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    <title>terrelibere.org</title>  
    <description>Altre forme di comunicazione. Ricerca, telematica, formazione</description>  
    <link>http://www.terrelibere.org</link>  
           <item>  
              <title>Militari italiani saranno addestrati nella selva colombiana</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Il ministro della Guerra colombiano ha annunciato che a partire dal 2013 militari italiani verranno addestrati per svolgere “operazioni speciali” nella selva. Scambio bilaterale e accordo di cooperazione militare tra i due paesi. I due ministri hanno dichiarato di voler giungere ad un accordo quadro di collaborazione tra le forze armate dei due paesi. </b> <br/>  <br/><img src="http://farm9.staticflickr.com/8198/8178173684_435af0625c_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Il ministro della Guerra colombiano, Juan Carlos Pinz&oacute;n, ha annunciato  che a partire dal 2013 militari italiani <a href="http://www.eltiempo.com/justicia/militares-italianos-seran-capacitados-en-colombia_12357672-4" target="_blank">verranno addestrati </a>per  svolgere &ldquo;operazioni speciali&rdquo; nella selva. Nel corso di una riunione  bilaterale, svoltasi a Roma&nbsp; a Palazzo Baracchini, il Ministro della  Difesa italiano Di Paola e il suo omologo Pinz&oacute;n hanno discusso, afferma  una nota del ministero italiano, sullo &ldquo;sviluppo delle relazioni nel  settore della Difesa e della collaborazione industriale tra       i due paesi&rdquo;.<br />Resta da vedere dove i militari italiani possano  utilizzare le nuove tecniche di addestramento, visto che a quanto ci  risulta l`Italia &egrave; momentaneamente sprovvista di selve. Secondo il  ministro Di Paola, &egrave; un&nbsp; bene che i militari italiani vengano &ldquo;formati e  preparati per diversi ambienti operativi&rdquo;. Allo stesso modo, la  Colombia dovrebbe inviare in Italia membri delle forze di sicurezza per  essere addestrati alla Scuola dello Stato Maggiore italiana. I due  ministri hanno dichiarato di voler giungere ad un accordo quadro di  collaborazione tra le forze armate dei due paesi.<br /><img style="float: left; margin: 8px;" src="http://www.nuovacolombia.net/Joomla/images/stories/IMMAGINI/CLAMORIDALLACOLOMBIA/2012/NOVEMBRE/militari-italiani.jpg" alt="" width="250" height="160" />La notizia &egrave; di per  se inquietante, tanto pi&ugrave; che il ministro colombiano, con l`avallo del  governo, &egrave; seriamente intenzionato a portare avanti un`amnistia  generalizzata per i crimini di lesa umanit&agrave; perpetrati senza soluzione  di continuit&agrave; dalle Forze Armate. Pinz&oacute;n afferma di voler offrire  &ldquo;le conoscenze e l`esperienza della Forza Pubblica colombiana a paesi  come l`Italia&rdquo;, omettendo di aggiungere che tali conoscenze spaziano dal  campo della tortura, quotidianamente praticata nelle carceri  colombiane, a quello della corruzione e delle esecuzioni  extragiudiziarie, e le &ldquo;esperienze&rdquo; sono relative al terrorismo di  Stato.<br />Di Paola, quale ministro della Guerra di un paese  imperialista, ancorch&eacute; in perenne declino, ribadisce la linea strategica  del governo e dello Stato italiani: pi&ugrave; militarizzazione, maggior  subordinazione alla NATO, preparazione delle Forze Armate per  intervenire in tutti gli scenari e teatri operativi, nonch&eacute; crescenti  vincoli delle istituzioni italiane con il regime narco-terrorista  capeggiato dal guerrafondaio Santos.</p>
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              <pubDate>Mon, 12 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Regolarizzazione, quanto mi costi? Cosa succede a Palermo</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Un`azienda mi ha messo in regola, ma lavoro da un`altra. Per 12 ore al giorno. In Italia non controlla nessuno. È la voce di un migrante, uno di quelli che deve rispettare le regole italiane. Norme spesso assurde come nel caso dell`ultima sanatoria. Cifre eccessive da pagare (nel complesso una piccola finanziaria, nota un`attivista) e vincoli poco realistici. L`ennesimo fallimento. </b> <br/> Enrico Montalbano <br/><img src="http://farm9.staticflickr.com/8311/8032664067_9ef1480f7a_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/81N9TEOppI8?rel=0" width="640" height="360" frameborder="0"></iframe></p>
<p>"Quando ci fu la sanatoria precedente, una persona con un reddito di 80 euro ha regolarizzato 15 migranti. E poi &egrave; scomparso". Ora servono mille euro di contributo solo per avviare la pratica, poi circa 3600 euro da dare al finto datore di lavoro. Pi&ugrave; altri 500 per completare la pratica. Le prime truffe sono gi&agrave; documentate.</p>
<p>A conti fatti 164  milioni che entrano nelle casse dello Stato. "E` una sanatoria fatta per  motivi economici", dicono&nbsp; i migranti.</p>
<p>Video di Enrico Montalbano e Laura Verduci per <a href="http://www.fainotizia.it/contributo/09-11-2012/testo/regolarizzazione-quanto-mi-costi" target="_blank">FaiNotizia.it</a>. Interviste  a: Daniele Papa, Avvocato del Foro Di Palermo; Giorgia List&igrave;, Forum  Antirazzista Palermo; Fausta Ferruzza, Sportello migranti Cobas -  Palermo</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/regolarizzazione-quanto-mi-costi-il-caso-di-palermo</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/regolarizzazione-quanto-mi-costi-il-caso-di-palermo</guid>     
