
quest’uomo che – peraltro - non rappresenta neanche un caso isolato.
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Mentre la corazzata Andreotti continua ad affondare, arriva
in Italia il direttore della Cia in persona. Al gran ballo delle illazioni, in
riferimento a tale visita che coincide con la vigilia referendaria, partecipa Il Mattino con un lungo servizio a sostegno del
complotto americano. Il Corriere ed
i giornali laici – tutti schierati con il sì - evidenziano invece i soli timori
andreottiani contro i giudici di Palermo, sottacendo le frecciate del senatore
agli (ex?) amici d’oltreoceano. Ancora il quotidiano di via Solferino, quasi
come risposta alle tesi complottiste di Napoli, colloca in buon risalto
un’intervista a William Colby, già a capo della stessa Cia dal 1973 al 1976, il
quale smentisce – com’è ovvio - qualsiasi macchinazione ai danni di Andreotti. Altri
fatti di rilievo: l’autocritica imprenditoriale del senatore Gianni Agnelli
che, in soldoni, significa “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, e le
accuse a Leoluca Orlando per la sua passata amministrazione comunale, secondo
alcuni non cristallina. E domani si vota.
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Tutto come da copione: trionfo del sì maggioritario e grande
repertorio di frasi fatte con annessa kermesse televisiva. Meno male che il
problema più importante per Mariotto Segni – quello di aver perso la scommessa
con la consorte sul numero esatto delle preferenze che il sì avrebbe raccolto -
si potrà facilmente risolvere: “Dovrò comprare a Vicki – dichiara oggi al Corriere - un gioiello da Bulgari”. Sull’eco
di questa frase, pensare ai poveri cristi che in questi giorni s’impiccano o si
danno fuoco.
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Eh sì, è proprio vero, si stanno adottando due pesi e due
misure specifiche fra alta imprenditoria e classe politica. Romiti, con il suo
discorso “critico”, avvia l’operazione pariamoci il culo e tutti i quotidiani salutano le sue parole
come atto concreto di collaborazione con la magistratura e nuovo corso della Fiat
e affini. C’è da sorridere all’appello rivolto agli industriali mentre, da
possibile inquisito, il numero due dell’impero Agnelli si ravvede come san
Paolo sulla via di Damasco. Quanto al putiferio parlamentare per via delle
mancate (ben quattro su sei) autorizzazioni a procedere nei confronti di Craxi,
sono in molti a chiedersi come mai non si sia proceduto con una votazione a
scrutinio palese. Il bello è che un tempo, proprio Craxi dei fior, pensava
d’impallinare i franchi tiratori eliminando lo scrutinio segreto. Naturalmente
si è cercato subito d’individuare i possibili colpevoli (“forze torbide”, le ha
chiamate Occhetto) senza riflettere sull’eventualità – assai remota - che
nessuno avesse previsto in anticipo il risultato scaturibile da quel genere di
votazione. Per Andreotti, forse, le cose andranno diversamente.
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La decisione di Andreotti di voler rinunciare al giudizio
parlamentare per mettersi finalmente a disposizione dei magistrati viene
commentata in vari modi, ma non c’è dubbio che l’effetto Craxi sia stato
determinante. Passano i giorni e ci si abitua a tutto, i bollettini su arresti
per corruzione si cominciano a seguire con la stessa attenzione distratta,
quella riservata alle cose destinate il tempo necessario a farci passare la
serata. Fra poco sarà estate, la gente andrà al mare o ai monti, e ci si
affrancherà da questo carnevale. Mussolini ci contava molto dopo l’omicidio di
Matteotti e un po’ di Aventino non manca neanche oggi con la defezione dei
deputati della Rete, assenti per protesta dai lavori
parlamentari. Manca solo un cadavere, per ora.
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Niente cadavere ma un bel botto, quello di stanotte ai Parioli,
dove è saltata in aria una macchina piena d’esplosivo. Il botto arriva dopo una
martellante campagna di persuasione del Viminale, aperta in dicembre, sulle
probabili ritorsioni delle forze mafiose colpite dallo stato. Le voci sono
contrastanti, si parla di un atto dimostrativo proprio perché incruento, Cosa
nostra – insomma - lancerebbe il suo messaggio ammonitore dicendo che può
colpire dove e quando vuole. Altri parlano di un attentato fortunosamente
fallito perché sulla stessa strada, pochi momenti prima dello scoppio, si è
trovato a passare Maurizio Costanzo di ritorno da una serata del suo show. Gli
ultimi interventi televisivi del giornalista, cioè, sarebbero stati così
sgraditi ai mafiosi da decretarne la morte. A me sembra che fino ad oggi la
mafia non abbia mai sbagliato i suoi obiettivi quando si trattava d’ammazzare
qualcuno, certo un errore tecnico è sempre possibile, ma pensare che si sia
presa il disturbo di piazzare un’autobomba per eliminare un Costanzo lo trovo
davvero poco plausibile. Più convincente, invece, è la tesi del segnale o del
messaggio, che però presuppone un interlocutore preciso e non un’entità
astratta o generica come lo “stato” nel suo insieme. Un attentato dimostrativo,
in altri termini, comporta una scelta dell’obiettivo decifrabile dal nemico.
Forse la soluzione è in quella stessa strada scelta dagli attentatori, via
Ruggero Fauro, zona di residenza e non solo di transito sia pure di giornalisti
schierati contro la mafia.
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Il giornale radio di stamattina, 18 maggio, annuncia la
cattura di Nitto Santapaola a Catania. Con l’arresto del superlatitante si
consolida il teorema per il quale Cosa nostra, sentendosi braccata, ha deciso
di seminare il terrore in tutta la penisola italiana cominciando da Roma. Ma
perché la mafia dovrebbe impegnarsi in un gioco tanto stupido quanto inutile?
E’ una strategia perdente, del tutto estranea alla mentalità mafiosa che ha
sempre cercato e trovato riparo nelle istituzioni, ma s’insiste sul fatto che
essendo state stravolte le contiguità e saltati i referenti politici, essa
sceglie nel terrore la sua ultima opzione, l’extrema ratio che le
rimane. Beh, io non ci credo. La mia impressione, invece, è che si stia
lavorando ad una sostituzione, un avvicendamento fra vecchi e nuovi equilibri,
dove il vecchio – appunto - viene spazzato via (anche nell’universo criminale
che perciò, rabbiosamente, reagisce) per far posto al nuovo. Ma non è detto che
questo nuovo sia migliore.
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Dopo diciannove anni ed otto processi, è stata definitivamente
archiviata l’inchiesta sulla strage di Brescia.
