Voi li chiamate clandestini... Raccontare
gli africani di Rosarno, migranti senza documenti
Intervista di Claudio
Metallo ad Antonello Mangano
Non c’è un posto in Italia
come Rosarno, che come Rosarno riassuma i drammi e le contraddizioni della
nostra epoca. Dall’economia globale a quella criminale, dalla mafia alle
migrazioni”.
Il libro “Gli africani
salveranno Rosarno”, edito da terrelibere.org, racconta un pezzo d’Europa
dimenticato, analizza aspetti socio-economici (lavoratori marginali inseriti in
un contesto mafioso moderno ed arcaico), giuridici (come le leggi razziste
producono marginalità fino al lavoro servile), storici (dall’occupazione delle
terre all’omicidio Valarioti fino alle lotte di massa contro la mafia),
geopolitico (le grandi migrazioni dall’Africa all’Europa)
1) Perché è nato questo
libro?
Inizialmente nasce come uno
studio sulle migrazioni nella Piana e come denuncia sulle condizioni di vita
dei lavoratori africani.
Dopo la rivolta di dicembre,
quando gli africani di Rosarno si sono ribellati all’ennesimo episodio di
violenza, è diventato qualcos’altro, difficile da definire. E’ un libro
politico, è un grido di protesta, è una ricognizione. E’ anche un testo a più
voci dove ogni autore affronta un aspetto diverso: Lavorato analizza il
problema da un punto di vista storico, Vassallo quello giuridico, Del Grande l’aspetto
geopolitico; per finire col lato economico e sociale di cui mi occupo io.
2) Che cos'è la Cartiera
di Rosarno? Come nasce la struttura e come diventa un luogo attraversato dai
migranti che arrivano in Calabria per lavorare?
La “Cartiera” è una triste
metafora della Calabria odierna. Nasce con ottime intenzioni – una
moderna fabbrica per portare sviluppo e lavoro - e diventa la prima delle
incompiute dell’area industriale. Sottolineo che gli imprenditori della ex
Modul System, ditta specializzata nella produzione di carta per telescriventi,
erano romagnoli.
La fabbrica abbandonata è
finita sotto sequestro giudiziario, ma nella sua articolata storia esiste
persino un solenne protocollo di intesa - firmato in Prefettura nel gennaio
2007 – tra tutti gli enti locali coinvolti per trasformarlo in “centro di
accoglienza”.
In realtà è diventata
semplicemente la “casa” per tutti coloro che hanno bisogno di stare appartati -
perché privi di documenti – oppure banalmente perché non possono
permettersi i soldi di un affitto, che renderebbe passivo il bilancio di un
inverno durissimo trascorso a raccogliere arance.
3) Perché i migranti si
fermano qui?
Lo spiega bene Fulvio
Vassallo nel capitolo intitolato “Diritti negati e sfruttamento. Dall’accoglienza
al lavoro servile”. Ci sono due tipi di percorsi: quello che da Lampedusa porta
a Crotone, e quindi a Rosarno; migranti in stato di necessità, spesso
richiedenti asilo, denegati (coloro che hanno ricevuto una risposta negativa
alla richiesta di asilo), irregolari, i quali vedono nella raccolta delle
arance il modo migliore – oppure il più veloce - per raccogliere qualche
soldo ed andare via dalla Calabria.
Un altro gruppo è invece
residente da tempo in Italia, e lavora in agricoltura, in particolare nella
raccolta stagionale; si sposta in tutto il Meridione in base al periodo: i
pomodori d’estate in Puglia e Campania, la vendemmia nel Belice, e così via. D’inverno
non c’è molto da fare se non la raccolta delle arance.
Va sottolineato che il turn
over è elevatissimo. Dopo la prima
esperienza, cioè, quasi nessuno torna l’anno successivo. Evidentemente c’è
sempre, ogni anno, un buon numero di persone che ha necessità di lavorare nei
mesi più freddi dell’anno.