              <pubDate>Sat, 10 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Nuova strage di migranti davanti alle coste libiche</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Secondo un comunicato dell’ACNUR, la maggior parte delle imbarcazioni che partono dalla Libia venivano riprese dai mezzi libici che, in base ai vigenti protocolli operativi, intervengono anche in collaborazione con mezzi militari maltesi ed italiani. dopo la dura condanna dell’Italia da parte della Corte Europea, il lavoro sporco è stato esternalizzato. Ma chi si occupa del salvataggio in mare? </b> <br/> Fulvio Vassallo <br/><img src="http://farm3.staticflickr.com/2579/3933543158_c8984eb822_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Lo avevamo detto da tempo, ma nessuno ha ascoltato.  L&rsquo;emergenza immigrazione deve terminare (almeno sulla carta) entro  il 31 dicembre 2012, i servizi di accoglienza vanno chiusi, dopo essere  costati un patrimonio a partire dalla proclamazione dello stato di emergenza  dichiarato da Berlusconi nel febbraio del 2011. Degli sbarchi che continuano  se ne deve parlare il meno possibile, i vecchi accordi bilaterali vanno  ancora bene. Adesso, alla fine dell&rsquo;anno, i migranti ancora nei centri  di accoglienza gestiti dalla Protezione civile saranno rigettati sulla  strada, bene che vada con un permesso di soggiorno temporaneo. E i  reclusi di Lampedusa possono attendere, prima o poi quando le indagini  di polizia avranno permesso di scovare i soliti scafisti, saranno trasferiti  altrove, o rimpatriati, come &egrave; successo in questi mesi, senza che l&rsquo;opinione  pubblica ne fosse minimamente informata.</p>
<p>Le elezioni si avvicinano e   immigrazione e asilo sono temi sui quali si possono solo perdere voti.  Eppure le tragedie dell&rsquo;immigrazione irregolare si ripetono, non solo  nelle acque del Mediterraneo, mentre la &ldquo;gente&rdquo;, nella morsa della  crisi conomica, sembra assuefatta a tutto. Neanche i cadaveri che vengono  a galla costringono ad una riflessione che vada oltre il pietismo di  facciata.</p>
<p>Scrivevamo due mesi fa dopo la strage dell&rsquo;isolotto  di Lampione vicino Lampedusa: &ldquo;Malgrado i contorni ancora confusi  dell&rsquo;ennesima strage nelle acque prospicienti Lampedusa, nei pressi  dell&rsquo;isolotto disabitato di Lampione, a ovest dell&rsquo;isola, primo  lembo di terra italiano di fronte ai porti tunisini di Mahdia e Monastir,  appare ormai certo come il dispositivo di controllo e di salvataggio  che prima era dispiegato nelle acque a sud di Lampedusa, anche a 60  miglia a sud dell&rsquo;isola, operi ormai a stretto ridosso delle isole  Pelagie.</p>
<p>Alla dichiarazione di Lampedusa come &ldquo;porto non sicuro&rdquo;,  formalmente adottata nel settembre del 2011 dal Corpo delle Capitanerie  di porto su forte sollecitazione dell&rsquo;ex ministro dell&rsquo;interno Roberto  Maroni, &egrave; seguito il riposizionamento di tutte le unit&agrave; navali che  prima facevano base a Lampedusa, molte delle quali sono state utilizzate  per i trasferimenti dei migranti verso Porto Empedocle (Agrigento) e  comunque dislocate pi&ugrave; a nord, al limite delle acque territoriali italiane.  Si &egrave; consentito cos&igrave;, per un verso, un avvicinamento alle coste italiane  pi&ugrave; facile dei mezzi che trasportano migranti, spesso anche pescherecci,  che riescono ad eludere la sorveglianza delle unit&agrave; libiche e tunisine,  ma si &egrave; impiegato anche pi&ugrave; tempo per raggiungere, (e salvare) in  un numero molto minore di casi, i migranti che si trovano ancora in  acque internazionali, magari in procinto di affondare nel corso della  loro traversata verso la fortezza Europa.</p>
<p>Anche in questo caso  verificatosi nella serata di gioved&igrave; 6 settembre, dal momento del primo  allarme telefonico fino ai primi interventi di salvataggio, sarebbero  passate alcune ore, anche a causa del calare della notte che ha reso  pi&ugrave; difficili le ricerche. Si &egrave; ritenuto forse che lasciare mano libera  alle unit&agrave; libiche e tunisine, alle quali si &egrave; permesso di riprendere  i migranti in fuga verso l&rsquo;Europa, consentisse di allentare la sorveglianza  nelle acque internazionali a sud e ad ovest di Lampedusa, ed in effetti,  rispetto allo scorso anno, gli sbarchi sono diminuiti del 90 per cento.  Ma non certo perch&eacute; Lampedusa &egrave; stata dichiarata &ldquo;porto non sicuro&rdquo;,  una decisione del tutto infondata dal punto di vista tecnico perch&eacute;  non si pu&ograve; qualificare come &ldquo;non sicuro&rdquo; un luogo di approdo che  nel corso degli anni ha permesso il salvataggio di decine di migliaia  di vite, solo perch&eacute; il locale centro di prima accoglienza e soccorso  (CSPA), trasformato impropriamente in centro di detenzione, era stato  incendiato (nel settembre del 2011) durante una protesta dei migranti  che vi erano illegalmente trattenuti da settimane.</p>
<p>Secondo un comunicato dell&rsquo;ACNUR del 30 giugno scorso,  la maggior parte delle imbarcazioni che partono dalla Libia venivano  riprese dai mezzi libici che, in base ai vigenti protocolli operativi,  intervengono anche in collaborazione con mezzi militari maltesi ed italiani.  E si hanno pure notizie di imbarcazioni tunisine o algerine riprese  dai mezzi militari di quei paesi e ricondotte nei porti di partenza.  Ormai dopo la dura condanna dell&rsquo;Italia da parte della Corte Europea  dei diritti dell&rsquo;Uomo per i respingimenti collettivi verso la Libia  effettuati dalla nave Bovienzo della Guardia di Finanza il 6 maggio  2009, il "lavoro sporco", consistente nel blocco dei migranti  in mare e nella loro riconduzione violenta nei porti di partenza, &egrave;  stato esternalizzato in base agli ultimi accordi bilaterali firmati  da Maroni con la Libia e la Tunisia.</p>
