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La storia segreta della Coca-Cola

Autore del :
Gustavo Castro Soto
Pagine: 135

Editore: Datanews
Anno: 2006
Formato:
stats 6697 letture

La storia segreta della Coca-Cola
terrelibere.org  
Un rigoroso libro nero sulla transnazionale di Atlanta, attraverso i soprusi, le violazioni dei diritti umani, le connivenze con le dittature latino-americane, l`inquinamento delle falde acquifere, gli attentati alla salute dei consumatori.

Violazioni dei diritti umani, connivenze con le dittature di mezzo mondo, sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle risorse naturali, contaminazioni ambientali, danni alla salute dei consumatori, politiche di immagine aggressive. Innumerevoli le violenze e le sopraffazioni che si nascondono dietro i profitti multimilionari della Coca-Cola, la più nota e discussa multinazionale del mondo, raccontata nel volume “La storia segreta della Coca-Cola” (Datanews Editrice, Roma, 2006), scritto da Gustavo Castro Soto, ricercatore del Ciepac (Centro di Ricerche e politiche di azione comunitaria) di San Cristóbal de las Casas (Messico).

Un vero e proprio libro nero della Coca-Cola, che raccoglie dati agghiaccianti sui crimini commessi dalle proprie origini, a metà ottocento, sino ai nostri giorni. “Da più di cento anni la Coca-Cola Company incide sulla realtà di contadini e indigeni che coltivano la canna da zucchero, comprando il prodotto o non comprandolo perché sostituito con il concentrato di fruttosio proveniente dal mais transgenico degli Usa”, denuncia Castro Soto. “La Coca-Cola ha inciso anche sulla vita dei produttori di coca, è responsabile della mancanza di acqua in alcuni luoghi o dei cambiamenti nelle politiche pubbliche per privatizzare il prezioso liquido o impossessarsi delle falde freatiche. Incide sull’economia di molti paesi, sull’industria del vetro e della plastica e delle altre componenti del suo prodotto. Ha provocato direttamente lo sconvolgimento delle culture, dal Chiapas al Giappone o alla Cina, passando per la Russia”.

La prima edizione de “La storia segreta della Coca-Cola” è stata pubblicata nel sud del Messico e a leggere attentamente il volume si comprendono le ragioni che hanno spinto l’autore a censire le malefatte della transnazionale di Atlanta. Il Messico è oggi uno dei principali consumatori mondiali di Coca-Cola e dal 1999 i messicani garantiscono annualmente alla Compagnia il 10% dei suoi profitti mondiali. Monterrey, la seconda città più grande del paese, ha il maggior consumo pro capite di qualsiasi altra città del mondo. È qui che ha sede Femsa (Fomento Económico Mexicano S.A. de C.V.), l’imbottigliatrice più grande in America latina. Femsa distribuisce e vende i prodotti del marchio registrato Coca-Cola (bevande, acqua, birra, ecc.) in nove paesi latinoamericani: Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Panama, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Messico. Nel consiglio di amministrazione della società siedono alcuni degli uomini più potenti del paese: presidente a vita di Femsa è il milionario Eugenio Garza Laguera; consiglieri Luis Téllez Kuenzler (segretario dell’energia durante la presidenza di Ernesto Zedillo), Lorenzo Zambrano Treviño (presidente di Cemex, holding finanziaria e dell’industria del cemento), Ricardo Guajardo (a capo dell’impero bancario BBVA Bancomer) e Roberto Servitje Sendra (presidente di Bimbo, marchio leader nella produzione di pane e dolci). Femsa ha conseguito il monopolio continentale nell’imbottigliamento della Coca-Cola solo tre anni fa, quando la holding messicana ha acquisito le imbottigliatrici Panamerican Beverages (Panamco) per l’importo di 3.617 milioni di dollari nel 2003. E titolare di Panamco Coca-Cola era al tempo l’imprenditore venezuelano Gustavo Cisneros, magnate del sistema radio-televisivo (AOL, Univisión, Direct Tv, Caracol, ecc.), consulente della Chase Manhattan Bank e tra i maggiori sostenitori dell’effimero golpe del 2003 che aveva deposto per ventotto ore il colonnello Hugo Chávez.