In molti ci dicevano che
sono venuti al Sud dopo aver perso il posto in fabbriche del Nord. La
Bossi-Fini, che prima di essere una cattiva legge è una legge cattiva, lega il contratto di lavoro al permesso di
soggiorno. Senza documenti, gli africani finiscono nei luoghi dove immaginano
di trovare uno Stato meno pressante, meno rigido, meno presente. Purtroppo
trovano anche contesti caratterizzati da una violenza spesso cieca e gratuita,
a volte letale.
4) Quali sono le storie
tipiche di migrazioni di chi si ritrova nella cartiera? Che lavori vengono a
fare i migranti ed in che condizioni li svolgono?
Nella Piana non c’è molto
altro da fare se non la raccolta. Le industrie di trasformazione appaiono
sempre più in crisi, ed andrebbe analizzato il ruolo della mafia nel
prosciugare una economia un tempo fiorente. Truffe (le “arance di carta” del
2007), estorsioni, violenza diffusa, annullamento del capitale sociale sono i
principali segnali della presenza criminale. C’è da chiedersi se la Piana,
senza clan mafiosi, non potrebbe somigliare alle aree agricole caratterizzate
da relativo benessere che pure al Sud esistono, penso ad esempio al ragusano.
Le storie tipiche dei migranti sono quelle indicate nella risposta precedente.
Il tratto comune è che si tratta di gente in fuga. Che non vuole stare a
Rosarno un minuto in più del necessario. Che chiede i documenti, ovvero il presupposto
per lavorare in tranquillità. Il paradosso più incredibile è proprio questo: la
legge impedisce a chi vuole lavorare di farlo.
5) Le istituzioni cosa
fanno? La regione, il comune e la provincia come si muovono?
Nell’inverno 2008/2009
Rosarno, Gioia Tauro e San Ferdinando si sono ritrovati con i comuni sciolti, i
primi due per mafia. “Retata di sindaci in Calabria”, era il surreale titolo de
“la Repubblica”. Evidentemente non ci troviamo in un posto normale, in una
situazione ordinaria; ed in generale, gli enti locali non sembrano in grado di
rispondere neppure alle esigenze dei cittadini locali.
In questo inverno è accaduto
di tutto, grazie all’azione combinata del maltempo, con piogge forti e
continue; della fragilità di un territorio strutturalmente debole; dell’azione
degli uomini che tra abusi edilizi ed interventi a dir poco superficiali (primi
fra tutti i lavori sulle reti stradali) hanno creato settimane di vero
isolamento rispetto all’esterno e di spostamenti impossibili per i calabresi.
In un contesto del genere
come aspettarsi interventi per gli immigrati?
Eppure con un po’ di
lungimiranza i politici avrebbero potuto risolvere il problema –
sarebbero bastati pochi interventi immediati alla Cartiera, più volte
sollecitati; invece hanno aspettato, hanno “sopportato” i continui reportage
che hanno raccontato questo angolo di Calabria come un pezzo d’Africa che sta
in Europa per chissà quale motivo. E’ il concetto espresso, ad esempio, dal
servizio della BBC.
Ai vari enti sono stati
presentati diversi e fantasiosi progetti a molti zeri, c’è stato persino chi ha
proposto un museo dell’Agricoltura o borse lavoro per coltivare kiwi.
C’è evidentemente un solco
incolmabile tra una politica che ragiona in termini di creazione del consenso
con la distribuzione clientelare di fondi pubblici, che ha tempi lunghi e vive
come fosse sempre in campagna elettorale ed una emergenza straordinaria da
risolvere in tempi brevissimi (finita la raccolta, a primavera i lavoratori
stranieri vanno via), anche se probabilmente non farà ottenere un solo voto.
Alla fine gli interventi ci
sono stati, anche se tardivi, in particolare alla “Rognetta”, il rudere che
ospita soprattutto maghrebini. La Regione è sembrato l’ente meno immobile,
diciamo così. Con qualche eccezione, tra rimpalli di responsabilità, conferenze
stampa che annunciavano interventi non attuati, enti indifferenti, altri pronti
a ragionare in termini di progetti cervellotici la politica calabrese ha
offerto il solito triste spettacolo.