<p>Quanto avvenuto fino alla tragedia  di settembre davanti allo scoglio di Lampione, (un naufragio quando  gi&agrave; i migranti erano in vista di Lampedusa),  costituisce  una conferma  di quanto &egrave; stato sostenuto in varie occasioni anche dal ministro dell&rsquo;interno  italiano Cancellieri, secondo la quale ogni stato rivierasco del Mediterraneo  deve sorvegliare le proprie acque territoriali per contrastare l&rsquo;immigrazione  clandestina in Europa. E su questi profili operativi sembrano ancora  vigenti gli accordi di cooperazione interforze tra le autorit&agrave; libiche,  tunisine, algerine e quelle italiane&rdquo;.</p>
<p>Adesso i mezzi militari italiani sono stati schierati  pi&ugrave; a sud, o comunque sono tenuti pronti per intervenire in acque libiche,  forse anche per difendere i pescherecci di Mazara del Vallo, ben sei  provenienti da questa marineria sono stati sequestrati nel corso del  2012 dai libici e dai tunisini, quando le motovedette italiane si erano  ritirate pi&ugrave; a nord e si limitavano a pattugliare soltanto la zona  contigua alle nostre acque territoriali, 24 miglia circa a sud di Lampedusa.  Intanto le autorit&agrave; maltesi continuano a non intervenire, anche quando  sono le prime a scoprire sugli schermi radar una carretta del mare in  navigazione verso la Sicilia.</p>
<p>Gli sbarchi delle ultime settimane, per  intenderci nel mese di ottobre, meglio i salvataggi riusciti all&rsquo;ultimo  minuto sempre pi&ugrave; a sud di Lampedusa, fino a 30-40 miglia dalle coste  libiche, ed a 130 miglia a sud di Lampedusa fanno comprendere che qualcosa  &egrave; ancora mutato, le partenze dalla Libia sono riprese, e i mezzi militari  di quel paese non bloccano pi&ugrave; i natanti carichi di profughi prima  ancora di uscire dalle acque territoriali, forse anche in dipendenza  con rinnovato clima di scontro, anche armato, che si registra tra le  diverse fazioni libiche. Una situazione che vede i migranti come vittime  designate, soprattutto chi ha la pelle nera viene facilmente scambiato  per un mercenario che ha combattuto per Gheddafi e sottoposto a processi  sommari che si possono concludere anche con una esecuzione in piazza.</p>
<p>E malgrado la situazione in Libia, la chiusura del campo profughi di  Coucha, al confine tra Libia e Tunisia, ha costretto tanti altri migranti  che avevano chiesto protezione internazionale ricevendo un rifiuto,  a ritornare in Libia ed a ritentare la traversata in mare verso l&rsquo;Europa.  Sempre pi&ugrave; spesso anche a costo della vita.&nbsp; Non &egrave; certo un caso  se ad arrivare dalla Libia negli ultimi tempi siano soprattutto somali  e migranti provenienti dal Corno d&rsquo;Africa ( Eirtrea, Etiopia), mentre  sono quasi scomparsi i nigeriani, i ghanesi ed in genere i migranti  provenienti dall&rsquo;Africa sub sahariana. Arrivano solo coloro ai quali  le milizie libiche permettono di partire. Continua invece un flusso  modesto ma costante di tunisini, che vengono bloccati a tempo indeterminato  nel CPSA di Lampedusa o in centri informali, senza alcun rispetto per  le procedure previste dalla legge e dal regolamento frontiere Schengen,  per i quali continuano ad operare dall&rsquo;aeroporto di Palermo Punta  Raisi i due voli settimanali di rimpatrio sommario, senza identificazione  individuale, come concordato da Maroni in Tunisia il 5 aprile 2011.</p>
<p>Si deve rendere sicuramente merito alle unit&agrave;&nbsp; militari italiane che si spingono sempre pi&ugrave;&nbsp;a sud a salvare vite  umane ed a proteggere i pescherecci che operano in acque internazionali,  quelle stesse acque che i libici ritengono ancora di loro competenza  fino a settanta miglia dalla costa, ma si deve chiedere altres&igrave; al  governo italiano di porre fine alle prassi di polizia di trattenimento  prolungato o del tutto informale dei migranti portati a terra dopo operazioni  di salvataggio che destano ammirazione in tutto il mondo. E vanno pure  rinegoziati gli accordi con la Libia, rimettendo al primo posto la tutela  della vita umana in mare e non il contrasto dell&rsquo;immigrazione clandestina,  come sembrava ancora emergere dal verbale&nbsp; dell&rsquo;incontro tra  il ministro dell&rsquo;interno Cancellieri ed il suo omologo libico, lo  scorso 3 aprile.</p>
<p>Un incontro che nella sostanza, a parte i respingimenti  collettivi sanzionati dalla Corte Europea dei diritti dell&rsquo;Uomo con  la sentenza sul caso Hirsi nel febbraio di quest&rsquo;anno, confermava  ancora i protocolli operativi e la comune catena di comando, concordati  con le autorit&agrave; libiche da Amato e da Manganelli nel novembre del 2007,  e poi recepiti nel Trattato di amicizia firmato nell&rsquo;agosto del 2008  da Berlusconi e da Gheddafi . Eppure ormai tutti sanno che la maggior  parte delle persone che arrivano dalla Libia sono potenziali richiedenti  asilo, ne ha preso atto anche il governo che nei giorni scorsi ha adottato  un provvedimento che prevedere il riesame di tutti i casi di diniego  di uno status di protezione da parte delle commissioni territoriali  nei confronti dei profughi arrivati dalla Libia, un orientamento che  ha fatto perdere un sacco di tempo alle persone interessate ed &egrave; costato  una montagna di danaro pubblico alle casse dello stato, allontanando  forse per sempre le possibilit&agrave; di integrazione, ma creando soltanto  astio e frustrazione.</p>
