Storia breve del
movimento “No Ponte”
Nato come un movimento elitario e con una
forte connotazione ambientalista, il movimento contro il Ponte si è via via
espanso organizzando momenti di partecipazione come i campeggi estivi,
manifestazioni di massa, gemellaggi con movimenti analoghi come i No Tav.
Ricostruirne la storia, indagarne le dinamiche, comprenderne le potenzialità
può essere utile a ribaltare il luogo comune di una provincia meridionale
chiusa, apatica e senza spinte.
La fotografia è di Osvaldo Pieroni
Fino a pochi anni fa l’area dello Stretto era comunemente
definita una terra immobile, incapace di mobilitazione, con un versante
incredibilmente alle prese con i postumi di un terremoto ormai centenario ed un
altro sotto il tallone di una criminalità organizzata capace di scatenare vere
guerre civili. Scarsità di capitale sociale, debolezze strutturali e un tessuto
associativo non rilevante avrebbero impedito la nascita di un forte movimento
territoriale. Questo appunto fino a pochi anni fa, quando l’opposizione al Ponte
era composta da pochi, e la stampa locale sbeffeggiava i “quarantaquattro
gatti” nemici del progresso.
Lentamente tutto è cambiato, non senza contraddizioni. Sono
stati comunque rovesciati alcuni luoghi comuni, per primo quello dello Stretto
socialmente immobile se non indifferente. Quindi quello dell’incapacità di
alcuni soggetti politici minori – ad esempio i centri sociali o le
piccole associazioni – di produrre cambiamento e mobilitazione sociale.
Ben diverso, invece, il comportamento di molti partiti, capaci di cambiare
rapidamente opinione per intercettare un effimero consenso.
Dopo la manifestazione con 10.000 partecipanti del 2006, il
“gemellaggio” con la Val di Susa, terra di resistenza partigiana, fortemente
caratterizzata da un fitto tessuto relazionale, dimostrava che le differenze
non erano così pronunciate come comunemente si crede.
E’ vero che spesso si confondono “i movimenti sociali con le
soggettività militanti che li animano”, e che si trascura quindi di
indagare le motivazioni che spingono il “partecipante comune” a sfilare in un
corteo. E’ altrettanto vero che raramente si analizza lo scarto tra le
motivazioni spesso sofisticate enunciate nelle piattaforme di convocazione
delle manifestazioni e le ragioni molto più semplici che spingono “le masse” ad
aderire.
Tuttavia le
ragioni e le caratteristiche degli animatori e dei fondatori dei movimenti
appaiono più interessanti, perché senza di essi non ci sarebbe tutto il resto.
Nonostante l’isolamento iniziale, infatti, piccoli gruppi fortemente motivati
riescono spesso a diventare movimenti di massa. Senza l’indagine di queste
dinamiche non si potrebbe ipotizzare che “le proteste creino comunità”, come
recita l’affascinante sottotitolo di un volume pubblicato a New York, a conferma dell’interesse
internazionale suscitato da quanto avvenuto sulle rive dello Stretto negli
ultimi anni.
Il movimento “No Ponte” nasce e si sviluppa, dunque,
attraverso un percorso segnato da cinque tappe principali:
1. la
costituzione di una élite di ambientalisti che manifestano la loro opposizione
alla costruzione del Ponte a livello locale;
2. l’entrata
in scena dei partiti politici che spostano la questione “No Ponte” da un piano
d’interesse locale ad un piano di interesse nazionale;
3. la
costituzione di una rete d’associazioni che, insieme ai comitati locali di base
(Scilla-Cariddi e Cariddi-Scilla), operano a favore del movimento ed a questo
conferiscono forza;
4. La
legge obiettivo del governo Berlusconi (l. 443/2001) e la successiva diffusione
della controinformazione che parte dai tecnici del movimento (tra i tanti,
quelli ascoltati dalla “Commissione studio sulla responsabilità sociale dei
territori” presieduta da Gaetano Giunta) approfondisce i contenuti e le ragioni
del movimento.