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Nuovo attentato, stavolta a Firenze, con cinque morti ed una
trentina di feriti. La tecnica è la stessa, un furgoncino rubato e parcheggiato
nelle adiacenze della Galleria degli Uffizi. Secondo i primi accertamenti, il
quantitativo di esplosivo doveva aggirarsi almeno sui settanta chili, un intera
famiglia è stata spazzata via. A dire qualcosa di veramente sensato in queste
ore sono due magistrati, Giuseppe Di Lello e Felice Casson, entrambi con una
lucidità feroce. Di Lello parla infatti di “bombe di stabilizzazione” ed è un
discorso, questo, che di riffe o di raffe contraddice la versione del
terrorismo solo ed esclusivamente mafioso. Casson, invece, è stufo di sentir
parlare di deviazioni nei nostri servizi di sicurezza, bisogna finirla con
questa panzana. Il riferimento è alla tesi che spezzoni “infedeli” delle barbe
finte abbiano svolto e stiano svolgendo la loro parte in questa strategia. A
chi, poi, dovrebbero essere infedeli questi spioni quando magari, per anni,
hanno svolto con scrupolo il loro mestiere?
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Sul Corriere di oggi
si apprende che “Fabbri e Mancino, ministri della Difesa e dell’Interno,
respingono con fermezza l’ipotesi che pezzi dello stato o schegge di servizi
deviati (sic!) siano coinvolti nelle stragi”, al che bisognerebbe ribattere che
il limitarsi ai pezzi o alle schegge, visti i precedenti, sarebbe
quantomeno ottimistico. Più gustosa, comunque, è la continuazione del pezzo
quando dice:
“L’affidabilità democratica degli 007 non deve essere messa
in discussione, e però il Viminale giudica che siano maturi i tempi per
riconsiderare il ruolo, la struttura, la duplicazione dei servizi. Un tema
ciclicamente caldo. Anche Andreotti voleva unificarli.”
Uhm, allora delle due l’una: o Fabbri e Mancino sono i primi
a non credere a quello che dicono, oppure questi benedetti servizi sono davvero
affidabili che non si capisce poi perché ora si pensi ad unificarli, ridurne il numero o ridimensionarne il ruolo. Ma
forse, sulla vocazione e la fede democratica delle nostre barbe finte, qualche
dubbio sussiste da parte dei ministri.
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Muoiono in Germania cinque immigrate in un rogo appiccato
dai naziskin, due di esse sono bambine, una di quattro e l’altra di nove anni. Altra
morte per fuoco giù in Sicilia, in uno stabilimento dell’Eni. A bruciare
vivi fino all’ultimo tessuto sono stati in sette. Operai, al solito.
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Ai vertici dei servizi segreti abbiamo due nuovi
vicedirettori: il generale Pucci (sismi) e il prefetto Barrel (sisde). Altri
nomi vanno poi a sostituire - soprattutto al sisde - gli elementi più
impresentabili, proprio per ribadire la volontà di trasparenza espressa nei
giorni scorsi. Servirà a qualcosa? Nel mare inquieto delle ipotesi che sono
state enunciate sulle trame degli ultimi quarant’anni bisogna immergersi in
acque troppo profonde per scovare agganci, relazioni fra certe storie dileguate
e gli accadimenti italiani. Non mi sorprende affatto, quindi, che proprio l’esercizio
della memoria, in questo momento, stia diventando qualcosa di sgradito,
d’impopolare. La memoria è sempre pericolosa, imbarazzante, specie se recupera
certi episodi e li collega ad altri che magari sembrano non avere attinenza.
Penso a quella frase che Sciascia pone in apertura del suo libro su Moro, “la
frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto”. E non a caso, in quel libro,
ricorre anche il nome di Pasolini e il suo articolo sulle “lucciole”. Acque
troppo profonde, dicevo, dove morti e sparizioni riguardano coloro il cui solo
torto è stato quello di cercare o soltanto sfiorare la verità, spesso in base a
semplici riflessioni e senza un briciolo di prova, pagandola poi a caro prezzo.
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Le comunali hanno dato come responso la prevista
affermazione della Lega nelle regioni settentrionali (benché a Torino il
sindaco sarà un “rosso”) e un buon piazzamento delle sinistre in quelle del
centro. Duramente penalizzati democristiani e socialisti; ridimensionati i referendari
di Mario Segni che però ottengono – di misura risicata - la supremazia a
Catania con Enzo Bianco su Claudio Fava. Queste prime elezioni postbufera tangentopolina,
presentate come il banco di prova dei futuri sviluppi politici nazionali, già
indicano come si metteranno gli sconfitti per il ballottaggio che si svolgerà
fra breve, cioè da che parte si schiereranno costoro, se con Bossi o con le
sinistre. Il signor Montanelli raccomanda, per Milano, quello che secondo lui è
“il male minore”, invitando i suoi affezionati lettori a turarsi ancora una
volta il naso. Ammirevoli per coerenza, le indicazioni di Montanelli verranno
seguite alla lettera non in virtù dell’influenza che hanno le sue opinioni,
bensì per la solita paura che ha bloccato il paese in tutti questi anni.
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Ugo Pecchioli è stato nominato presidente della Commissione
di controllo parlamentare sui servizi segreti.
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Un altra tegola sulla testa di Andreotti, dichiarato
presunto mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista dell’agenzia
OP ucciso il 20 marzo 1979. Inutile dire che la voce in merito circolava già da
molti anni. Insomma, tutto ciò di cui si è sussurrato intorno al Giulio nazionale
sta avendo, ora, implacabilmente riscontro.
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“Il sospetto dei giudici è che il generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa abbia tenuto per sé una parte della documentazione trovata
nell’ottobre del 1978 a Milano, nel covo di via Monte Nevoso”.
Secondo la signora Maria Antonietta Setti Carraro, suocera
del generale, l’ipotesi della sottrazione di questi documenti ad opera del
genero non è affatto campata in aria. Vediamo meglio.