Devo dire che destino
migliore non spetta ai cittadini calabresi. Se l’attenzione dei media ha “costretto”
i politici ad effettuare qualche intervento alla Cartiera, lo stato dei
trasporti, della sanità ed in genere delle infrastrutture essenziali è ormai
davvero penoso, proprio mentre un mare di soldi precipita da Bruxelles su
questa regione dal destino beffardo.
6) Che lavoro riescono a
fare i mediatori culturali?
E’ una opinione strettamente
personale, ma non ho mai avuto la sensazione che le esigenze primarie fossero
quelle di mediazione culturale, di tipo “immateriale”, come quelle presentate
dei progetti citati prima, o bisogni urgentissimi di integrazione con la
popolazione.
E, comunque, se questi ci
fossero, verrebbero dopo le esigenze primarie calpestate: innanzitutto il
diritto al lavoro, cioè a condizioni di lavoro dignitose; poi quello alla
salute, a condizioni di vita decenti; infine quello alla sicurezza, ad esempio
il sacrosanto diritto non essere il bersaglio di scapestrati o criminaloidi al
ritorno a “casa” dopo 14 ore di lavoro durissimo.
7) Il libro s'intitola “Gli
africani salveranno Rosarno”, come mai è stato scelto questo titolo
provocatorio?
Sinceramente non penso che
il titolo sia provocatorio, anche se questo è stato osservato da più parti. Il
titolo esprime esattamente uno dei concetti principali del libro, e cioè che il
gesto di ribellione degli africani può essere un simbolo di salvezza per tutti
coloro che vivono non solo a Rosarno ma in tutte le aree oppresse dalla mafia
ed in generale da forme di dominio basate sulla violenza.
Ho anche aggiunto un
sottotitolo – “E, probabilmente, anche l’Italia” – per indicare che
coloro che i media bollano come “clandestini” – e di conseguenza
pericolosi, marginali, portatori di problemi e malattie – sono in realtà
persone desiderose di lavorare e vittime di violenza. In più, arrivano sani e
si ammalano qui per le spaventose condizioni in cui vivono.
Ascoltando le loro voci, del
resto, si cambia rapidamente idea. Durante la presentazione del libro a
Rosarno, molti ragazzi africani sono intervenuti in corretto inglese o
francese, esprimendo valori universali che nessun politico italiano potrebbe
citare senza arrossire, ammesso che si ricordi di una retorica che non sia
quella bassamente in voga negli ultimi anni, bassamente rivolta alla “pancia”
degli interlocutori.
Un amico giornalista mi
raccontava che, mentre raccoglieva delle testimonianze alle 5 di mattina sulla
Nazionale, si è trovato a discutere con un ragazzo di Sidi Ma'ruf , Marocco.
Mentre aspettava che un caporale o un proprietario lo caricasse sul suo mezzo,
parlava dei rosarnesi, di Cartesio e della poesia araba. Aveva studiato al
liceo, a Baidà. Conosceva Battuta, Darwish, Qabbani e Mahfuz.
Se la realtà fosse quella
descritta dai media non avremmo bisogno di uscire di casa per capire. Invece
poche ore a Rosarno rappresentano un totale rovesciamento dei luoghi comuni del
telegiornale e di tanta politica, che rende il libro interessante anche per chi
non vive a Rosarno, forse ancora di più.
8) Nel libro è molto
interessante come viene contestualizzata, tra arcaismo sociale ed economia
globalizzata, la vita a Rosarno e nei dintorni. In sintesi, puoi spiegarci
quali sono le considerazione che hai fatto e su quali basi poggiano? Ad esempio
nel libro parli di uno dei rampolli del potente clan Mancuso che fa una rapina
per mille euro.
Per 48 ore ho accompagnato
un mio amico – del Nord Italia - che stava scrivendo un reportage su
Rosarno. Stando finalmente in disparte, ho potuto apprezzare le strategie
comunicative - diciamo così - che i rosarnesi attuano per presentare la propria
realtà all’esterno.
Dalle testimonianze raccolte
emerge che la mafia, semplicemente, non esiste. In altre parole, dopo due
giorni di testimonianze, interviste e resoconti nessuno aveva citato la ‘ndrangheta,
meno che mai i Pesce e i Bellocco.