5. La serie di manifestazioni svolte
a Capo Peloro ed a Messina, in particolare quella che sancisce il gemellaggio
col movimento “No Tav”, ed i campeggi internazionali segnano definitivamente il
carattere “extra-locale” del movimento ed il coinvolgimento popolare.
Il movimento “No Ponte”
nasce dalla contestazione della “favola” di unire “due pezzi di terra stupendi
ma problematici, che si allontanano, si alzano e si abbassano in modo non
costante nel tempo, si toccano e a volte si scontrano”. Una storia che è vista,
in termini meno fantasiosi, come il progetto governativo di “riempire l'Italia di cemento in modo
indiscriminato e senza andare a valutare se le opere faraoniche che volevano
fare servivano veramente alle popolazioni”.
La forma embrionale che
il movimento No Ponte assunse intorno agli anni ’80 era quella di una élite di
ambientalisti che s’ispiravano agli studi sui “limiti dello sviluppo” del 1973
e alla consapevolezza che il benessere collettivo passava dalla difesa
dell’ambiente e da un consumo responsabile delle ricchezze. L’élite che si
contrapponeva al progetto della costruzione del Ponte non ragionava su principi
politici o ideologici: “Ragionava
tenendo presente le nuove frontiere che si erano aperte in quell’ambito
culturale, e quindi anche con un atteggiamento scientifico; le contrapposizioni, cioè non erano di parte. Erano
prese di posizione che si fondavano su questo terreno scientifico e culturale”. Era la cultura delle
associazioni ambientaliste che sorsero numerose nell’area dello Stretto durante
i primi anni ’80. “Il
movimento No Ponte acquista l’eredità di queste associazioni, e porta avanti la
visione di un futuro più equo e più giusto che guarda con attenzione e con cura
alle risorse ambientali, alla società, all’economia”.
Il movimento, nella sua fase
d’origine elitaria, si opponeva ad una scelta calata dall’alto che faceva
riferimento ad un modello di “sviluppo” dominante. L’aspetto interessante in
questo senso consiste nel fatto che esso si faceva portatore dell’idea di “un
altro mondo possibile”, costituendosi come antesignano dei futuri social
forum.
Il carattere elitario
del movimento nella sua fase iniziale conferiva forza ai sostenitori della
grande opera, i quali tendevano a sottolineare la sua debolezza nell’essere
composto solo da “quarantaquattro gatti”. Ma i Verdi e
Rifondazione Comunista appoggiarono la causa di questi intellettuali e condussero
la lotta contro il Ponte all’interno dei partiti, trasferendo la questione da
un piano locale ad un piano nazionale. Fu questo il primo momento in cui il
movimento compì un salto di qualità.
A differenza dei
movimenti ambientalisti che non di rado si limitano a rimanere dei movimenti di
élite, “queste battaglie
nell’area dello Stretto – come notiamo dalle parole di uno dei primi
attivisti – hanno avuto la capacità di parlare alla gente e l’hanno
fatto, se guardiamo i dati, progressivamente. Perché all’inizio, negli anni
’80, il movimento era costituito, come dicevo prima, da un’élite di
ambientalisti. Oggi, se guardi la composizione, il movimento è molto composito;
anche gente comune si oppone alla costruzione di questo Ponte, le ultime
manifestazioni lo dimostrano”.
Alla fine degli anni ’90
il movimento si costituiva nei comitati di base locali: Scilla-Cariddi sul
versante calabrese, Cariddi-Scilla sul versante siculo, i quali svolgevano
un’efficiente opera di coordinamento. Come spiega uno dei fondatori del
movimento intervistato, “per la prima volta questi comitati di base fecero un
lavoro di comunicazione porta a porta con persone diverse. Alcune forze
politiche italiane ed europee cominciarono ad interessarsene”. Dalla stessa
intervista si desume che l’origine movimentista dal basso fu determinata da due
fattori: da un lato la messa in rete sulla questione Ponte di diverse
organizzazioni: WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra e la LIPU; dall’altro la
nascita dei comitati di base locali. I membri fondatori intervistati
nell’ambito della ricerca concordano nell’affermare che “il merito storico
della lotta contro il Ponte è che tutte queste forze politiche dal basso e
dall’alto sono riuscite ad avviare in città un vero momento politico
d’opposizione trasversale che ha toccato anche settori del centro-destra”.