“Mia figlia mi disse una volta, con riferimento a confidenze
del generale: So delle cose tremende ma non posso dirtele, se te le
raccontassi, non ci potresti credere. Carlo mi ha fatto giurare di non dirle a
nessuno…”
Mi sembra alquanto remota la possibilità che un alto
ufficiale dei carabinieri, nel mirino di terroristi e mafia, al centro dei
peggiori intrighi della Repubblica italiana, possa mettere al corrente la
propria consorte di cose tremende, esponendola – come poi è avvenuto - a un
pericolo mortale. La moglie di un carabiniere può conoscere molti segreti del
proprio coniuge, ammesso che costui sia abituato a raccontarglieli. Ma Dalla
Chiesa era già stato sposato a lungo con un’altra donna che lo ha sempre
seguito nei suoi spostamenti, gli ha dato dei figli e aveva anche lei occhi per
vedere e orecchie per sentire quanto succedeva negli anni caldi in cui il
marito era impegnato in indagini scottanti. Il riserbo di Dalla Chiesa non ha
mai avuto incrinature, nemmeno con suo figlio che pure lo interrogava, anche
come sociologo e studioso di fenomenologie, su argomenti che ne avrebbero
potuto pregiudicare l’incolumità. Perché, dunque, doveva fare un’eccezione con
la seconda moglie? Plausibile è invece la storia delle carte di Moro “tenute
per sé” e che io non trovo scandalosa ma necessaria in quel mestiere che Dalla
Chiesa aveva svolto ben sapendo di rischiare la vita, forse non solo la sua, ma
di chi gli stava intorno. Una (molto) ipotetica precauzione che, peraltro, non
è servita.
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C’è chi esprime il timore che questa sarà un’estate
assassina. Dove trovi fondamento tale impressione è nello stesso susseguirsi
dei fatti fin qui avvenuti. Un noto periodico gioca con cattivo gusto
sull’argomento dedicandogli persino la copertina mentre si registra la marcia
indietro della signora Setti Carraro sulla faccenda delle carte di Moro:
“Non ho mai detto che ci sarebbe una terza persona a
conoscenza dei verbali Moro; col generale Dalla Chiesa non ho mai parlato di
queste cose. Ricordo solo che una volta, prima che lui e mia figlia si
trasferissero a Palermo, Emanuela mi disse che c’era stata la richiesta da
parte del capo del governo, di venire a conoscenza di quei verbali. Ho
conosciuto Dalla Chiesa come una persona molto precisa, corretta,
intransigente, e suppongo che abbia fatto ciò che gli era stato chiesto. Ma
sono solo supposizioni.”
Dunque questa donna prima racconta di avere appreso dalla
figlia che Andreotti avrebbe preteso dal generale i documenti da lui trovati
nel covo brigatista (“Ma col cucco che glieli ha dati”) e poi smentisce.
E’ evidente che questo ripensamento da parte sua derivi dalle inevitabili considerazioni
sull’operato del genero, il che è comprensibile ma non spiega la sua sortita.
Sarò anche ingiusto, ma devo dire che le valutazioni della signora suscitano in
me la sgradevole sensazione che si può avvertire ogni volta di fronte
all’ipocrisia malcelata di una persona. Una persona, in questo caso, che pur
riconoscendo la precisione, la correttezza e l’intransigenza di un parente – sia
pure tardivamente acquisito - non si astiene dal rivelare qualche piccolo (ma
proprio piccolo) risentimento. Il rimedio, poi, è peggiore del danno perché la
signora, attraverso il video, si lascia andare a previsioni vagamente
iettatorie sul conto di Andreotti (“Come hanno massacrato mia figlia e mio
genero, stanno ora massacrando lui”) e lo invita a parlare, a liberarsi
finalmente dai pesi che gravano sulla sua coscienza prima del suo – per lei -
probabile ammazzamento. C’è da giurare che il povero Giulio avrà fatto i dovuti
scongiuri. Sarà quindi un’estate assassina per davvero, questa?
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Seguitando a pompare la matrice esclusivamente mafiosa delle
autobombe, il ministro Mancino rende noto che le forze dell’ordine sono
riuscite fino ad oggi a sventare un bel numero di attentati, sempre ad opera
delle “onnipresenti” organizzazioni criminali. Anche per questo motivo, “nei
giorni scorsi – si legge sul Corriere di stamani - Luciano Violante,
presidente dell’Antimafia, ha messo in guardia i giornalisti dagli scoop con il
virus della calunnia”. Il riferimento è all’episodio dei due ufficiali della
Dia tacciati di piduismo. L’ex magistrato dice che gli episodi di
disinformazione sono così reiterati da far pensare ad una strategia:
“In genere, questo succede alla vigilia di fatti gravi.
Teniamo presente che siamo in una fase di cambio del sistema politico. Il
cambio avviene non cercando di coprire il passato ma facendolo venire alla luce,
nella consapevolezza che se non vengono alla luce gli intrighi del passato, che
non è remoto ma prossimo, è difficile poter sperare in un sistema libero
domani”.
Che gli intrighi del passato continuino imperterriti a
mischiarsi con quelli del presente è invece dimostrato dalla notizia – pubblicata
sullo stesso giornale - dello strano avvistamento nei giorni scorsi sul nostro
territorio di Eugenio Berrios. Chimico cileno e mago degli esplosivi, spia
prezzolata di Augusto Pinochet e della Cia, questo signore è stato pesantemente
indiziato nell’assassinio di Orlando Letelier, ex ministro del governo Allende
ed esule negli Stati Uniti, ucciso – guarda un po’ - con un’autobomba. Magari
il signor Berrios in Italia ci sarà venuto per turismo, ma ha scelto un periodo
davvero curioso per venirci. Sarà forse perché quella delle autobombe dev’essere
la sua stagione preferita.
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Anche i servizi segreti finiscono sotto accusa per peculato
e corruzione. Fra le barbe finte c’è chi, responsabile dei fondi riservati del sisde,
ha prelevato dagli stessi la bella cifra di due miliardi di vecchie lire
versandoli sul conto corrente intestato alla mamma: quale straordinario e
commovente amore filiale! E c’è chi, invece, s’è aperto un’agenzia turistica
con la scusa del “paravento”, cioè di una copertura operativa che – in realtà -
copriva soltanto i suoi allegri intrallazzi. A finire nella bufera, comunque, è
per ora il solo servizio di sicurezza civile, ossia quello più esposto alle
faide, ma non è detto che i cugini del sismi ne siano estranei.
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“Un ordigno di rara potenza, disinnescato, era posto sotto
il cavalcavia del Palazzo di Giustizia. Poteva essere strage nel cuore di
Palermo: proprio là dove la vigilanza sembrava a prova di tutto”.
Poiché l’ordigno rinvenuto era disinnescato, i cronisti ne
deducono che si tratta di un avvertimento, Cosa nostra sembra dire che è in
grado di colpire chiunque e dovunque ma che una strage “non rientri” (e
Firenze?) nei suoi progetti attuali. Vabbé, ma come mai un Palazzo di Giustizia
già presidiatissimo in superficie rimane completamente sprovvisto di controlli
e d’ispezioni intorno al suo sottosuolo? Una qualsiasi banca o istituto di
credito che si rispetti provvede di solito a verificare periodicamente cunicoli
e reti fognarie ad essa collegati, giusto per cautelarsi da brutte sorprese.