Gli episodi di violenza
erano immancabilmente marginali, la responsabilità sempre dei media e del loro
desiderio di criminalizzare il paese. La causa di questa rimozione, secondo me,
deriva dal terrore militare che i gruppi mafiosi sono riusciti ad imporre, dopo
la sconfitta storica dell’era di Valarioti e Lavorato.
Gran parte di questo terrore
deriva sia dall’esperienza diretta sia dal modo in cui la mafia viene
presentata.
Si uccide per futili motivi,
puoi morire con una sventagliata di kalashnikov dopo una lite per un parcheggio. Si uccide in
maniera spettacolare, direi quasi cinematografica. Per una serie di
coincidenze, o forse per le tecniche sempre più feroci usate negli agguati,
molte delle vittime recenti della violenza criminale sono decedute dopo lunghe
agonie, alcune durate diversi mesi.
Il ragazzo di Filadelfia –
nei pressi di Vibo Valentia - picchiato e bruciato vivo per futili motivi nel
periodo di Capodanno, che si è spento all’ospedale di Bari a metà del marzo
successivo. Per non parlare dell’omicidio di Locri del 20 marzo 2009, avvenuto
davanti ad una scuola, all’uscita dei bambini. Anche questo nato da motivazioni
a dir poco futili, uno schiaffo dopo una partita a carte. E tutti pensano che,
data la parentela della vittima coi Cordì, non finirà qui.
A questo aggiungo le tante
descrizioni alla moda che utilizzano e stravolgono la metafora di “Gomorra” e
del “sistema”. Leggendo di “Al Qaeda” e mafia liquida, che dunque penetra in
ogni anfratto, di mafia globale distribuita su cinque continenti, di un inferno
senza redenzione chi avrà mai voglia non dico di ribellarsi ma semplicemente di
testimoniare contro un criminale?
Eppure guardando ancora una
volta la realtà e non i luoghi comuni, colpiscono i comportamenti di quattro
dei figli dei boss più potenti del rosarnese e del vibonese impegnati in rapine
da quattro soldi, aggressioni gratuite, rapimenti di fidanzate.
Oltre che arcaica, questa
mafia appare realmente rozza. E’ difficile capire come possa esercitare un
dominio tanto ferreo sul territorio, quel che è certo è che si tratta di un
potere esercitato con forza e brutalità: con lo stesso spirito, la stessa
arroganza e l’identica ottusità con cui i baroni ed i latifondisti esercitavano
il loro potere sui braccianti e sui contadini solo alcuni decenni fa.
9) I migranti sono stati
protagonisti della prima rivolta antimafia da tanti anni a questa parte nella
Piana. Puoi raccontarci questo riot e qual è il rapporto con quella di Castel
Volturno?
Molti dei protagonisti della
rivolta di dicembre un paio di mesi prima avevano dato vita a quella di Castel
Volturno. La comunità ghanese, infatti, è impegnata d’estate nella raccolta dei
pomodori, d’inverno in quella delle arance, e si sposta stagionalmente tra le
due regioni.
Quest’anno hanno visto i
loro compagni brutalmente uccisi in Campania, gravemente feriti in Calabria, a
distanza di poche settimane.
Non ne hanno potuto più,
evidentemente. Non ne hanno potuto più di questo Sud criminaloide, a cui invece
i locali sembrano assuefatti.
10) Quanti episodi di
violenza ci sono stati dopo la rivolta? Qualcosa è cambiato?
Non ci sono stati altri
episodi di violenza contro gli immigrati (non così verso i rosarnesi, è stata
persino incendiata l’utilitaria delle suore), e questa è l’unica cosa che è
realmente cambiata. Lo scopo dell’Osservatorio (il soggetto che abbiamo
costituito dopo la rivolta) era quello di tenere alta l’attenzione ed impedire
altri episodi di violenza. A dicembre sembrava davvero un obiettivo ambizioso,
la rabbia e lo scoramento erano tante, perché dai primi anni ’90 ogni anno si
ripetevano queste piccole e grandi aggressioni e mai nulla era cambiato. Ogni
inverno come quello precedente.
