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Storia breve del movimento “No Ponte”
Movimenti sociali e grandi opere
Storia breve del movimento “No Ponte”
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30 giugno 2009
Nato come un movimento elitario e con una forte connotazione ambientalista, il movimento contro il Ponte si è via via espanso organizzando momenti di partecipazione come i campeggi estivi, manifestazioni di massa, gemellaggi con movimenti analoghi come i No Tav. Ricostruirne la storia, indagarne le dinamiche, comprenderne le potenzialità può essere utile a ribaltare il luogo comune di una provincia meridionale chiusa, apatica e senza spinte.



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Storia breve del movimento No Ponte

Storia breve del movimento “No Ponte”

Nato come un movimento elitario e con una forte connotazione ambientalista, il movimento contro il Ponte si è via via espanso organizzando momenti di partecipazione come i campeggi estivi, manifestazioni di massa, gemellaggi con movimenti analoghi come i No Tav. Ricostruirne la storia, indagarne le dinamiche, comprenderne le potenzialità può essere utile a ribaltare il luogo comune di una provincia meridionale chiusa, apatica e senza spinte.

La fotografia è di Osvaldo Pieroni

Fino a pochi anni fa l’area dello Stretto era comunemente definita una terra immobile, incapace di mobilitazione, con un versante incredibilmente alle prese con i postumi di un terremoto ormai centenario ed un altro sotto il tallone di una criminalità organizzata capace di scatenare vere guerre civili. Scarsità di capitale sociale, debolezze strutturali e un tessuto associativo non rilevante avrebbero impedito la nascita di un forte movimento territoriale. Questo appunto fino a pochi anni fa, quando l’opposizione al Ponte era composta da pochi, e la stampa locale sbeffeggiava i “quarantaquattro gatti” nemici del progresso.

Lentamente tutto è cambiato, non senza contraddizioni. Sono stati comunque rovesciati alcuni luoghi comuni, per primo quello dello Stretto socialmente immobile se non indifferente. Quindi quello dell’incapacità di alcuni soggetti politici minori – ad esempio i centri sociali o le piccole associazioni – di produrre cambiamento e mobilitazione sociale. Ben diverso, invece, il comportamento di molti partiti, capaci di cambiare rapidamente opinione per intercettare un effimero consenso.

Dopo la manifestazione con 10.000 partecipanti del 2006, il “gemellaggio” con la Val di Susa, terra di resistenza partigiana, fortemente caratterizzata da un fitto tessuto relazionale, dimostrava che le differenze non erano così pronunciate come comunemente si crede.

E’ vero che spesso si confondono “i movimenti sociali con le soggettività militanti che li animano”[1], e che si trascura quindi di indagare le motivazioni che spingono il “partecipante comune” a sfilare in un corteo. E’ altrettanto vero che raramente si analizza lo scarto tra le motivazioni spesso sofisticate enunciate nelle piattaforme di convocazione delle manifestazioni e le ragioni molto più semplici che spingono “le masse” ad aderire.

Tuttavia le ragioni e le caratteristiche degli animatori e dei fondatori dei movimenti appaiono più interessanti, perché senza di essi non ci sarebbe tutto il resto. Nonostante l’isolamento iniziale, infatti, piccoli gruppi fortemente motivati riescono spesso a diventare movimenti di massa. Senza l’indagine di queste dinamiche non si potrebbe ipotizzare che “le proteste creino comunità”, come recita l’affascinante sottotitolo di un volume pubblicato a New York[2], a conferma dell’interesse internazionale suscitato da quanto avvenuto sulle rive dello Stretto negli ultimi anni.

Il movimento “No Ponte” nasce e si sviluppa, dunque, attraverso un percorso segnato da cinque tappe principali:

1.         la costituzione di una élite di ambientalisti che manifestano la loro opposizione alla costruzione del Ponte a livello locale;

2.         l’entrata in scena dei partiti politici che spostano la questione “No Ponte” da un piano d’interesse locale ad un piano di interesse nazionale;

3.         la costituzione di una rete d’associazioni che, insieme ai comitati locali di base (Scilla-Cariddi e Cariddi-Scilla), operano a favore del movimento ed a questo conferiscono forza;

4.         La legge obiettivo del governo Berlusconi (l. 443/2001) e la successiva diffusione della controinformazione che parte dai tecnici del movimento (tra i tanti, quelli ascoltati dalla “Commissione studio sulla responsabilità sociale dei territori” presieduta da Gaetano Giunta) approfondisce i contenuti e le ragioni del movimento.