Dopo l’esperienza di Capaci, quando si sa che un’organizzazione criminale non
arretra di fronte alle più ardite fantasie bombarole pur di far fuori un
magistrato, è plausibile una trascuratezza del genere? No, non lo è. Lo è
invece il dubbio che, malgrado le ispezioni, l’ordigno sia stato piazzato
grazie a complicità interne proprio a quella vigilanza che sembrava a prova di
tutto. Ma il solo pensarlo, per i cronisti, è peccato grave.
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Accontentiamoci perciò di quello che il procuratore Cordova ha
raccontato durante la sua deposizione durata quattro ore di fronte
all’Antimafia sui risultati della sua inchiesta:
“La massoneria è il tessuto connettivo della gestione del
potere economico, politico ed amministrativo, un superpartito trasversale al
quale appartengono militanti di tutti i partiti. Mi riferisco all’Italia, ma
non dimentichiamoci che stiamo parlando di un’organizzazione mondiale. E’ assai
difficile distinguere dove l’associazione massonica persegua scopi leciti e
laddove sconfini, invece, nell’illecito”.
Potere, carriera, danaro, protezione sarebbero l’incentivo,
secondo Cordova, che spingono il singolo all’affiliazione. Beh, che le
ambizioni del singolo siano variabile indipendente da remore morali (e, ahimè,
anche penali se dal mutuo soccorso all’associazione a delinquere ci corre così
poco) son cose sulle quali si può discutere quanto si vuole. Ma fintanto che
non si apporteranno dei correttivi a ciò che tali cose produce, è inutile
lamentarsi del lavoro dei magistrati ed invocare il garantismo. Chi sa di agire
contro le norme che regolano la vita di una comunità per il proprio tornaconto,
chi sceglie la strada dell’illegalità pur di arricchirsi alle spalle del prossimo,
è tenuto a sapere anche che esiste l’evenienza – per quanto remota - che questo
suo agire non resti per sempre impunito. Ho sentito in questi giorni cose
raccapriccianti a proposito del professor Vittoria, direttore della Facoltà di
Farmacia e suicida per le tangenti napoletane legate alla sanità amministrata
da Poggiolini e De Lorenzo. Costui si è tentato di farlo passare quasi per
martire, mentre sapeva benissimo ciò che faceva. E ora che di lui spuntano
borse con paramenti massonici “dimenticati” in un taxi addirittura due mesi
prima della morte, dopo che -“sconvolto dalla vergogna” - si è tolto la vita
lasciando non un attestato di pentimento ma un vero e proprio memoriale
d’accusa contro i suoi compari mentre la consorte si è affrettata a farne cremare
il corpo, c’è ancora chi lo considera una vittima delle losche mene altrui.
Davvero sembra d’assistere al macabro spettacolo, raccontato da Orson Welles in
uno dei suoi capolavori, degli squali impazziti che finiscono col divorarsi a
vicenda.
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Arrestato in Puglia, nella sua casa di villeggiatura, Franco
Freda “per ricostituzione del partito fascista”. Era in compagnia, al momento
del fermo, del suo amico Ventura, ormai cittadino argentino, il quale – sbrigate
le formalità - è subito ripartito per Buenos Aires. E’ il momento dei redivivi,
a volte ritornano.
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Trovato morto a San Vittore, con la testa infilata in un
sacchetto di plastica, Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, in carcere
dallo scorso marzo per tangenti. La sua domanda di scarcerazione doveva essere
ripresa in esame proprio oggi. Suicidio o esecuzione? Il procuratore Francesco
Saverio Borrelli che ha disposto l’autopsia esclude l’assassinio. Il segretario
del Psi, Ottaviano Del Turco, ha commentato subito dopo aver appreso la notizia
che questo episodio ripropone, in tutta la sua drammaticità, quanto ha detto il
presidente Scalfaro sulle manette facili. Poiché la tesi del suicidio non trova
contestazione, non voglio soffermarmi sulle stranezze legate a questa morte,
d’altronde inquietante. Ma che un uomo in attesa di conoscere l’esito di un
appello di scarcerazione pensi a lavarsi, sbarbarsi, fare colazione sapendo
peraltro che in mattinata riceverà anche la visita della propria consorte, si
premuri di scambiare qualche battuta scherzosa con i suoi compagni di braccio,
agisca cioè normalmente per non creare sospetti sulla sua intenzione di farla
finita, mi sembra degno della peggiore letteratura gialla.
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Ancora un suicidio eccellente: quello di Raul Gardini.
Stavolta con un colpo di pistola. In questa micidiale epidemia neanche gli
editorialisti più quotati sanno che pesci pigliare. Nel frattempo, con estrema
delicatezza, qualcuno ha ricordato che la morte di Gardini toglie dalla
circolazione un altro testimone-chiave sui reati dell’alta finanza, anche
quelli più inconfessabili.
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“Gardini – rivela oggi al Corriere uno dei suoi più
stretti collaboratori - aveva due alternative: accettare i meccanismi
dell’inchiesta e lasciarsi distruggere davanti ai figli. Oppure commettere un
gesto estremo che lo riscattasse, come atto d’orgoglio. Perché questo suicidio
non è stato certo un gesto di depressione”.
Bella scoperta. Ma il fatto stesso che Borrelli abbia
ricordato quanto inquietante sia il particolare che le indagini Enimont
restino segnate “da un triplice marchio di morte” con Gardini, Cagliari e Castellari
(ma qualcuno vorrebbe aggiungere alla triade anche il nome di Franco Piga, ex
ministro delle Partecipazioni statali stroncato da infarto il 26 dicembre ’90) rende
ancora più suggestive le voci che corrono in questi giorni, voci che parlano di
affari ben più sporchi all’origine di queste tragedie.
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In materia di esplosivi, si è saputo stasera che per
l’autobomba usata a Firenze nell’attentato in via dei Georgofili sarebbe stato
impiegato un miscuglio di circa 300 kg formato da tritolo, pentrite e il
famigerato T4. Secondo gli esperti, la bomba avrebbe avuto le stesse
caratteristiche di quelle usate per via D’Amelio a Palermo, in via Fauro a Roma
e sul rapido 904 Napoli-Milano. Per inciso, sembra che un ordigno simile sia
stato utilizzato -ancora a Firenze - nel 1987, ma in quale occasione non viene
specificato. Sembra confermata, dunque, l’alta competenza tecnologica degli
artificieri di Cosa nostra di cui dev’essere straordinariamente ricca e
soprattutto capace di addestrare.