Superata la fase basata
sulla comunicazione, abbiamo provato a chiedere interventi per la Cartiera e la
Rognetta, ma la politica come detto prima ha fatto poco e soprattutto ha agito
in ritardo. Un gruppo legale ha raccolto i documenti di centinaia di persone,
solo in pochi casi è stato possibile intervenire, la legge lascia spiragli
sempre più piccoli, ma è stato utile avere una radiografia delle situazioni
presenti, anche per “destrutturare” l’alibi della clandestinità che in troppi
usavano per giustificare l’immobilismo.
Evidenzio anche la grande
presenza della società civile: sono state organizzare raccolte di abiti,
coperte, anche dai paesi vicini.
Penso anche alle continue
visite alla Cartiera, all’iniziativa all’Auditorium del 22 febbraio 2009 in cui
abbiamo presentato il libro. Sicuramente, in questo durissimo inverno, gli
africani sono stati meno soli rispetto agli anni precedenti.
11) La legge Bossi-Fini
ed i continui attacchi ai migranti da parte questo governo di razzisti come
influenzano la vita di queste persone?
Con molta amarezza, posso
dire che non riesco ad immaginare alcun peggioramento nelle condizioni degli
africani di Rosarno, forse con l’eccezione dell’assistenza sanitaria di cui
finora hanno tutto sommato goduto. Gente che non può denunciare una violenza
subita perché sarebbe espulsa subito dopo, che vive tutti gli aspetti peggiori
della clandestinità può solo migliorare la propria condizione.
Le campagne sulla sicurezza
e la criminalizzazione delle migrazioni rendono sicuramente più difficili gli
interventi. Abbiamo impiegato circa un mese a spiegare che dietro la vita di un
“clandestino” si nascondono situazioni di necessità, ingorghi della burocrazia,
a volte persino coincidenze sfortunate. Se per assurdo adottassimo anche per i
residenti un sistema che lega permesso di soggiorno a contratto di lavoro in
regola quanti calabresi potrebbero sfuggire alla clandestinità?
A questo si aggiunge una
ulteriore opera di denigrazione, che voleva intorno alla “fabbrica” un insieme
di fumosi e non precisati interessi, ulteriore alibi per non fare nulla.
Le leggi razziste volute
dalla Lega non vogliono espellere gli immigrati dall’Italia, vogliono
mantenerli in una condizione servile, sotto ricatto. La fascia di immigrazione
irregolare che lavora nell’agricoltura del Sud Italia non accetterebbe mai
condizioni tanto dure in presenza di un’alternativa; comunque inizierebbe ad
organizzarsi ed a rivendicare diritti: sanno bene di essere indispensabili e di
sostenere un intero settore economico. Senza di loro tante campagne del
Meridione sarebbero condannate allo spopolamento. Dunque possono pure stare a
lavorare (tutti li vedono ma nessuno li caccia), ma da schiavi.
Come ha detto esplicitamente
il ministro dell’Interno Maroni, occorre essere cattivi. Sono le parole di un
nazista.
12) Un vortice di
'ndrangheta, sfruttamento, violenza gratuita, morti ammazzati, viaggi della
speranza. Come se ne esce? Come si può migliorare la situazione dei migranti
che arrivano in Calabria? Cosa possiamo fare noi?
Ho frequentato per una
decina di anni il vibonese, e mai ho sentito nominare i Mancuso, che invece
sono celeberrimi nelle cronache nere e nei rapporti giudiziari di mezzo mondo.
Solamente, ho colto di rado qualche riferimento realmente grottesco, del tipo “quelli
lì”, la “famiglia” o addirittura la “Banda Bassotti”. Pur se pronunciato nella
sicurezza della propria abitazione, tra quattro mura, ogni riferimento alla
mafia avveniva sempre a bassa voce.
I clan non hanno solo il
controllo militare del territorio: hanno conquistato pure le anime, terrorizzato
le menti. Ecco perché la rivolta di Rosarno mi è sembrata così importante!