5. La serie di manifestazioni svolte a Capo Peloro ed a Messina, in particolare quella che sancisce il gemellaggio col movimento “No Tav”, ed i campeggi internazionali segnano definitivamente il carattere “extra-locale” del movimento ed il coinvolgimento popolare.

Il movimento “No Ponte” nasce dalla contestazione della “favola” di unire “due pezzi di terra stupendi ma problematici, che si allontanano, si alzano e si abbassano in modo non costante nel tempo, si toccano e a volte si scontrano”. Una storia che è vista, in termini meno fantasiosi, come il progetto governativo di “riempire l'Italia di cemento in modo indiscriminato e senza andare a valutare se le opere faraoniche che volevano fare servivano veramente alle popolazioni[3].

La forma embrionale che il movimento No Ponte assunse intorno agli anni ’80 era quella di una élite di ambientalisti che s’ispiravano agli studi sui “limiti dello sviluppo” del 1973 e alla consapevolezza che il benessere collettivo passava dalla difesa dell’ambiente e da un consumo responsabile delle ricchezze. L’élite che si contrapponeva al progetto della costruzione del Ponte non ragionava su principi politici o ideologici: “Ragionava tenendo presente le nuove frontiere che si erano aperte in quell’ambito culturale, e quindi anche con un atteggiamento scientifico; le contrapposizioni, cioè non erano di parte. Erano prese di posizione che si fondavano su questo terreno scientifico e culturale[4]. Era la cultura delle associazioni ambientaliste che sorsero numerose nell’area dello Stretto durante i primi anni ’80. “Il movimento No Ponte acquista l’eredità di queste associazioni, e porta avanti la visione di un futuro più equo e più giusto che guarda con attenzione e con cura alle risorse ambientali, alla società, all’economia”[5].

Il movimento, nella sua fase d’origine elitaria, si opponeva ad una scelta calata dall’alto che faceva riferimento ad un modello di “sviluppo” dominante. L’aspetto interessante in questo senso consiste nel fatto che esso si faceva portatore dell’idea di “un altro mondo possibile”, costituendosi come antesignano dei futuri social forum[6].

Il carattere elitario del movimento nella sua fase iniziale conferiva forza ai sostenitori della grande opera, i quali tendevano a sottolineare la sua debolezza nell’essere composto solo da “quarantaquattro gatti”[7]. Ma i Verdi e Rifondazione Comunista appoggiarono la causa di questi intellettuali e condussero la lotta contro il Ponte all’interno dei partiti, trasferendo la questione da un piano locale ad un piano nazionale. Fu questo il primo momento in cui il movimento compì un salto di qualità.

A differenza dei movimenti ambientalisti che non di rado si limitano a rimanere dei movimenti di élite, “queste battaglie nell’area dello Stretto – come notiamo dalle parole di uno dei primi attivisti – hanno avuto la capacità di parlare alla gente e l’hanno fatto, se guardiamo i dati, progressivamente. Perché all’inizio, negli anni ’80, il movimento era costituito, come dicevo prima, da un’élite di ambientalisti. Oggi, se guardi la composizione, il movimento è molto composito; anche gente comune si oppone alla costruzione di questo Ponte, le ultime manifestazioni lo dimostrano[8].

Alla fine degli anni ’90 il movimento si costituiva nei comitati di base locali: Scilla-Cariddi sul versante calabrese, Cariddi-Scilla sul versante siculo, i quali svolgevano un’efficiente opera di coordinamento. Come spiega uno dei fondatori del movimento intervistato, “per la prima volta questi comitati di base fecero un lavoro di comunicazione porta a porta con persone diverse. Alcune forze politiche italiane ed europee cominciarono ad interessarsene”. Dalla stessa intervista si desume che l’origine movimentista dal basso fu determinata da due fattori: da un lato la messa in rete sulla questione Ponte di diverse organizzazioni: WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra e la LIPU; dall’altro la nascita dei comitati di base locali. I membri fondatori intervistati nell’ambito della ricerca concordano nell’affermare che “il merito storico della lotta contro il Ponte è che tutte queste forze politiche dal basso e dall’alto sono riuscite ad avviare in città un vero momento politico d’opposizione trasversale che ha toccato anche settori del centro-destra”[9].