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Lo stillicidio bombarolo continua con gli attentati di ieri
notte a Milano e a Roma, il più grave nel capoluogo lombardo: cinque morti. A
finire dilaniati dallo scoppio sono stati tre vigili del fuoco accorsi per
spegnere un falso principio d’incendio di una vettura Fiat dov’era collocato
l’ordigno, un vigile urbano e un immigrato marocchino che si preparava a
passare la notte su una panchina. Il diversivo del fumo proveniente dal veicolo
per attirare le vittime è, senza dubbio, molto professionale. Questo nuovo
macello ha provocato la rimozione del prefetto Finocchiaro dalla direzione del sisde,
lo sostituisce un certo Salazar il cui nome ricorda quello del vecchio
dittatore del Portogallo. Qualche cronista ha ravvisato nella peculiarità del
tranello qualche somiglianza con la strage di Peteano ed è curioso perché se
esiste davvero un’analogia, questa si deve ravvisare nelle stragi di Ciaculli e
Villabate avvenute giusto trent’anni fa in una guerra di mafia. Ma forse il
lapsus del cronista non è casuale. Al momento non sono stati trovati frammenti
di timer o di miccia – ma sulla presenza di una miccia esiste la versione
contrastante di un paio di testimoni - e sembrerebbe perciò che non vi sia
attinenza con quegli eventi lontani. Eppure non occorre necessariamente un
comando a distanza per far esplodere un ordigno, basta un semplice circuito a
contatto come – appunto - fu usato tanto a Peteano che a Ciaculli. Una volta
cioè aperto il cofano dove è collocata la bomba, il circuito si chiude e il
gioco è fatto: si ha persino il tempo di accorgersi dell’agguato e di urlare un
attimo prima di saltare in aria, proprio com’è accaduto ad una delle vittime.
Beh, sto qui a trastullarmi con questi pensieri oziosi pur sapendo che si
tratta di un gioco sterile, ma come è possibile affrontare un discorso serio
quando si devono aspettare due mesi per conoscere perizie già note e
particolari che vengono dati col contagocce? Solo adesso, per esempio, viene
reso noto l’identikit di “una donna bionda, di circa 20-25 anni” notata poco
prima degli ultimi due attentati. E ora che il ministro degli Interni, dopo la
destituzione di Finocchiaro, dopo la scoperta degli altarini ed intrallazzi del
sisde, continua a ribadire la sua incondizionata fiducia nell’efficienza e
nella lealtà dei servizi, siamo arrivati proprio al patetico. Non è possibile,
infine, mostrare impassibilità di fronte alle dichiarazioni rese stasera in
televisione (Rai 2, “Pegaso”) dal professor Edward Luttwak, il quale
c’invita ad essere più pragmatici, più semplici nella ricerca della verità,
senza andare a scomodare congiure complicate, complotti lontani o internazionali.
Ebbene questo signore, già consulente strategico di Reagan, autore di manuali
sulle tecniche d’eversione e colpi di stato, già collaboratore Cia, dovrebbe
avere almeno il buon gusto di defilarsi da certi interventi. Se poi è davvero
convinto che tutto ciò che sta avvenendo in Italia si deve soltanto a coloro
che vedono in pericolo i privilegi acquisiti con il vecchio regime, sarà bene
ricordargli che proprio il suo paese è stato il principale sostenitore del
sistema politico che ha retto il potere per quasi un cinquantennio.
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Un guasto all’intera rete telefonica di Palazzo Chigi durato
oltre due ore nella notte fra martedì e mercoledì 28 luglio, viene oggi – 5
agosto - reso noto dai quotidiani come misteriosa postilla agli attentati di
Roma e di Milano:
“Forse un black-out tecnico? Sull’oscuro (sic!) episodio
ora è in corso un’inchiesta affidata ai servizi segreti. Ma i primi risultati
raggiunti hanno allarmato ancora di più il presidente Ciampi. E’ infatti già
stato accertato che il guasto non è dipeso dalla centralina interna al palazzo,
bensì di provenienza esterna. Bisognerà chiarire il perché”.
Il perché dovrebbe essere abbastanza semplice se ci sono
orecchie allenate ai messaggi, tanto più che un sabotaggio telefonico - in
questo caso - non procura certo problemi, visto che il presidente del Consiglio
ha potuto servirsi di un banalissimo telefonino cellulare per le comunicazioni
d’emergenza. Ma i giornali pompano la notizia come un evento annunciatore di
chissà quali progetti golpisti, mentre il vero golpe è stato già compiuto.
Devono essersene accorti persino coloro che hanno organizzato il black-out.
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Il solito trafiletto di cronaca c’informa che “tre agenti di
custodia nel carcere di Rebibbia sono indagati per il suicidio di Antonino Gioè,
boss della mafia di Altofonte (implicato nella strage di Capaci) e avvenuto in
cella la notte del 29 luglio, nel braccio della prigione nel quale i tre erano
di turno”. Nell’inchiesta del procuratore Franco Piro sembrano non emergere
dubbi sul suicidio ma su “insufficienze nel controllo del detenuto”, nonché
possibili “pressioni esterne affinché si uccidesse”. Dunque un suicidio
istigato che qualche perplessità, almeno nei termini, la suscita. Infatti
quando il dato coercitivo, sia pure esterno, interviene (e forse prevale) sulla
volontarietà dell’atto, non so se sia giusto parlare di suicidio nel senso
tradizionale del termine. Sottigliezze? Forse. Ma tralasciando Gioè, quanti
casi di suicidio “forzato” abbiamo avuto in questo periodo? C’è chi si ammazza
per la vergogna, chi per dignità, chi per orgoglio, chi per protesta, chi per
tenere la bocca chiusa. Però la morte riguarda sempre soggetti che in un modo o
nell’altro tolgono il disturbo opportunamente, cioè in quel momento giusto
di cui qui si è già fatto riferimento. Solo una coincidenza?
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Proprio di spalla al servizio sul dopo-rivolta dell’Enichem
di Crotone, servizio in cui si descrivono “strade deserte, case e negozi
sbarrati nel giorno del primo sciopero generale”, il Corriere di oggi,
10 settembre, riporta un articolo del professor Giuseppe “Censis” De Rita,
pomposamente definito – tale articolo - come analisi dei fatti accaduti.