Il circolo vizioso del sottosviluppo La Coca-Cola è tutta l’opposto di Robin-Hood: ruba ai poveri per dare ai ricchi, i quali diventano così ancora più ricchi. Il presidente e il vice-presidente della multinazionale guadagnano congiuntamente 340 mila dollari al giorno: valore equivalente alle entrate giornaliere di 150 mila indigeni del Chiapas, il poverissimo stato al confine con il Guatemala, a maggioranza indigena, noto per ospitare l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln) e il subcomandante Marcos. Come se non bastasse, per acquistare Coca-Cola gli abitanti di una comunità indigena spendono da un minimo del 17,5% ad un massimo dell’88% del loro salario giornaliero. Nelle comunità rurali del Messico ci sono madri che invece del latte, mettono direttamente la Coca-Cola nel biberon dei propri figli. Al dirottamento dei miseri risparmi nelle casse dei produttori della soft drink si aggiungono i violenti conflitti generati tra le comunità. Sempre in Chiapas, i fanatici di Coca-Cola e Pepsi-Cola - entrate a far parte dei riti magico-religiosi - sono arrivati ad uccidersi a vicenda. I municipi indigeni di Chamula, Zinacantán e Tenejapa sono stati insanguinati dagli scontri armati per l’accesso all’acqua dopo che nel 2002 Coca-Cola Femsa ha aperto nella regione una nuova linea di produzione aumentando il consumo d’acqua (per produrre un litro di bevanda occorre estrarre una media di 2,1 litri di acqua). “Ormai in Messico non è più solo guerra contro i lavoratori ma anche contro gli indigeni e i contadini per strappargli l’acqua e il mercato dello zucchero”, denuncia Gustavo Castro Soto. Intere comunità sono state espulse dai territori ancestrali per assicurare alla multinazionale il controllo delle risorse idriche. “La Coca-Cola, con la vittoria del presidente Vicente Fox, ha sviluppato gli stabilimenti in Chiapas dotandoli della capacità di estrarre, elaborare e imbottigliare acqua attingendo dalla falda più ricca di San Cristóbal de las Casas. Intanto la Compagnia costruisce scuole per gli indigeni insieme col governo dello Stato, non però dove capita ma nelle regioni dove ci sono i giacimenti d’acqua più importanti”, aggiunge l’autore. E mentre la multinazionale si appropria con la forza o con l’inganno delle migliori fonti idriche del pianeta, riversa nei terreni o nei pozzi residui di produzione altamente contaminanti. È accaduto a Plachimada, in India, dove la locale fabbrica di Coca-Cola ha contaminato il terreno, l’acqua e l’aria sin dal 1998, anno della sua entrata in funzione. I pozzi si sono prosciugati e la poca acqua rimasta, in una comunità di circa 2 mila famiglie, non è più potabile.

A Panama, invece, nel maggio 2003 l’Autorità nazionale dell’Ambiente ha sanzionato la Coca-Cola con una multa di 300 mila dollari per aver contaminato con sostanze coloranti il fiume Matasnillo, la Bahía de Panamá e l’ecosistema della città. Meno note ai consumatori mondiali le gravi responsabilità della multinazionale in materia di sfruttamento del lavoro minorile. Human Rights Watch ha documentato l’assunzione di bambini per lavori di nove ore nelle piantagioni di canna da zucchero del Salvador destinate alla Coca-Cola. “Quasi un terzo dei lavoratori delle piantagioni da zucchero del Salvador sono minori di diciotto anni (fra i 5 mila e i 30 mila secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro), molti dei quali hanno iniziato il lavoro nei campi ad un’età compresa fra gli otto e i tredici anni”, sottolinea l’autore de “La storia segreta della Coca-Cola”. Vizio antico quello dei signori della Coca-Cola: nel 1908 la Commissione statunitense del lavoro minorile si riunì ad Atlanta per protestare contro le pessime condizioni in cui versavano i lavoratori (tutti donne e bambini) nei laboratori di cotone di Asa Candler, padre fondatore della multinazionale.