E’ un segnale che dice:
tutti insieme la paura scompare; da ora in poi saranno loro a doversi
preoccupare, a doversi nascondere. Invece, sembra che questo segnale non sia
stato colto del tutto. Come dicevo, qualche settimana fa ignoti hanno dato
fuoco all’auto delle suore di Rosarno, all’interno dell’Oratorio.
Anche questa sarà giudicata
una provocazione: ma cosa sarebbe successo se le suore fossero scese in piazza,
non dico a rovesciare cassonetti ma a gridare la propria indignazione? Sarebbe
stato un fatto simbolico in continuità con la rivolta di dicembre, avrebbe
attirato l’attenzione internazionale, avrebbe forse fermato questa sequenza
interminabile di atti criminali. Si è scelto invece di parlare genericamente di
“inciviltà”.
L’Osservatorio ha proposto,
durante la giornata del 22 febbraio all’Auditorium, di assegnare il premio
Valarioti alla comunità africana.
Si tratta di un
riconoscimento che negli anni il Comune assegnava ad un personaggio di rilievo,
e che è intitolato a Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista,
vittima della mafia. La proposta è caduta nel vuoto.
Per questo guardo con
maggiore fiducia agli africani. Se non salveranno Rosarno, hanno l’energia morale
per salvare sé stessi.
Per quanto riguarda i
migranti in Calabria, non credo che si tratti di un fenomeno strutturale,
quanto il frutto di una serie di contingenze che portano gruppi di migranti in
un determinato luogo, stagionalmente. Se si esclude la Piana, non vedo grandi
concentrazioni di stranieri nella regione. Una buona percentuale di presenza
degli immigrati è legata al Centro di Crotone, ed anche questa è temporanea.
Per quella che è la mia esperienza, ogni migrante ha un progetto di vita estremamente
chiaro e strutturato; al primo punto, mette il miglioramento della propria
condizione di vita, al secondo mandare soldi a casa. Oggi in Calabria è
difficile trovare le condizioni per fare anche solo una di queste due cose.
Spesso chi si trova nella
regione è convinto di trovare uno Stato meno pressante, controlli meno severi,
ma presto capisce tanti altri sono gli svantaggi di questa permanenza.
Per quanto riguarda “ciò che
è possibile fare”, l’Osservatorio dimostra che pochissime persone, se determinate
ed in grado di usare al meglio gli strumenti offerti dalla tecnologia, possono
comunicare in maniera efficace, attirare l’attenzione, esercitare una pressione
democratica sulla politica.
Per altri aspetti si è
trattato di un esperimento di “citizen journalism”, di informazione dal basso che ha coinvolto i media
“mainstream”.
Dal punto di vista sociale,
invece, occorre contrastare la fuga nel privato, che spesso è un disperato
tentativo di rendere a sé stessi e soprattutto agli altri meno sgradevole la
realtà che si vive, con risultati sinceramente grotteschi. Quella che agli
occhi del mondo esterno è un “antimondo” segnato dalla violenza può essere
disegnato come un paese caratterizzato da episodi sporadici evidenziati ed
ingigantiti da media malevoli.
“Ormai si vive ritirati”,
mi diceva un testimone rosarnese, riferendosi alla prevalenza dello spazio
privato su quello pubblico. Con parole più dure, diremmo che la quotidianità
scorre nell’ossessivo tragitto casa-lavoro. Che la cura delle abitazioni e
della famiglia ha il compito di riempire le esistenza, con la speranza nascosta
che i problemi esterni non vengano a turbare la tua quiete: talvolta anche “farsi
i fatti propri” può non essere sufficiente.
In questi casi si ricorre al
fatalismo, al destino. Ma non è il caso a decidere che i problemi esterni ti
entrino in casa, sfondino la porta blindata della tua bella abitazione. E’ la
gravità dei problemi a far precipitare gli eventi.
Gli africani hanno dato una
grande lezione: contro la rassegnazione, contro il fatalismo. Ecco perché a me
sembra provocatorio parlare di silenzio, di prudenza. Non di salvezza.