La tesi del professore è che dopo anni di “rancore dei ricchi” l’Italia ora si
divide anche nell’ira, grazie alla riesplosione del “rancore dei poveri”. Egli
scrive, tra l’altro, che “forse il rancore dei poveri è sconsolato (sic!)
e non ha fatto fin qui paura, ma certo il rancore dei ricchi è stato fin qui
potente: sia nel senso che è forte ed incisivo, sia nel senso che ha cercato di
contare, di farsi valere, anche con la contestazione dura”. Siccome tale
rancore il De Rita lo ha sentito “crescere per anni nelle frasi di Romiti e De
Benedetti”, nonché nella “minuta e frustrata (risic!) gente lombarda”,
per riesplodere infine “a pentimento-dimenticanza della propria storia in tanti
ex rampanti, ex craxiani, ex innamorati della finanza come arte di far soldi
con altri soldi”, vorrei obiettare che proprio questa forma di rancore è stato
guardato in modo diverso dalle analisi che lo stesso CENSIS andava divulgando
negli anni in cui protervia ed insolenza, oggi stigmatizzate dal professore,
avevano modo di manifestarsi nelle classi dominanti. Ma su questo si può anche
chiudere un occhio. Dove, invece, non si può essere caritatevoli è sulla sua
valutazione dei poveri che esprimono la loro disperazione in sceneggiate
televisive, poiché essi “sanno che il potere vero sta nella capacità di
attrarre i giornalisti, i fotografi, i telecronisti che danno impatto di
massa(?) alle donne che occupano i binari ferroviari, alle vampe degli incendi,
alle paure per le intossicazioni da fosforo, e quant’altro”. Invece di trovare
vergognoso che in una società democratica degli esseri umani debbano ricorrere
al clamore e allo “spettacolo” della propria disperazione per ribadire il loro
sacrosanto diritto all’esistenza, la conclusione del discorso deritiano approda
felicemente alla ormai atavica paura per le “rabbiose, incontrollabili emozioni
delle moltitudini”. Un fariseismo, questo, che si è sempre celato nel
cosiddetto pensiero laico-illuminato. Laico sì, illuminato certo, ma più con
valenze da gironda che da giacobba. E dunque tutt’altro che versato per le
riforme strutturali, quelle che in sostanza rimangono le vere riforme.
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Un parroco antimafia trucidato a Palermo e un’autobomba
contro una stazione dei carabinieri di Catania. Eppure ci sarebbe da fare un
bel po’ d’inventario sulle circostanze che intanto riguardano le rivelazioni
fatte a fine agosto da Francesco Marino Mannoia a proposito delle fregole
golpiste e separatiste di Cosa nostra. Coraggio, guardiamo. Il capo della
Polizia, Vincenzo Parisi, invia il 5 settembre a prefetti e questori una
circolare di allerta il cui contenuto viene reso pubblico
soltanto dieci giorni più tardi, poiché “un golpe non sta né in cielo né in
terra”. Intervistato, perciò, il 16 settembre, Parisi non rivela la fonte che
ha fatto scattare il segnale d’allarme perché ritiene che ciò possa metterne in
pericolo l’incolumità. Ieri, infine, 18 settembre, un trafiletto confinato a
pagina 11 dello stesso Corriere che
ha pubblicato l’intervista conferma che è proprio “Francesco Marino Mannoia la
fonte del rapporto FBI sulle bombe in Italia”. E proprio ieri esplode
l’autobomba a Gravina, davanti alla caserma dei carabinieri. Beh, se questa è
opera di mafia e solo di mafia, bisogna pur riconoscere che il comportamento
dei mafiosi è perlomeno curioso, tanto che persino un Saverio Vertone riesce a
coglierne oggi – sempre sul Corriere -
le dovute incongruenze. E’ come se i mafiosi, cioè, abbiano deciso di seguire
alla lettera gli annunci del Viminale che ha quasi incitato il nemico a farsi
vivo con le bombe. Sembra insomma un copione già scritto e in cui Cosa nostra
stia recitando la sua parte.
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L’offensiva politica si sposta decisamente verso sinistra.
Dopo l’arresto di Greganti, ora si cerca d’impallinare Ugo Pecchioli per via
d’una fantomatica “Gladio” rossa che il vecchio PCI avrebbe organizzato in anni
lontani e di cui il senatore pare sia stato uno dei quadri dirigenti. Bah,
forse avranno scambiato il mansueto Pecchioli per il terribile Pietro Secchia. Però
la faccenda sembra proprio buona per estromettere dalla presidenza della
Commissione parlamentare sui servizi segreti un uomo scomodo.
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Un vero quanto divertente guazzabuglio. Dunque abbiamo
generali accusati di cospirazione contro lo stato da ex amanti i cui mariti,
anch’essi ufficiali dell’esercito, hanno avuto a loro volta relazioni amorose con
le madri di terroristi neofascisti dati per morti e poi redivivi. In questo fumettone
che la stampa ha definito dapprima boccaccesco e ora pare stia cominciando a
prendere sul serio, sembra di scorgere le furberie di Scapino rivedute e
aggiornate fra Novella
2000 ed i trattati
di tecniche eversive care a Luttwak. E siccome questa del golpe sta diventando
un’idea fissa, si direbbe che il trastullo funzioni. Nell’atmosfera da Sette giorni a maggio che l’industria mediatica cerca di alimentare
ad ogni costo, persino l’incontro in Sardegna fra Segni e Berlusconi acquista i
toni della congiura. Caduto in disgrazia il suo mentore Bettino, al cavaliere
urge un nuovo punto di riferimento.
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Un altro generale, stavolta dei carabinieri, è finito indagato
per favoreggiamento e soppressione d’atti riguardanti un suo amico, capocosca
della mafia calabrese, che l’ufficiale avrebbe a suo tempo infiltrato
nientemeno che nelle Brigate rosse come informatore. Un pentito, al cui attivo
si registrano 1.200(!) pagine di verbale, racconta che il
presunto infiltrato sarebbe stato addirittura presente nel commando terrorista
che il 16 marzo ’78 sequestrò Aldo Moro dopo averne ucciso la scorta. Come se
non bastasse, il famoso quarto uomo – noto con la qualifica e il nome di ingegner
Altobelli - che fu custode dello statista prigioniero in via Montalcini, è
stato finalmente identificato in un artigiano quarantenne di Roma, già con
precedenti per reati eversivi. La polizia lo ha arrestato dopo un lungo
interrogatorio. Al fermo, la DIGOS dichiara di esserci arrivata senza soffiate,
cioè dopo un laborioso lavoro d’indagini che ne hanno consentito
l’identificazione: storia verosimile quanto le assicurazioni di fedeltà del
ministro Mancino sul conto dei servizi.
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Che una dissociazione dalla lotta armata possa sfociare nel
pentimento, è ammissibile. Che il pentimento arrivi dopo anni di carcere e in
base al fatto che le ammissioni del pentito scaturiscano “soltanto da
un’ipotesi investigativa già accertata per altra via”, è plausibile. A guastare
il tutto sono le lacrime e la commozione di Adriana Faranda e Prospero Gallinari.