La militar-connection Il 2 gennaio 1980, a Città del Guatemala, l’Uita (Unione internazionale delle Associazioni dei lavoratori dell’Alimentazione) denunciava che il sindacalista della Coca-Cola Pedro Quevedo era stato assassinato. Pochi mesi dopo, a maggio, venivano assassinati altri quattro membri del sindacato. Iniziava così l’ondata di terrore della compagnia contro i lavoratori iscritti al sindacato, negli anni più feroci della “guerra sporca” che insanguinava il Guatemala. Alla fine il bilancio di quella controffensiva padronale fu di sei dirigenti assassinati e di altri quattro fatti sparire nel nulla. Più una lunga serie di occupazioni di fabbriche e sedi sindacali ad opera dell’esercito guatemalteco e dei corpi armati della multinazionale. “La Coca-Cola Company – commenta Gustavo Castro Soto - ha messo a disposizione dei militari alcuni dei suoi magazzini per torturare gli oppositori di diverse dittature militari o leader sindacali in Guatemala, Argentina, Colombia e altri paesi”. Alcuni lavoratori di un locale impianto della Coca-Cola sono stati assassinati in Bolivia nel 2003. In Colombia, la multinazionale di Atlanta, congiuntamente alla Nestlé, ha scatenato una vera e propria campagna di guerra per cancellare ogni forma di opposizione sindacale, alleandosi finanche con i gruppi narcoparamilitari. Nel 1999 la stampa colombiana ha pubblicato la notizia di un incontro a Montería tra alcuni dirigenti della Coca-Cola e un portaordini del capo paramilitare Carlos Castaño, incontro finalizzato a risolvere i problemi incontrati dalla multinazionale nella regione. Vittime di questo conflitto sono stati i quadri e i militanti del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Industria Alimentare (Sinaltrainal). Il primo omicidio selettivo risale al 1986 quando venne assassinato Héctor Daniel Useche Berón, lavoratore della Nestlé e dirigente Sinaltrainal. Otto anni più tardi cadevano sotto il fuoco dei paramilitari collusi con l’impresa i leader sindacali José Manco David e Luis Enrique Gómez Granados. Altri tre lavoratori della Coca-Cola venivano assassinati tra il 1995 e il ‘96 (tra essi Isidro Segundo Gil Gil, segretario generale Sinaltrainal della sezione di Carepa). Ad oggi il numero dei dirigenti uccisi in Colombia è di 15, otto dei quali impiegati alla Nestlé e sette alla Coca-Cola. Ad essi vanno aggiunti 48 dirigenti sindacali licenziati, due scomparsi e numerosi lavoratori arrestati senza motivo. “Le mobilitazioni e le proteste operaie sono state militarizzate e, in molti casi, le scorte personali dei direttori della Coca-Cola e dei loro staff di sicurezza sono state utilizzate per reprimere l’organizzazione sindacale”, scrive l’autore.