<p>Le stragi ricorrenti impongono una svolta nelle politiche  migratorie a livello internazionale. Occorre rivedere a livello europeo  i rapporti con Malta, paese con la pi&ugrave; vasta zona (SAR) di ricerca  e salvataggio a sud d&rsquo;Europa, che deve essere un punto di salvataggio  e sbarco al pari di Lampedusa e che non si pu&ograve; limitare a trasmettere  gli allarmi che riceve, con comunicazioni successive che possono fare  perdere ore preziose per gli interventi di salvataggio. Malta non pu&ograve;  evidentemente accogliere tutti i naufraghi che arrivano dalla  Libia, due mila persone sbarcate in questa piccola isola, come &egrave; successo  quest&rsquo;anno, corrispondono a duecentomila migranti arrivati in Italia.&nbsp;</p>
<p>Dopo il salvataggio, a livello europeo, anche con un diverso impegno  dei mezzi impiegati dall&rsquo;agenzia Frontex, occorre garantire a tutti  lo sbarco in un <em>place of safety</em>, porto  sicuro, che nel linguaggio delle convenzioni internazionali significa  un luogo dove i diritti fondamentali della persona vengono rispettati,  dove si possa fare valere il diritto alla protezione, e non certo il  porto pi&ugrave; vicino. Vanno dunque previste procedure rapide di ritrasferimento  da Malta in altri paesi europei, nessuno si pu&ograve; sottrarre al rispetto  degli obblighi di salvataggio e protezione che discendono dalle convenzioni  internazionali, in un momento in cui la situazione nei paesi nordafricani  non permette alcuna forma di respingimento indiscriminato o procedure  di riammissione concordate in base ad accordi bilaterali. Accordi stipulati  con governi transitori molto diversi da quelli che adesso si stanno  faticosamente formando, talvolta anche attraverso fasi cruente, all&rsquo;interno  di processi politici del tutto ignorati in Europa, ma le cui conseguenze,  oltre che sui migranti, potrebbero presto ricadere su tutti i cittadini  europei.</p>
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              <link>http://www.terrelibere.org/davanti-alle-coste-libiche-le-motovedette-regalate-a-gheddafi-fermano-i-motori</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/davanti-alle-coste-libiche-le-motovedette-regalate-a-gheddafi-fermano-i-motori</guid>     
              <pubDate>Tue, 6 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Italy woes sink African migrants` hopes</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Almost half of Italy`s African population has found its way to the northern region of the country, attracted by the industry and commerce there. Many of them found jobs working in factories, while others, made a livelihood by running their own businesses. Many are heading back home as jobs get scarce and businesses incur losses amid economic downturn. </b> <br/>  <br/><img src="http://cache.daylife.com/imageserve/067525H5mffvK/547x.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Djembe  Cisse has decided enough is enough as Italy`s economic crisis affects  her life. She arrived from Senegal 30 years ago, but feels it`s now time  to reverse that journey by closing down her business and returning to  West Africa. Djembe  is one of nearly one million African migrants living in Italy,  according to ISTAT -&nbsp;the&nbsp;official body that conducts census and  population surveys. Africans&nbsp;account for approximately&nbsp;one in four  immigrants who have made Italy their home.</p>
<p>Almost  half of Italy`s African population has found its way to the northern  region of the country, attracted by&nbsp;the industry and commerce there.  Many of them found jobs working in factories, while others, like Djembe  and her 27-year-old son, Ahmadou Fall, made a livelihood by running  their own businesses: in this instance a market stall selling mock  leather bags.</p>
<p>Djembe`s  situation is a microcosm of Italy`s economic woes: austerity measures  are driving down trade and she is now paying more in taxes. The mother  and son duo travel with their mobile market stall to whichever town is  holding its weekly market in the heavily populated area of Lombardy,  between the cities of Milan and Bergamo. On  a Tuesday, this tall and imposing&nbsp;woman can be found at her stall in  picturesque Cologno al Serio. It`s a town that feels wrapped in history  and security by the medieval moat surrounding it. But  Djembe feels far from secure. She says that she has seen profit turn to  loss selling bags she buys wholesale from a Chinese trader. "At the beginning we managed to make a little money, but now there`s the economic crisis and we can`t do anything."</p>
<h5>`Breathe and pay`</h5>
<p>Italy  has a problem. Just over a year ago, the country was hit by a financial  crisis regarding its debt repayment terms. Like other European  governments, the Italians are responding with austerity measures that  manifest themselves in cuts to government at all levels and a related  increase in taxes.</p>
<p>Djembe  looks out from behind the colourful array of mock leather bags she  sells and says: "We work and we pay, now here [in Italy] you even  breathe and you pay." She  pays the "plateatici" - a stall holder`s rent - for a variety of market  stall pitches, which vary in price from 400-700 ($520-909) euros. On  top of that, the mother and son are paying off a 10,000 euro ($12,990)  loan for the specialised van that market traders use. At least the van  is a company asset for them.&nbsp;</p>
<table class="Skyscrapper_Body" style="width: 250px; height: 50px; float: right; background-color: #fb9d04; border-style: solid; border-color: white; border-collapse: collapse;" border="10">
<tbody>
<tr>
<td>