Dal 2001, con la decisione da parte
del governo Berlusconi di dare il via alla legge obiettivo, il movimento
iniziava ad uscire dai suoi confini elitari, e acquistava, poco a poco, le
caratteristiche di fenomeno di massa, sviluppandosi contemporaneamente sulle
due sponde dello Stretto. I “quarantaquattro gatti” iniziavano a divenire
centinaia e poi migliaia a seguito soprattutto della diffusione a livello
nazionale della controinformazione (che fino a quel momento era stata
taciuta) relativa alle caratteristiche tecniche del Ponte e all’impatto
socio-ambientale che esso avrebbe avuto sul territorio. E’ questo il momento in
cui il movimento compie un secondo salto di qualità.
E’ una sede istituzionale, una
commissione del Comune di Messina, ad offrire la documentazione più completa
sulla fattibilità economica, sull’impatto dei cantieri sulla città, sull’impatto
ambientale in generale, sulla fattibilità tecnica, sulle possibili ingerenze
criminali nei cantieri.
La questione del Ponte non era più
semplicemente una questione ambientale per pochi; essa si rivelava ben più
complessa. Per comprenderne la portata utilizziamo le parole di un’attivista
fondatrice del movimento: “Quando i cittadini hanno visto che cosa significava
avere un Ponte in un determinato pezzo di territorio sopra la loro casa, sopra
un condominio, accanto alla scuola; i tempi della costruzione, i cantieri che
si sarebbero dovuti aprire, la movimentazione terra inimmaginabile che non
riguardava solo Torre Faro e Capo Peloro ma tutta la città, da Galati a
Milazzo, allora lì veramente abbiamo toccato la coscienza della cittadinanza”.
E aggiunge ancora: “Ricordo come da poco interi condomini di Torre Faro hanno
scoperto che i pilastri del Ponte sarebbero stati posati sulle loro camere da
letto, così come il cimitero di Gesso non ci sarebbe stato più. Tutte cose che
la società Ponte sullo Stretto aveva taciuto”.
La nascita come
movimento sociale vero e proprio coincise con la nascita del Centro Sociale
“Angelina Cartella”, presso un’area dimessa di Gallico Marina, frazione di
Reggio Calabria. Presso il “Cartella” prese avvio, nel 2002, la prima iniziativa contro la
costruzione del Ponte. Si organizzarono tre giornate di dibattiti e incontri
finalizzati alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti della
questione. Nello stesso anno si svolse un campeggio contro il Ponte a Punta
Faro, sulla costa siciliana, che però vide una partecipazione molto limitata.
Alcuni rappresentanti del “Cartella” portarono lo striscione “No Ponte” al
Social Forum di Firenze e annunciarono l’intenzione di organizzare il primo
campeggio internazionale contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di
Messina.
Nel 2002 il “no” al Ponte diveniva
uno slogan diffuso, e il movimento si costituiva in tutte le sue
caratteristiche. La partecipazione alla protesta si allargò progressivamente, a
prescindere da ogni differenza culturale, di genere, anagrafica e soprattutto
di carattere politico. Il 7 luglio 2002 si
tenne a Messina una manifestazione che conobbe una gran partecipazione, e fu lanciato
il campeggio internazionale contro il Ponte, che si tenne contemporaneamente a
Cannitello (Villa S. Giovanni) e a Torre Faro (Messina).
Il campeggio fu il risultato di una
profonda riflessione che, all’indomani dei fatti di Genova, l’allora Messina
Social Forum fece a proposito della questione del Ponte sullo Stretto, definito
“come una violenza perpetuata al nostro territorio, e si faceva tesoro della
riflessione che ci aveva accompagnato prima a Napoli e poi a Genova sulla
riappropriazione – contro una politica globalizzante nella sua accezione
più deleteria – dei propri percorsi territoriali, ovvero della scelta in
prima persona del proprio futuro, e che quindi partiva dalla tutela del proprio
territorio. […] La questione del Ponte era un’operazione colonizzatrice contro
il territorio. Ci sembrava evidente che ci fosse una gigantesca opera speculatrice
che al Sud conosciamo già dai nostri genitori, quella che era la dinamica dei
favori incrociati, dello scambio dei favori politici, dell’economia del
cemento. Ci sembrò quindi che la questione Ponte avesse un altissimo valore
simbolico leggibile al di là dello Stretto, e fosse allo stesso tempo centrale
e vitale per noi che qui abitiamo”.