Dal 2001, con la decisione da parte del governo Berlusconi di dare il via alla legge obiettivo, il movimento iniziava ad uscire dai suoi confini elitari, e acquistava, poco a poco, le caratteristiche di fenomeno di massa, sviluppandosi contemporaneamente sulle due sponde dello Stretto. I “quarantaquattro gatti” iniziavano a divenire centinaia e poi migliaia a seguito soprattutto della diffusione a livello nazionale della controinformazione[10] (che fino a quel momento era stata taciuta) relativa alle caratteristiche tecniche del Ponte e all’impatto socio-ambientale che esso avrebbe avuto sul territorio. E’ questo il momento in cui il movimento compie un secondo salto di qualità.

E’ una sede istituzionale, una commissione del Comune di Messina, ad offrire la documentazione più completa sulla fattibilità economica, sull’impatto dei cantieri sulla città, sull’impatto ambientale in generale, sulla fattibilità tecnica, sulle possibili ingerenze criminali nei cantieri[11].

La questione del Ponte non era più semplicemente una questione ambientale per pochi; essa si rivelava ben più complessa. Per comprenderne la portata utilizziamo le parole di un’attivista fondatrice del movimento: “Quando i cittadini hanno visto che cosa significava avere un Ponte in un determinato pezzo di territorio sopra la loro casa, sopra un condominio, accanto alla scuola; i tempi della costruzione, i cantieri che si sarebbero dovuti aprire, la movimentazione terra inimmaginabile che non riguardava solo Torre Faro e Capo Peloro ma tutta la città, da Galati a Milazzo, allora lì veramente abbiamo toccato la coscienza della cittadinanza”. E aggiunge ancora: “Ricordo come da poco interi condomini di Torre Faro hanno scoperto che i pilastri del Ponte sarebbero stati posati sulle loro camere da letto, così come il cimitero di Gesso non ci sarebbe stato più. Tutte cose che la società Ponte sullo Stretto aveva taciuto”[12].

La nascita come movimento sociale vero e proprio coincise con la nascita del Centro Sociale “Angelina Cartella”, presso un’area dimessa di Gallico Marina, frazione di Reggio Calabria. Presso il “Cartella” prese avvio, nel 2002, la prima iniziativa contro la costruzione del Ponte. Si organizzarono tre giornate di dibattiti e incontri finalizzati alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti della questione. Nello stesso anno si svolse un campeggio contro il Ponte a Punta Faro, sulla costa siciliana, che però vide una partecipazione molto limitata. Alcuni rappresentanti del “Cartella” portarono lo striscione “No Ponte” al Social Forum di Firenze e annunciarono l’intenzione di organizzare il primo campeggio internazionale contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Nel 2002 il “no” al Ponte diveniva uno slogan diffuso, e il movimento si costituiva in tutte le sue caratteristiche. La partecipazione alla protesta si allargò progressivamente, a prescindere da ogni differenza culturale, di genere, anagrafica e soprattutto di carattere politico. Il 7 luglio 2002 si tenne a Messina una manifestazione che conobbe una gran partecipazione, e fu lanciato il campeggio internazionale contro il Ponte, che si tenne contemporaneamente a Cannitello (Villa S. Giovanni) e a Torre Faro (Messina).