<p>"As the economic situation deteriorates, it seems that&nbsp;Italians are lowering the bar in terms of the jobs they will take."</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Timothy Osarose Ogiemwonyi has less  of a cushion in these troubled times. He is an earnest-looking young  man from Benin City in Nigeria, and earns his living by selling  accessories door-to-door. He has been in Italy since 2005, when he  arrived illegally via another European country. He has since legalised  his status and acquired the necessary paperwork to work in Italy. He  outlined his expenditures, concluding that he needed to earn at least  500 euros ($650) a month, yet the process of selling scarves, stockings  and cigarette lighters the previous month had left him 50 euros ($65)  short. When times are hard, he says it`s the amount of food he consumes  that he cuts back on first.&nbsp;</p>
<p>Timothy  is one of 53,000 Nigerians who has made the southern European country  his home. Senegalese migrants, like Djembe number 80,989, and according  to ISTAT, the number of West African migrants in the Lombardy region is  close to a quarter of a million. Migrants  traditionally find themselves at the bottom of the economic ladder. In  Italy, this has resulted in them taking jobs which, until now, Italians  have been reluctant to occupy. For example, Timothy had previously  cleaned the toilets of service stations on Italy`s motorways.</p>
<p>But,  as the economic situation deteriorates, it seems that&nbsp;Italians are  lowering the bar in terms of the jobs they will take. Sergio Manenti  owns a dairy farm in the lush Lombardy countryside. He has employed  Egyptian farm hands to milk his cows for the last 12 years, and before  that used Indian help to look after his herd. But  Manenti says the crisis has caused the previously more fussy Italians  to think twice. He says that while he is not getting asked about  opportunities to milk cows -&nbsp; a process that occupies his Egyptian staff  twice a day, seven days a week - he is getting asked about other  opportunities&nbsp;for working on&nbsp;the land:</p>
<p>"Before  the crisis kicked in, it was impossible to find them. Now you find  Italian guys in the fields, mainly on vehicles and machines. I now&nbsp;have  people asking me for&nbsp;jobs, but before the crisis, it was impossible to  find Italians who wanted to do this work." A  number of Senegalese arrived in Italy during the 1980s when a change in  the law enabled them to start working in the private sector. In 1989,  the Association of Senegalese people living in Bergamo was&nbsp;launched with  39 members. Membership has now increased to 1,600 members, though the  association claims there are more than 11,000 Senegalese living in and  around Bergamo.</p>
<h5 class="FreeForm" style="line-height: 150%; text-align: justify;">`Worst economic situation`</h5>
<p>The  association aims to cater to the needs of this sizable community,  including supporting members who customarily send the bodies of  relatives who have died in Italy, back to Senegal. Ahmadou Ndiaye is the  vice-president of this organisation. At its headquarters he spoke of  how, in the 25 years he has lived in Italy, this is the worst economic  situation he has encountered. He  said unemployment is high and members of the community are struggling  to pay rent or have failed to honour mortgage repayments. This results  in there being less money to send back to Senegal, and has even resulted  in some people losing their homes.&nbsp;</p>
<table class="Skyscrapper_Body" style="float: right; background-color: #fb9d04; border-style: solid; border-color: white; border-collapse: collapse; height: 166px;" border="10" width="250">
<tbody>
<tr>
<td>
<p>"Now  we take the money from Senegal in order to live, to pay the rent, the  food, to get through the month. It`s not convenient anymore, do you  understand?"</p>
<p>- Djembe Cisse</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>He  went on to explain that as money got scarcer and more people lost their  jobs, there was a need for his association to collect money on several  fronts: "We have to organise more money collections than previously in  order to send bodies home, because members and non-members in the  Senegalese community cannot afford it anymore. Since we are also, at the  same time, organising support for people here to buy food - it`s  tough!"</p>
<p>The  feeling among the African community is that there is nowhere left to  hide from the economic crisis. It`s a view endorsed by an editor at Valori magazine, Marou Megiolaro. The magazine monitors the economy and  sustainability. Megiolaro says that Italy has been hit twice with two  different but related issues:</p>
<p>"First  there was an underlying economic problem that has been blighting the  country for 10 years. Its industry has been losing out to cheaper and  more flexible competitors overseas while its system of tax collection  has been woeful." The second hit came last year, says Megiolaro, as  Italy became inextricably linked to the European debt crisis. Megiolaro  says that regardless of whether an African migrant is in a salaried  position or working as a freelancer or entrepreneur, they will now face  demands placed upon them by the country`s need to raise revenue through  taxation.</p>
<p>Back  at her market stall, as she closes for the day, Djembe says she will  soon be packing up for good. "We are arranging things in order to shut  the business down and go back to live in Senegal." She used to send  money home, but now receives money to support her from her parents in  Africa. "Now  we take the money from Senegal in order to live, to pay the rent, the  food, to get through the month. It`s not convenient anymore, do you  understand?"</p>