Il campeggio raccoglieva oppositori
provenienti da tutto il Meridione: “La sua importanza risiede nel fatto che
esso allarga la battaglia contro il Ponte: il no al Ponte esce fuori
dall’ambito regionale e acquista carattere nazionale ed internazionale”. Dal 2002 il movimento coinvolse
anche i luoghi della politica rappresentativa che, per la prima volta, si schierarono
contro il Ponte, esprimendo il loro dissenso attraverso l’unione dei loro
simboli a quelli del movimento. Anche le istituzioni locali – per un
certo periodo - si schierarono contro la costruzione dell’opera.
I vecchi oppositori al Ponte si
unirono ai giovanissimi che legavano il loro “no” al rifiuto di una politica
che vuole imporre delle opere, decidendo altrove i destini delle comunità
locali. Il no al Ponte diventava, in altri termini, una lotta per la difesa
della democrazia, a prescindere da ogni colore politico. Così racconta uno dei
membri fondatori: “Nel mese d’agosto del 2002 noi la sera andavamo con i nostri
tavolinetti e gli striscioni sul lungo mare di Reggio Calabria, e davamo informazioni
con dei volantini del no al Ponte. Raccoglievamo delle firme con una petizione.
Reggio è distante da dove si dovrebbe costruire il Ponte, Villa è più
interessata. Comunque sia, questa iniziativa a Reggio ha avuto grande successo.
In altre occasioni in cui mi sono trovato a distribuire volantini, c’era sempre
la difficoltà di arrivare alla gente ed era necessario accompagnare il
volantino con altre informazioni; in quell’occasione, invece, era come se
fossimo assaltati dalla gente, ma in positivo! Cioè in una città di destra come
Reggio, tutti firmavano contro il Ponte, anche quelli di destra. Anzi alcuni di
questi ci tenevano a sottolineare il fatto che fossero di destra e quindi
distanti da noi politicamente, ma erano contro il Ponte. E non abbiamo avuto nessun
segnale di resistenza rispetto a questa cosa”.
Il campeggio del 2002 si concluse
nel segno delle tematiche ambientali ed anti-sviluppiste, con l’elaborazione da
parte del movimento di un documento con il quale si criticava la cosiddetta
“sinistra istituzionale” sul discorso dello “sviluppo sostenibile”. Secondo alcuni esponenti del
movimento, “sviluppo non può equivalere a crescita all’interno di un mondo che
ha raggiunto la saturazione, ma è da intendere come decrescita, dove decrescere non vuol dire abbandonare il
progresso, la cultura. Non vuol dire regredire, ma significa ricominciare a
vivere in maniera intelligente non contro la natura, ma insieme alla natura. Cominciare
a vivere questo territorio non aggredendolo, non violentandolo, ma cercando di
dargli quella dignità e quella situazione di normalità che da quando c' è stata
la rivoluzione industriale, e da noi si può dire dal dopoguerra quando c'è
stato il boom economico, ha subito una completa distruzione”.
Nel 2003 si tenne il secondo
campeggio contro il Ponte. Questa volta la partecipazione fu ancora più
numerosa e altrettanto numerosa fu quella ai forum di discussione che “iniziarono
a mostrare all’esterno come la questione Ponte aveva cominciato ad estendersi
ben oltre i luoghi comuni degli eco-terroristi ipotizzati da certa stampa”.
Il terzo campeggio, quello del 2004, fu “straripante”: gli
organizzatori ebbero dei grossi problemi logistici, giacché lo spazio non era
abbastanza da contenere tutta la gente che partecipava all’iniziativa. In
quest’occasione la questione del Ponte s’iniziò ad intrecciare con la questione
della Tav e i due movimenti si unirono in una lotta comune per la riappropriazione
dei territori locali. Si era realizzata da nord a sud quell’unità ideale che
aggiungeva valore e forza al movimento.