Il campeggio fu il risultato di una profonda riflessione che, all’indomani dei fatti di Genova, l’allora Messina Social Forum fece a proposito della questione del Ponte sullo Stretto, definito “come una violenza perpetuata al nostro territorio, e si faceva tesoro della riflessione che ci aveva accompagnato prima a Napoli e poi a Genova sulla riappropriazione – contro una politica globalizzante nella sua accezione più deleteria – dei propri percorsi territoriali, ovvero della scelta in prima persona del proprio futuro, e che quindi partiva dalla tutela del proprio territorio. […] La questione del Ponte era un’operazione colonizzatrice contro il territorio. Ci sembrava evidente che ci fosse una gigantesca opera speculatrice che al Sud conosciamo già dai nostri genitori, quella che era la dinamica dei favori incrociati, dello scambio dei favori politici, dell’economia del cemento. Ci sembrò quindi che la questione Ponte avesse un altissimo valore simbolico leggibile al di là dello Stretto, e fosse allo stesso tempo centrale e vitale per noi che qui abitiamo”[13].

Il campeggio raccoglieva oppositori provenienti da tutto il Meridione: “La sua importanza risiede nel fatto che esso allarga la battaglia contro il Ponte: il no al Ponte esce fuori dall’ambito regionale e acquista carattere nazionale ed internazionale”[14]. Dal 2002 il movimento coinvolse anche i luoghi della politica rappresentativa che, per la prima volta, si schierarono contro il Ponte, esprimendo il loro dissenso attraverso l’unione dei loro simboli a quelli del movimento. Anche le istituzioni locali – per un certo periodo - si schierarono contro la costruzione dell’opera.

I vecchi oppositori al Ponte si unirono ai giovanissimi che legavano il loro “no” al rifiuto di una politica che vuole imporre delle opere, decidendo altrove i destini delle comunità locali. Il no al Ponte diventava, in altri termini, una lotta per la difesa della democrazia, a prescindere da ogni colore politico. Così racconta uno dei membri fondatori: “Nel mese d’agosto del 2002 noi la sera andavamo con i nostri tavolinetti e gli striscioni sul lungo mare di Reggio Calabria, e davamo informazioni con dei volantini del no al Ponte. Raccoglievamo delle firme con una petizione. Reggio è distante da dove si dovrebbe costruire il Ponte, Villa è più interessata. Comunque sia, questa iniziativa a Reggio ha avuto grande successo. In altre occasioni in cui mi sono trovato a distribuire volantini, c’era sempre la difficoltà di arrivare alla gente ed era necessario accompagnare il volantino con altre informazioni; in quell’occasione, invece, era come se fossimo assaltati dalla gente, ma in positivo! Cioè in una città di destra come Reggio, tutti firmavano contro il Ponte, anche quelli di destra. Anzi alcuni di questi ci tenevano a sottolineare il fatto che fossero di destra e quindi distanti da noi politicamente, ma erano contro il Ponte. E non abbiamo avuto nessun segnale di resistenza rispetto a questa cosa”.

Il campeggio del 2002 si concluse nel segno delle tematiche ambientali ed anti-sviluppiste, con l’elaborazione da parte del movimento di un documento con il quale si criticava la cosiddetta “sinistra istituzionale” sul discorso dello “sviluppo sostenibile”[15]. Secondo alcuni esponenti del movimento, “sviluppo non può equivalere a crescita all’interno di un mondo che ha raggiunto la saturazione, ma è da intendere come decrescita, dove decrescere non vuol dire abbandonare il progresso, la cultura. Non vuol dire regredire, ma significa ricominciare a vivere in maniera intelligente non contro la natura, ma insieme alla natura. Cominciare a vivere questo territorio non aggredendolo, non violentandolo, ma cercando di dargli quella dignità e quella situazione di normalità che da quando c' è stata la rivoluzione industriale, e da noi si può dire dal dopoguerra quando c'è stato il boom economico, ha subito una completa distruzione”[16].

Nel 2003 si tenne il secondo campeggio contro il Ponte. Questa volta la partecipazione fu ancora più numerosa e altrettanto numerosa fu quella ai forum di discussione che “iniziarono a mostrare all’esterno come la questione Ponte aveva cominciato ad estendersi ben oltre i luoghi comuni degli eco-terroristi ipotizzati da certa stampa”[17].

 Il terzo campeggio, quello del 2004, fu “straripante”: gli organizzatori ebbero dei grossi problemi logistici, giacché lo spazio non era abbastanza da contenere tutta la gente che partecipava all’iniziativa. In quest’occasione la questione del Ponte s’iniziò ad intrecciare con la questione della Tav e i due movimenti si unirono in una lotta comune per la riappropriazione dei territori locali. Si era realizzata da nord a sud quell’unità ideale che aggiungeva valore e forza al movimento.