<p>It`s  very understandable, and a glance at the register of Italians living  abroad suggests they understand too. On January 1, 2012 the total number  of Italians included on the AIRE (Register of Italians Living Abroad)  stood at 4,208,977 - equivalent to 6.9 per cent of the total population  resident in Italy. It`s  been widely reported that Italians are leaving their country in droves  for a new beginning overseas. As Djembe plans on joining them, she might  not be alone, as many other Africans in Italy consider their future  options.</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/italy-woes-sink-african-migrants-hopes</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/italy-woes-sink-african-migrants-hopes</guid>     
              <pubDate>Mon, 5 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Ponte, le penali non sono dovute in nessun caso</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Il contratto (art.43) stabilisce che le penali scattano a cantieri aperti e lavori bloccati. Allo stato non è completata la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale e il progetto non è stato approvato dal CIPE. La pretesa di una “penale anticipata” si basa su un “accordo” riservato stipulato tra Stretto di Messina SpA ed Eurolink nel settembre del 2009. Ma i contratti derivati da appalto pubblico non si possono rinegoziare. </b> <br/> Guido Signorino <br/><img src="http://farm8.staticflickr.com/7015/6709394287_bca8bc4487_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Una delle ipotesi per la chiusura della questione "Ponte sullo Stretto" riguarda ipotetiche &ldquo;penali&rdquo;&nbsp; del valore di 300  milioni, La bozza della legge di stabilit&agrave; discussa nel  Consiglio dei Ministri del 9 settembre accantonava tale somma per coprire  &ldquo;<span style="font-style: italic;">oneri derivanti  dalla mancata realizzazione di interventi per i quali sussistano titoli  giuridici perfezionati alla data di entrata in vigore della presente  legge</span>&rdquo;. L`ipotesi sembra accantonata, ma potrebbe essere nuovamente presa in considerazione. &Egrave; bene chiarire che, secondo il contratto stipulato  tra Stretto di Messina SpA ed Eurolink nel 2006, non esiste alcun &ldquo;titolo  giuridico perfezionato&rdquo; che dia diritto a penali. Infatti l&rsquo;art.  43 del contratto stabilisce che le penali scattano solo se, aperti i  cantieri, il Governo o la Stretto di Messina SpA dovessero decidere  di bloccare i lavori. Se invece, un anno e mezzo dopo l&rsquo;approvazione  del progetto da parte del CIPE, non si dovessero poter avviare i cantieri,  alle imprese spetterebbe solo il rimborso delle spese di progettazione,  accresciute del 10% (art. 44). Allo stato non &egrave; completata la procedura  di VIA dal Ministero dell&rsquo;Ambiente e il progetto non &egrave; stato approvato  dal CIPE, il quale ha peraltro facolt&agrave; di dichiararlo &ldquo;non meritevole  di approvazione&rdquo;.</p>
<p>La  pretesa di una &ldquo;penale anticipata&rdquo; si basa su un &ldquo;accordo&rdquo; riservato  stipulato tra Stretto di Messina SpA ed Eurolink nel settembre del 2009  che, modificando il contratto precedente, introduce (tra l&rsquo;altro)  la penale riportata dalla stampa. Questa insorgerebbe a seguito della  semplice &ldquo;approvazione&rdquo; del progetto da parte della societ&agrave; Stretto  di Messina. Nell&rsquo;ottobre 2009 Pietro Ciucci, nella qualit&agrave; di Commissario  Straordinario per il Ponte, aveva &ldquo;assentito&rdquo; a tale accordo, che  appare in realt&agrave; illegittimo. Infatti:</p>
<p style="padding-left: 30px;">a) la rinegoziazione dei contratti  risultanti da pubblica gara di appalto &egrave; esclusa da copiosa giurisprudenza  e da un&rsquo;apposita circolare della Presidenza del Consiglio (n. 12727  del 12.11.2001) che recepisce l&rsquo;orientamento in merito dell&rsquo;U.E.;</p>
<p style="padding-left: 30px;">b) lo stesso contratto era parte integrante del bando di gara ed era  stato &ldquo;incondizionatamente accettato&rdquo; da tutte le imprese partecipanti  alla gara, &ldquo;a pena di esclusione&rdquo;, secondo quanto affermato dallo  stesso Ciucci nel 2005, in una risposta alla Sen. Anna Donati (prot.  SdM 1899 del 21/12/2005). In essa l&rsquo;AD di SdM assicurava che la penale  sarebbe scattata solo dopo l&rsquo;apertura dei cantieri, garantendo in  sostanza che l&rsquo;eventuale decisione politica di sospendere le procedure  non avrebbe creato alcun diritto da parte del General Contractor, salvo  (naturalmente) il riconoscimento del lavoro svolto.</p>
<p>Ricapitolando:</p>
<ol>
<li>secondo il contratto le penali scattano solo a partire dall&rsquo;apertura  dei cantieri; </li>
<li>l&rsquo;accordo del 2009 ha alterato <em>ex post</em> i termini  sia della gara che dell&rsquo;offerta vincente (peraltro, in danno allo  Stato) ed &egrave; quindi probabilmente illegittimo; </li>
<li>in questo momento  il progetto non &egrave; approvato dal CIPE e i cantieri non potranno comunque  avviarsi entro l&rsquo;entrata in vigore della legge di stabilit&agrave;. Se questo  &egrave; lo &ldquo;stato dell&rsquo;arte&rdquo;, le penali appaiono inesistenti: un fantasma  privo di realt&agrave;.</li>
</ol>