La battaglia contro il Ponte era
aperta e dichiarata e soprattutto era diventata di forte interesse comunitario.
Uno dei membri fondatori del movimento racconta: “Ricordo che nel volantinare
il corteo molta gente ci diceva sì, io lo so già e verrò sicuramente! E ricordo
che quando capitava qualcuno che si diceva favorevole al Ponte si creavano veri
e propri capannelli di discussione per strada, e questo faceva capire come il movimento
era riuscito a portare in solo due anni il dibattito nell’intera città”.
Il movimento ormai era costituito
dai vecchi oppositori al Ponte che si erano legati ai giovanissimi cresciuti
sull’onda del “new global”. I due movimenti, No Ponte e new global,
s’intrecciavano attraverso la frapposizione dei simboli che li rappresentavano:
“Nelle manifestazioni contro il Ponte e nei campeggi, i simboli alternativi (ad
esempio Che Guevara assieme alla bandiera No Ponte) si spiegano facilmente,
perché all’idea di dire no al Ponte si lega anche, a mio avviso, un certo tipo
di cultura, che è la cultura che rifiuta mediamente gli atteggiamenti
massificati, il consumismo spinto e una politica che vuole imporre delle opere
decidendo altrove i destini delle comunità locali”.
Il no al Ponte, dunque, non si
limitava ad essere una forma di protesta per difendere degli interessi “locali”
ma diventava una lotta generale contro una politica che tende a sopprimere,
attraverso azioni antidemocratiche localizzate, il diritto d’ogni comunità di
decidere del proprio destino. Nell’estate del 2005 i
coordinatori del movimento scelsero di non organizzare un altro campeggio.
Durante l’inverno il movimento si era mosso attraverso una fitta rete
d’iniziative d’altro genere. Un momento di gran partecipazione e d’intensa
azione del movimento fu il corteo del 6 agosto, al quale aderirono circa 8000
persone. Come racconta uno degli organizzatori, quella fu “una manifestazione
trasversale, popolare, di festa, dai bambini agli anziani”.
Il 22 gennaio del 2006
si teneva a Messina un’altra grande manifestazione. L’obiettivo era quello
di chiarire fino in fondo la posizione che il nuovo governo assumeva nei confronti
della questione Ponte. Il corteo fu “la definitiva congiunzione tra Tav, Mose e
Ponte […] La testa e la coda del corteo attraversavano tutta la città, con la
rappresentanza dei diversi movimenti contro le grandi opere. Piazza Municipio
era gremita di persone ed è stato commovente vedere come il senso di difesa dei
luoghi avesse risvegliato a Messina come in Italia l’amore per i propri territori”.
La società civile
vinceva simbolicamente sulle élites di potere; Davide “vinceva” su Golia e si
faceva portatore del messaggio secondo cui bisogna partire dalla
riappropriazione dei propri luoghi per riappropriarsi di sé, e opporsi ad un
modello, quello delle grandi opere, secondo il quale “il luogo viene blindato
ed estromesso dall’appartenenza di chi lo vive”.
Dopo una pausa apparente di alcuni mesi, segnati dalla
vittoria a livello regionale di Lombardo ed quello nazionale di Berlusconi, il
progetto Ponte viene riproposto con forza e con una serie di annunci ad
effetto, che parlano della fine dei lavori per il 2016 e di 40.000 nuovi posti
di lavoro.
In realtà, la procedura “Ponte” non era mai stata chiusa
definitivamente a causa del mancato scioglimento della “Stretto di Messina”, ad
opera del governo Prodi ed in particolare del gruppo parlamentare dell’Italia
dei Valori. Mai era stata chiarita la questione della penale da pagare ad
Impregilo – società vincitrice della gara d’appalto - in caso di mancata
costruzione dell’opera. Nel 2008, dunque, il CIPE rifinanzia il progetto. Il
movimento risponde lanciando una manifestazione fissata per l’8 agosto 2009.