La battaglia contro il Ponte era aperta e dichiarata e soprattutto era diventata di forte interesse comunitario. Uno dei membri fondatori del movimento racconta: “Ricordo che nel volantinare il corteo molta gente ci diceva sì, io lo so già e verrò sicuramente! E ricordo che quando capitava qualcuno che si diceva favorevole al Ponte si creavano veri e propri capannelli di discussione per strada, e questo faceva capire come il movimento era riuscito a portare in solo due anni il dibattito nell’intera città”.

Il movimento ormai era costituito dai vecchi oppositori al Ponte che si erano legati ai giovanissimi cresciuti sull’onda del “new global”. I due movimenti, No Ponte e new global, s’intrecciavano attraverso la frapposizione dei simboli che li rappresentavano: “Nelle manifestazioni contro il Ponte e nei campeggi, i simboli alternativi (ad esempio Che Guevara assieme alla bandiera No Ponte) si spiegano facilmente, perché all’idea di dire no al Ponte si lega anche, a mio avviso, un certo tipo di cultura, che è la cultura che rifiuta mediamente gli atteggiamenti massificati, il consumismo spinto e una politica che vuole imporre delle opere decidendo altrove i destini delle comunità locali”[18].

Il no al Ponte, dunque, non si limitava ad essere una forma di protesta per difendere degli interessi “locali” ma diventava una lotta generale contro una politica che tende a sopprimere, attraverso azioni antidemocratiche localizzate, il diritto d’ogni comunità di decidere del proprio destino[19]. Nell’estate del 2005 i coordinatori del movimento scelsero di non organizzare un altro campeggio. Durante l’inverno il movimento si era mosso attraverso una fitta rete d’iniziative d’altro genere. Un momento di gran partecipazione e d’intensa azione del movimento fu il corteo del 6 agosto, al quale aderirono circa 8000 persone. Come racconta uno degli organizzatori, quella fu “una manifestazione trasversale, popolare, di festa, dai bambini agli anziani”.

Il 22 gennaio del 2006 si teneva a Messina un’altra grande manifestazione[20]. L’obiettivo era quello di chiarire fino in fondo la posizione che il nuovo governo assumeva nei confronti della questione Ponte. Il corteo fu “la definitiva congiunzione tra Tav, Mose e Ponte […] La testa e la coda del corteo attraversavano tutta la città, con la rappresentanza dei diversi movimenti contro le grandi opere. Piazza Municipio era gremita di persone ed è stato commovente vedere come il senso di difesa dei luoghi avesse risvegliato a Messina come in Italia l’amore per i propri territori”[21].

La società civile vinceva simbolicamente sulle élites di potere; Davide “vinceva” su Golia e si faceva portatore del messaggio secondo cui bisogna partire dalla riappropriazione dei propri luoghi per riappropriarsi di sé, e opporsi ad un modello, quello delle grandi opere, secondo il quale “il luogo viene blindato ed estromesso dall’appartenenza di chi lo vive”[22].

Dopo una pausa apparente di alcuni mesi, segnati dalla vittoria a livello regionale di Lombardo ed quello nazionale di Berlusconi, il progetto Ponte viene riproposto con forza e con una serie di annunci ad effetto, che parlano della fine dei lavori per il 2016 e di 40.000 nuovi posti di lavoro.

In realtà, la procedura “Ponte” non era mai stata chiusa definitivamente a causa del mancato scioglimento della “Stretto di Messina”, ad opera del governo Prodi ed in particolare del gruppo parlamentare dell’Italia dei Valori. Mai era stata chiarita la questione della penale da pagare ad Impregilo – società vincitrice della gara d’appalto - in caso di mancata costruzione dell’opera. Nel 2008, dunque, il CIPE rifinanzia il progetto. Il movimento risponde lanciando una manifestazione fissata per l’8 agosto 2009.