<p>Pare  che nel Governo vada maturando l&rsquo;opinione di chiudere col Ponte ed  assegnare al raggruppamento vincitore un &ldquo;pacchetto&rdquo;&nbsp;di lavori  nell&rsquo;area dello Stretto. Ben venga questa prospettiva, purch&egrave; si  tratti di lavori realmente utili al territorio. Ci permettiamo di dare  un suggerimento: si investa nella sicurezza del territorio, iniziando  con un piano di ristrutturazione antisismica dell&rsquo;edilizia pubblica  (dalle scuole agli uffici amministrativi) e di prevenzione degli eventi  alluvionali e franosi e coinvolgendo in questa iniziativa imprese e  lavoratori locali. Passeremmo cos&igrave; da inutili sperperi di denaro pubblico  a investimenti che danno ossigeno all&rsquo;economia locale, creano occupazione  netta e servono al territorio.</p>
<p style="margin-bottom: 6pt;">Guido Signorino - Docente di Economia Applicata -  Universit&agrave; di Messina</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/ponte-le-penali-non-sono-dovute-in-nessun-caso</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/ponte-le-penali-non-sono-dovute-in-nessun-caso</guid>     
              <pubDate>Sat, 3 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Ponte sullo Stretto, un`infrastruttura della crisi</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Da anni utilizziamo l’espressione “il Ponte lo stanno già facendo” per dire che la costruzione del manufatto d’attraversamento non è essenziale. Ciò che conta davvero è mantenere aperto il capitolo di spesa, avere a disposizione un collettore di risorse pubbliche. Sarà, poi, la contingenza economica a determinarne l’entità. Il Ponte, insomma, è un dispositivo che corrisponde ad un modello. </b> <br/> Luigi Sturniolo <br/><img src="http://farm5.staticflickr.com/4084/5046897076_d9f88a5d79_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Di ragioni a sostegno della costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina non ce ne sono. Questo lo sanno tutti, anche i suoi sostenitori. Le aspettative di traffico non lo richiedono, non &egrave; redditizio dal punto di vista economico, le alternative sono nettamente pi&ugrave; utili e meno costose. La prospettiva del Ponte &egrave; stata alimentata, in questi anni, solo dalla potenza mediatica degli apparati affaristici che ne ricavano vantaggi e dal co-interesse delle &eacute;lite politiche ed economiche che governano il paese.</p>
<p>Da anni utilizziamo l&rsquo;espressione &ldquo;i<em>l Ponte lo stanno gi&agrave; facendo&rdquo;</em> per dire che nei programmi di chi alimenta questo grande inganno la costruzione del manufatto d&rsquo;attraversamento non &egrave; essenziale. Ci&ograve; che conta davvero &egrave; mantenere aperto il capitolo di spesa, avere a disposizione un collettore di risorse pubbliche. Sar&agrave;, poi, la contingenza economica a determinarne l&rsquo;entit&agrave;. Il Ponte, insomma, &egrave; un dispositivo che corrisponde ad un modello.</p>
<p>Lungi dall&rsquo;essere un motore dello sviluppo del meridione, il Ponte &egrave; una tipica infrastruttura della crisi. Sta l&igrave;, fermo, ad aspettare che qualcuno ci butti dentro qualche centinaio di milioni di euro ogni tanto, allo stesso modo che per il Tav, per i termovalorizzatori, per il Mose, per autostrade come la Salerno-Reggio Calabria. Sono opere (le chiamano <em>grandi opere</em>) che provano a tenere in vita una forma impresa in crisi perenne, una forma impresa che intrattiene col territorio rapporti di carattere predatorio.</p>
<p>Dal Ponte sullo Stretto e da opere ad esso simili non c&rsquo;&egrave; da aspettarsi lavoro, cantieri. Sono opere senza cantieri. E quando li aprono, i cantieri, contengono pochissimi lavoratori, per pochissimo tempo e con contratti precari. Basterebbe indagare, da questo punto di vista, su cosa siano stati gli unici cantieri che ha aperto il ponte, quelli delle trivellazioni, per capire quanto poco ritorno esso restituisca al territorio.</p>
<p>La scelta del governo di rimandare di due anni le decisioni su cosa fare del Ponte &egrave;, quindi, perfettamente in linea con quanto fatto dai governi precedenti, di centrodestra e di centrosinistra. La crisi del debito pubblico, che le politiche delle grandi opere, delle emergenze e dei grandi eventi hanno contribuito a far crescere, impedisce oggi di alimentare cospicuamente i canali di spesa per opere come l&rsquo;infrastruttura d&rsquo;attraversamento. Nell&rsquo;attesa di sperimentare nuove formule per rendere bancabili le opere, magari con ardite piramidi finanziarie, &egrave; allora meglio sospendere i progetti pi&ugrave; insostenibili. Tra questi &egrave; il Ponte sullo Stretto.</p>
<p>Chiudere la Stretto di Messina Spa, cancellare il contratto con Impregilo e non riconoscere alcuna penale e alcun debito. Queste sarebbero le scelte economicamente pi&ugrave; vantaggiose per il paese e per il territorio, ma questo governo non le prender&agrave; perch&eacute; significherebbe contraddire gli interessi dei propri soci di maggioranza. Sta al movimento battersi per il raggiungimento di questi obbiettivi. Il neo-eletto Presidente Rosario Crocetta potrebbe, come primo suo atto, ritirare la partecipazione della Regione Siciliana alla Societ&agrave; concessionaria per la progettazione e costruzione del Ponte. In questo modo si risparmierebbero soldi e si potrebbe aprire una fase vertenziale col governo nazionale per investimenti realmente utili.</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/ponte-sullo-stretto-un-infrastruttura-della-crisi</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/ponte-sullo-stretto-un-infrastruttura-della-crisi</guid>     