Gustavo Castro Soto inserisce la repressione scatenata dalla multinazionale all’interno dell’offensiva neoliberista in atto nel continente latinoamericano da oltre un ventennio, funzionale al tentativo di imporre i Trattati di Libero Commercio, il cosiddetto “Piano Puebla-Panama” e l’Alca (Accordo di Libero Commercio delle Americhe). “È la logica del mercato, della concorrenza, dell’appropriazione delle ricchezze, dei beni, degli investimenti e dei prezzi: è il controllo totale della vita”, spiega il ricercatore messicano. “In questa cornice, una delle aree da cui le imprese traggono maggiori profitti è lo sfruttamento dei lavoratori, e la Coca-Cola, come tutte le grandi multinazionali, beneficia delle politiche di adeguamento che i paesi mettono in funzione obbligate dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Inter-American Bank of Development (Banca Americana di Sviluppo)”. Le scelte industriali delle multinazionali come la Coca-Cola hanno puntato innanzitutto alla riduzione dei costi di produzione attraverso il congelamento dei salari, la sparizione dei sindacati e dei contratti collettivi di lavoro, l’eliminazione delle pensioni e dei servizi sociali (crediti per la casa, salute…), il lavoro a tempo determinato, la diminuzione dei costi delle attrezzature di sicurezza del lavoratore, l’impiego dei licenziamenti di massa, l’estensione delle ore di lavoro straordinario. “Di tutto questo ha fatto uso la Coca-Cola Company traendone vantaggio”, scrive Castro Soto. “In Colombia sono state utilizzate le cooperative di lavoro associato che assumono una parte della catena produttiva a proprio rischio e senza costo per la compagnia. In questo modo evitano di pagare salari adeguati e altri benefici ai lavoratori e ghettizzano la manodopera iscritta al sindacato protetta dai contratti collettivi. Lo Stato e le multinazionali come la Nestlé e la Coca-Cola hanno scatenato una campagna per trasformare in reato ogni protesta sociale: dalle diffamazioni, legando i sindacati che danneggiano i loro interessi con le organizzazioni di guerriglia, alle azioni giuridiche contro i dirigenti sindacali per atti di terrorismo e ribellione basati su montature e prove false, calunnie, diffamazioni e persino violazioni delle sedi sindacali”. Nonostante le sempre più difficili condizioni di agibilità politica, le organizzazioni colombiane hanno avviato una campagna internazionale di solidarietà con i lavoratori della Coca-Cola. Le violazioni dei diritti umani commesse dai paramilitari negli stabilimenti della Coca-Cola Panamerican Bevarages Inc. (Panamco) e Bebidas y Alimentos “Bebidas” sono finite davanti ai giudici della Corte del Distretto Sud della Florida (Miami), dove è stata invocata la cosiddetta “Alien Torts Claim Act”, secondo cui un cittadino straniero può agire, in sede civile, davanti ad un giudice americano per ottenere il risarcimento dei danni per violazione della legge internazionale. Il 31 marzo 2003 i giudici hanno accolto la richiesta dei legali di Sinaltrainal, aprendo il procedimento civile contro la Coca-Cola. Contemporaneamente è stato lanciata una campagna per il boicottaggio internazionale dei prodotti della Company. “La risposta della Coca-Cola è stata brutale”, denuncia Castro Soto. “Sono stati licenziati oltre 300 lavoratori in tutto il paese, chiusi gli stabilimenti d’imbottigliamento a Barrancabermeja, Pereira, Cúcuta, Valledupar, Montería, Cartagena e Pasto, eliminati unilateralmente i contratti collettivi del lavoro”. L’attacco alla salute dei consumatori Il volume “La storia segreta della Coca-Cola” pubblica i risultati, inediti, di alcune ricerche scientifiche che hanno evidenziato i danni che derivano alla salute dal consumo prolungato della bevanda. Tra i suoi ingredienti compare ad esempio l’acido fosforico, un corrosivo usato nell’industria come additivo: serve per pulire motori o allentare viti arrugginite. “Nel corpo provoca la demineralizzazione delle ossa impedendo un’adeguata assimilazione di calcio nell’organismo, indebolendo le ossa ed aumentando così il rischio di fratture”, ricorda l’autore messicano. La combinazione dell’acido fosforico con zucchero raffinato e fruttosio limita inoltre l’assimilazione di ferro, cosa che può causare anemia e una maggiore facilità di contrarre infezioni, soprattutto in bambini, anziani e donne incinte. Con la Coca-Cola vengono poi introdotte nell’organismo quantità enormi di caffeina, fruttosio proveniente da mais geneticamente modificato ed eccessivi apporti calorici che concorrono all’obesità di minori ed adulti (una lattina di Coca-Cola contiene calorie pari a circa dieci cucchiaini di zucchero). Va ancora peggio a quei consumatori che scelgono di bere in alternativa Coca-Cola Light: essa contiene surrogati dello zucchero o zucchero sintetico in grandi quantità e provoca danni cerebrali, perdita di memoria e confusione mentale. “A provocare tali disturbi è l’aspartame di cui si paventa che possa contribuire allo sviluppo dell’Alzheimer”, spiega Castro Soto. “Inoltre è stato segnalato che i componenti chimici dell’aspartame hanno, in caso di consumo eccessivo, altre gravi conseguenze come danni alla retina e al sistema nervoso”. Nonostante gli accertati pericoli alla salute per i consumatori di Coca-Cola, negli ultimi decenni è cresciuta la penetrazione propagandistica della multinazionale nel settore educativo e nelle istituzioni scolastiche di mezzo mondo. Un imbottigliatore del Texas diceva orgoglioso che “i ragazzi, durante la ricreazione, giocano a pallacanestro coi palloni della Coca-Cola, usano gomme per cancellare della Coca-Cola, consultano i termometri della Coca-Cola e prendono appunti sui quaderni della Coca-Cola”. Efficientissimo il lavoro di lobby sull’establishment politico degli Stati Uniti. L’autore de “La storia segreta della Coca-Cola” ricorda che nel gennaio del 2004 la compagnia ha versato 100 mila dollari per la rielezione di George Bush e che il sostegno finanziario al partito repubblicano, tra il 1995 e il 2002, ha raggiunto la cifra di 1,74 milioni di dollari, più del doppio rispetto a quanto elargito al partito democratico. Per uscire dalla spirale di repressione, discriminazione e violazione dei diritti umani, sociali e ambientali, l’autore indica la strada della diffusione sempre più massiccia del boicottaggio della Coca-Cola. Contro la multinazionale sono scese in piazza decine di migliaia di persone in Cile, Venezuela, Turchia, India, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Danimarca, Medio Oriente, Iran, Arabia Saudita, Bahrein, Messico, Guatemala, Marocco, Libia, Emirati Arabi, Pakistan, Bangladesh e Indonesia. Negli Stati Uniti si è sviluppata la campagna “Stop Killer Coke” cui si sono uniti attivisti e studenti di università e centri educativi in Illinois, California, Massachusetts, Montana, Wisconsin, Western Virginia. Alcune comunità indigene del Chiapas hanno dichiarato la zona “libera da Coca-Cola”, recuperando il consumo del pozol, bevanda a base di mais, con un impatto favorevole, nella produzione, nel consumo e nella valorizzazione del mais nelle stesse comunità. “Si riproduce un sistema se si consuma”, afferma Gustavo Castro Soto. “Il ciclo può essere interrotto in qualche momento ed è lì che il consumatore ha l’ultima parola. Se non c’è consumo, non c’è produzione. In altri termini, il consumatore ha il potere di cambiare la realtà cambiando ciò che egli stesso consuma”. Una regola semplicissima ma concreta ed efficace, che i consumatori italiani ed europei devono apprendere, rispettare e riprodurre.