[1] Nota di Luigi Sturniolo ad Oltre il No. Torti, ragioni e prospettive necessarie. Intervista a Gianni Piazza, terrelibere.org, 20 marzo 2008, http://www.terrelibere.org/oltre-il-no-torti-ragioni-e-prospettive-necessarie

[2] Donatella Della Porta – Gianni Piazza, Voices of the Valley – Voices of the Straits. How protests creates communities, Berghahn Books, New York – Oxford 2009. Anteprima su Google Books. In italiano: Donatella Della Porta, Gianni Piazza, Le ragioni del no. Le campagne contro la TAV in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto, Feltrinelli, Milano 2008.

[3] Così dichiara Rita Libri, una delle fondatrici del movimento No Ponte.

[4] Così racconta Piero Polimeni, uno dei fondatori del movimento.

[5] Ibidem

[6] Questo aspetto è rilevato più volte dagli intervistati nell’ambito della ricerca.

[7] Così un quotidiano locale definiva il movimento in un articolo pubblicato in quel periodo.

[8]  Dall’ intervista a Pasquale Speranza, uno dei membri fondatori del movimento.

[9]  Ibidem.

[10] Si tratta dell’informazione proveniente dai tecnici e dagli studiosi interni al movimento che si oppone all’informazione diffusa dalla società responsabile della costruzione dell’opera.

[11] Cfr. Commissione di studio sulla sostenibilità ambientale e sociale del Comune di Messina (presidente Gaetano Giunta), Relazioni 2004. Scaricabile da http://www.comune.messina.it/index.php?link=ponte_stretto/commissione_studio.inc

[12] L’intervistata fa riferimento all’informazione proveniente anche da trasmissioni televisive come Report o Ambiente Italia che hanno contribuito a trasferire l’attenzione sulla questione del ponte da un piano locale ad uno nazionale, mostrando in maniera chiara il legame che intercorre tra il progetto del ponte e la criminalità locale e la portata dell’impatto dell’opera sul territorio. 

[13]  Dall’intervista a Massimo Cammarata, membro organizzatore del movimento No Ponte.

[14]  Intervista a Pasquale Speranza.

[15] Nell’ambito del movimento “No Ponte”, così come in tutti quelli di “difesa del territorio”, si possono individuare tre filoni ideologici: sindacati di base e gruppi antagonisti vedono nelle grandi opere il dispiegarsi di distorte dinamiche del capitalismo, a cui si oppongono; aree ambientaliste, che si basano sulla conservazione del paesaggio e le critiche allo sviluppo; ed infine, coloro che si ispirano al movimento della decrescita.

Cfr. Oltre il No. Torti, ragioni e prospettive necessarie. Intervista a Gianni Piazza, terrelibere.org, 20 marzo 2008, http://www.terrelibere.org/oltre-il-no-torti-ragioni-e-prospettive-necessarie

[16] Intervista a Rita Libri.

 

[17] Dall’intervista a Massimo Cammarata, che aggiunge: “Nel febbraio del 2003 un pescatore ritrovò delle bombe nella spiaggia a sud della città. Gli organi di stampa locali attribuirono al movimento No Ponte la responsabilità dell’atto, accusandolo di eco-terrorismo. In quell’occasione il movimento organizzò una manifestazione di protesta davanti alla sede della “Gazzetta del Sud” alla quale parteciparono circa 500 persone”.

[18] Così afferma Pasquale Speranza.

[19] A tal proposito, Speranza dice: “Il fatto che la Legge Obiettivo espropriasse gli enti locali del potere di intervenire in materia è stato molto combattuto. E’ assurdo che tu possa costruire nell’area dello Stretto, un’area altamente sismica, un’opera di cemento armato di oltre centomila tonnellate, decidendo altrove il destino della comunità che abita nell’area dello Stretto e che deve convivere anche con il pericolo sismico. Quindi l’idea di accettare un’opera così pesante decisa altrove ha posto il problema di poter pensare che si possa ancora oggi decidere altrove del nostro futuro”.

[20] Secondo i dati degli organizzatori, a questa manifestazione partecipavano 20.000 persone.

[21]  Dall’intervista a Massimo Cammarata.

 

[22]  Ibidem.




Formato per la citazione:
Valentina Raffa. "Storia breve del movimento “No Ponte”". terrelibere.org, 30 giugno 2009, http://terrelibere.org/storia-breve-del-movimento-no-ponte
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