La prima si è decisa a vuotare il sacco “dopo una crisi di pianto” scagionando
il secondo – molto emotivamente provato - dal marchio di carnefice di Moro e
attribuendo l’omicidio del presidente DC a Mario Moretti ed Ermanno Maccari,
l’artigiano arrestato con l’accusa di essere in realtà il famigerato ingegner Altobelli.
Lasciando perdere la pagliaccesca versione del “laborioso” lavoro d’indagine
che avrebbe portato al suo arresto, c’è da dire che se Maccari è davvero il
quarto uomo di via Montalcini rimane indecifrabile il fatto che sia potuto
rimanere quindici anni tranquillo, non da latitante ma da comune cittadino.
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Lo spiffero o il suggerimento sul nome di Maccari, dunque,
c’è stato davvero. Resta da vedere se sia sul serio attribuibile, come
asserisce qualcuno, ad Alessio Casimirri – ex brigatista, già nel commando di via
Fani, riparato in Nicaragua dove ha aperto un ristorante con i quattrini di chi
non si sa - ad Antonio Savasta, alla Faranda o forse a Pippo Baudo. Mi fa comunque
piacere che lo strombettio ad onore e vanto della DIGOS, nel suo lavoro
d’indagini svolte senza l’ausilio di soffiate per risalire
a Maccari, abbia fatto questa fine. Una fine, peraltro, signorilmente
sottaciuta dalla stampa. Così, da due settimane ad oggi, fra tentativi di
golpe, rivelazioni clamorose, sequestro Moro e dintorni, il popolo italiano ha
avuto le sue brave distrazioni per mandar giù la Finanziaria, peggiore
dell’anno scorso, pronta per il ’94.
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La strategia del fango si perfeziona. Maurizio Broccoletti,
uno della cricca degli spioni incriminati per la sottrazione dei “fondi”
riservati sisde, pensando – e con ragione - di evitare l’arresto, si è
presentato alla Procura di Roma “con un carico di documenti dirompenti come
dinamite chiuso nella borsa”. Per le sue rivelazioni è finito in galera
nientemeno che l’ex capoccia del sisde, Riccardo Malpica. Broccoletti, comunque,
ha avuto modo di sputtanare un bel numero di personalità, secondo lui coinvolte
nel giro d’intrallazzi: dall’ex ministro della Difesa Salvo Andò al prefetto di
Napoli Umberto Improta, dal capo della Polizia Vincenzo Parisi ai nomi dei
ministri degli Interni che si sono avvicendati per dieci anni, dal 1982 al
1992. Poiché tra questi ultimi c’è anche il nome di Oscar Luigi Scalfaro, il
clamore è stato enorme, non solo politicamente. Voglio dire che c’è in ballo
qualcosa di molto più sostanzioso della prossima legislatura, che la stampa
individua come la posta in gioco nell’attacco ormai dichiarato alle
istituzioni. Si è parlato di golpe fino alla nausea in queste settimane, ma non
dell’economia golpista che si va instaurando passo dopo passo. E il vantaggio
che ne traggono – da tale situazione - quelle forze finanziarie che non hanno
mire proprio filantropiche mi sembra evidente.
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La solerte Procura romana deve proprio tenerci molto alla
nomea di porto delle nebbie che si è conquistata nel corso di questi anni,
tanto da lasciare al signor Broccoletti tutto il tempo e il comodo di
dileguarsi dopo la sua volontaria “collaborazione”. Riferendosi ai cinque
compari (fra cui, appunto, il dileguato) che si sono spartiti “con baldanzosa
disinvoltura” i quattrini del sisde ed ora sono tutti uccel di bosco, il
procuratore aggiunto Ettore Torri ha dichiarato sabato scorso:
“Avevano già cominciato a tramare fra di loro per nascondere
le tracce delle loro malefatte e sicuramente sono tipi capaci di scappare oltre
frontiera”.
Poiché risulta che sia stato proprio il dr. Torri ad aver
tenuto per tre ore sotto interrogatorio Broccoletti, certe dichiarazioni
meritano di essere valutate e quindi confrontate con la coerenza dimostrata.
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Questo due novembre appena trascorso andrebbe ribattezzato
giorno dei desunti, non dei defunti. Tanto, da quello che si apprende dalla
stampa, uno può farsi solo una vaga idea dei fatti che accadono. Parlo dei
dettagli che riguardano le nuove rivelazioni – chiamiamole così - di Michele Galati,
altro cassiere e barba finta sisde, che ha ribadito “le stesse cose già dette
una settimana fa dal latitante Broccoletti”. Questo signore ha raccontato dei
100 milioni mensili che il sisde avrebbe passato ai ministri di passaggio al Viminale
dall’82 al ’92, escludendo dalla lista il solo Amintore Fanfani, “l’unico che
non ha mai voluto nemmeno mille lire”. La reazione del Quirinale non si è fatta
attendere e così Oscar Luigi Scalfaro è apparso sul video a reti unificate per
rendere partecipi gli italiani alla sua indignazione. Il messaggio del
presidente viene oggi, giorno 4, diversamente commentato, ma torniamo a Galati.
Sembra che costui abbia suscitato presso i magistrati più interesse del suo
collega, in quanto avrebbe esibito “per ogni accusa, la sua pezza d’appoggio:
foglietti con sigle e numeri, elementi dattiloscritti di somme a nove zeri,
sempre con delle sigle a penna”. Tali documenti sarebbero ritenuti originali, poiché si tratta di “minute che,
secondo legge, egli avrebbe dovuto distruggere” in base al periodico ed
obbligato incenerimento delle documentazioni cui i servizi sono tenuti ad espletare
ogni anno o due. Già, bravo, ma dal momento che i due spioni hanno pensato bene
di conservarseli, questi documenti, se ne ricava che il difetto sta nel manico.
Le “prove” sottratte al macero, infatti, servono tanto a cautelarsi per le
reiterate ruberie che ad ammonire e ricattare il potere politico quando
occorre, in questo caso anche a pararsi il culo. Ecco a chi è stata affidata la
sicurezza nazionale.
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“Per i 23 milioni di italiani che mercoledì sera lo hanno
ascoltato in televisione, il messaggio di Oscar Luigi Scalfaro era suonato come
un grido d’allarme e, insieme, un appello all’unità e alla vigilanza. Per i
giudici della Procura di Roma invece quel discorso era una notitia criminis. E l’ipotesi avanzata dal presidente,
quella che qualcuno stesse attentando all’unità nazionale, si è trasformata in
un’inchiesta penale. Così, dopo un’intera giornata di andirivieni, discussioni,
forse anche polemiche, la Procura ha scelto d’invertire bruscamente la rotta: e
adesso Riccardo Malpica, Maurizio Broccoletti e Antonio Galati saranno indagati
non più e non solo per associazione a delinquere e peculato, ma anche per
attentato alla Costituzione ai sensi dell’articolo 289 del codice penale. Per
avere cioè tentato con le loro azioni di indebolire il ruolo e la figura del
presidente della Repubblica”.
Insomma, fatta la frittata incolla i gusci. Quest’inversione
di rotta è tutt’altro che lusinghiera per la Procura romana. Se, come si dice
nei commenti, tale decisione è davvero maturata non dal contenuto delle
dichiarazioni rese da Malpica e soci bensì dalla “gestione” di queste, una
gestione calcolata, non si capisce perché sia sfuggita fin dal primo momento ai
giudici l’ipotesi “che le barbe finte stessero agendo come se avessero
concordato un piano preciso”. E questo primo momento si riferisce proprio alla
visita in Procura di Maurizio Broccoletti il quale, dopo tre ore
d’interrogatorio, viene lasciato libero d’andare invece d’essere trattenuto. Ma
ha un senso chiederselo quando certe leggerezze sembrano molto poco
involontarie?
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“Non ci fu nessuna talpa ad informare i killer degli
spostamenti di Falcone, la mafia agì da sola”. È la versione della Procura di Caltanissetta in
merito all’operazione che ha portato all’arresto di altri boss coinvolti nella
strage di Capaci. Una certezza, quella dei giudici siciliani, che però non
esclude del tutto il coinvolgimento di altre entità, visto che comunque “le
indagini proseguiranno anche in tal senso”. C’è d’augurarselo, anche perché
Falcone, quel 23 maggio, in Sicilia ci arrivò con un aereo messo a disposizione
dal sisde.
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Nei giorni scorsi l’avvocato Nino Marazzita, già legale
della famiglia Moro e ora di Broccoletti, l’aveva anticipato: “Il mio cliente
prima o poi si consegnerà e dirà molte altre cose sul sisde e sugli intrallazzi
che venivano commessi dai suoi uomini”. Ieri hanno arrestato il suo assistito a
Montecarlo, in seguito ad una serie di telefonate che il latitante avrebbe
fatto alla famiglia. Strana imprudenza, questa delle telefonate ai propri
congiunti da parte di un agente dei servizi che non pensa alle intercettazioni
né ai telefoni sotto controllo. Facilitando così il lavoro del Ros carabinieri,
al momento dell’arresto Broccoletti “ha esibito documenti falsi in un ultimo
patetico tentativo di restare in libertà”. Nel frattempo, sempre in tema di apparati,
il piano di riforma dei servizi segreti che Carlo Azelio Ciampi voleva avviare
in questa legislatura non si farà più, “né per disegno di legge né per
decreto”.
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“L’operazione, battezzata Superga in onore alla collina torinese, si è svolta segretamente il
nove e l’undici novembre. Escluse tutte le organizzazioni di soccorso”.
Normale esercitazione militare? No, vera e propria
simulazione di guerra civile fra il nord e il sud del paese. L’incredibile
episodio raccontato dai giornali di oggi, 4 dicembre, ha coinvolto “soltanto
enti statali: oltre a carabinieri, polizia, esercito e prefetture, hanno
partecipato ingegneri dell’ENEL, della SIP e dei vigili del fuoco”. Teatro
d’operazione sono state le tre regioni Lombardia, Piemonte e Liguria
ipoteticamente prese d’assalto dai cattivi di turno. E cioè dagli italiani del
centro e del meridione sotto il controllo, secondo gli strateghi del war-game,
“di governi instabili ed antidemocratici”. In altre parole, secondo l’allegra
esercitazione organizzata da Viminale e Difesa, questo nostro paese – almeno
dalla Val Padana in giù - sarebbe popolato da mafiosi e sovversivi che nel
piano d’attacco contro il nord si sono avvalsi di truppe mercenarie, di commandos
mandati in avanscoperta e d’infiltrati per lo più arruolati fra marocchini ed
altri immigrati. Roba da sganasciarsi, se quest’ultimo dato non denunciasse
invece quale progressista e cristiana mentalità caratterizzi gli ideatori della
pagliacciata. La notizia viene anche diffusa, con raffinato ed implicito terrorismo,
un giorno prima del ballottaggio per la poltrona di sindaco in diverse città
importanti: quasi un monito agli elettori che vorranno esprimere la loro
preferenza a quegli schieramenti magari “instabili ed antidemocratici” che il
piano simulato potrebbe aver previsto.
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Con l’affermarsi delle sinistre alle comunali e l’elezione
alla poltrona di sindaco qui a Napoli di Antonio Bassolino, spero proprio che
si apra una stagione più felice. Non mancano certo buoni motivi per non pensare
ad un futuro tutt’altro che roseo per lo scenario italiano, però voglio concludere
questo diario con una nota di ottimismo. Mi piace, anzi, chiuderlo così come è
cominciato, tornando all’autore e al libro di cui ho parlato in apertura. Trovo
in quelle pagine un riferimento suggestivo, quando cioè l’autore stesso si
sofferma sul termine sinarchia, una “potente associazione tecnocratica-internazionale
a sfondo vagamente mistico e massonico”, di cui ci si dilunga in una nota
d’appendice al testo. Qui vi si afferma che lo scopo primario della leggendaria
associazione era quello di “creare un potere economico superstatale per la
fondazione di una nuova società”. E per raggiungere tale scopo, la sinarchia si
sarebbe basata “su uomini di prim’ordine, sulla concentrazione delle imprese e
sul circuito bancario internazionale ai più alti livelli”. L’autore, è ovvio,
non presta alcuna fede a questa leggenda, il che mi conforta perché almeno su
una cosa siamo d’accordo.
Ma mi divertono moltissimo i richiami, sia pure involontari,
tra il mito e la realtà di questi tempi che ho cercato di descrivere. Tempi, è
opportuno dirlo, ricchissimi di eventi che farebbero felice qualsiasi teorico
della cospirazione. Da buon credente, comunque, per me vale sempre ciò che è
scritto nel Vangelo:
“non v’è niente di nascosto che non abbia ad essere
scoperto, né di occulto che non abbia a venire alla luce”.
E con l’auspicio di Matteo chiudo qui queste cronache che,
con la dovuta ironia, si potrebbero ben definire “sinarchiche”.
Napoli,
9 Dicembre 1993