              <pubDate>Fri, 2 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Da Sigonella a Bengasi, il commando che doveva salvare l`ambasciatore</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Nelle ore convulse dell`attacco al consolato USA a Bengasi, un commando di pronto intervento ha viaggiato per l`Europa, passando per Sigonella. Nonostante la breve distanza, un`ora circa di volo, è arrivato quando era troppo tardi. Nei dispacci segreti degli USA, preoccupazione per la violazione della sovranità libica ma non di quella italiana. Il Parlamento conosce le attività militari straniere sul nostro territorio? </b> <br/>  <br/><img src="http://farm9.staticflickr.com/8194/8145408887_3115b08cb5_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="279" src="http://cnettv.cnet.com/av/video/cbsnews/atlantis2/cbsnews_player_embed.swf" scale="noscale" salign="lt" background="#333333" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" flashvars="si=254&amp;&amp;contentValue=50133819&amp;shareUrl=http://www.cbsnews.com/8301-18563_162-57539738/u.s-military-poised-for-rescue-in-benghazi/"></embed></p>
<p><span>Bengasi - La  notte dell`attacco mortale contro il consolato degli Stati Uniti in  Libia, quando perse la vita l`ambasciatore USA</span><span> Christopher Stevens, un commando di militari &egrave; stato inviato  dall`Europa. CBS News rivela che lo scorso 11 settembre il gruppo di uomini &egrave; passato dalla base di Sigonella, in Sicilia. Il gruppo, conosciuto come Forza "In extremis" &egrave; stato  progettato specificamente per la reazione rapida alle emergenze  impreviste.</span> <span> Ma i funzionari americani dicono che &egrave; arrivato dalla Sicilia ad attacco finito. I funzionari USA rivelano che, anche se la squadra fosse stata pronta in tempo, la confusione su ci&ograve; che  stava accadendo a Bengasi - e le preoccupazioni del  Dipartimento di Stato sulla violazione della sovranit&agrave; libica - ha reso la missione  di salvataggio militare impraticabile.</span></p>
<p><span> Tale confusione pu&ograve; essere letta nei documenti del Dipartimento di Stato a partire dal giorno dell`attacco.</span> <span> Alle 04:05, un dispaccio ha avvertito che il consolato era sotto attacco.</span> <span> Quarantanove minuti dopo, un altro avviso riferiva che l`attacco si era fermato.</span></p>
<p><span> In effetti, l`ambasciatore degli Stati Uniti e un altro dipendente del  Dipartimento di Stato erano morti e l`attacco era tutt`altro che finito. Sette ore dopo, un altro dispaccio riferiva di un attacco a colpi di mortaio e indicava una casa  sicura a un miglio dal consolato, dove circa 30 americani si erano  messi al riparo.</span>&nbsp;</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/e-passato-da-sigonella-il-commando-incaricato-di-salvare-l-ambasciatore-a-bengasi</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/e-passato-da-sigonella-il-commando-incaricato-di-salvare-l-ambasciatore-a-bengasi</guid>     
              <pubDate>Thu, 1 Nov 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Alle tre di notte in treno sognando un’ora di supplenza</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Ogni mattina sveglia alle 3 e arrivo a Tiburtina. Sono le insegnanti precarie campane, supplenti delle materne. Sostituiscono un collega che si ammala all’ultimo momento. Se la telefonata non arriva, si torna a casa. Temono che con un rifiuto possano scendere in graduatoria. Firmano contratti di un giorno. Fanno altri lavori per sopravvivere, ma sognano una supplenza annuale. E hanno paura di parlare.  </b> <br/> Antonello Mangano <br/><img src="http://farm1.staticflickr.com/33/57723824_68cc1fc5f4_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>ROMA - Sono i primi ad arrivare. Alle sette del mattino entrano  in ufficio e iniziano a gestire le supplenze del giorno. Qualche ora  prima, dalle stazioni di Caserta e Napoli, gruppi di donne salgono sul  treno. Scendono a Tiburtina o Termini. Un caff&egrave; e l&rsquo;orecchio teso al  cellulare. &ldquo;La chiamata pu&ograve; arrivare fino alle 11. Poi non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;  speranza. A met&agrave; mattina hanno gi&agrave; coperto tutti i buchi. E allora ci  rassegniamo e torniamo indietro&rdquo;.</p>
<p>Non &egrave; una storia di lavoro a giornata in agricoltura. &Egrave;  quello che avviene ogni mattina alle insegnanti precarie delle scuole  romane. Scuola pubblica: nidi, materne ed elementari. Un docente pu&ograve;  ammalarsi e lasciare il posto vacante per uno o pi&ugrave; giorni. Anche  all&rsquo;ultimo momento. L&rsquo;ufficio chiama e la supplente copre le ore di  buco. Se abita a Roma, deve semplicemente alzarsi prima. Se, invece,  viene da fuori non pu&ograve; fare a meno di prendere un treno. Anche se pu&ograve;  essere perfettamente inutile. Il primo regionale per Roma parte alle 3 e  57 da Caserta, due ore e mezza di viaggio con cambio a Formia. Il  successivo &egrave; pi&ugrave; comodo, parte alle cinque ed &egrave; diretto. Ma arriva alle 8  e 30, quando potrebbe essere troppo tardi. Ovviamente nessuno arriva a  fine mese con un lavoro di questo tipo. E il viaggio dalla Campania a  Roma costa da solo 20 euro. Cos&igrave; ci si arrangia con altri lavoretti.  Perch&eacute; lo facciamo? &ldquo;Per le graduatorie e i punteggi&rdquo;, ci spiega  un&rsquo;altra docente. Il sogno &egrave; la stabilizzazione. Ma la maggior parte si  accontenterebbe anche di un incarico annuale.</p>
<h5>Tutti lavorano a chiamata</h5>
<p>&ldquo;Questo fenomeno &egrave; sempre esistito, ma si &egrave;  accentuato dal 2008 con i tagli della legge 133&rdquo;, ci spiega Enrico  Grillo, segretario del sindacato di categoria della Cgil casertana. &ldquo;Gli  incarichi sono stati prima ridotti e poi praticamente annullati.  Caserta aveva un esercito di maestre, cancellate dalla riforma Gelmini.  L&rsquo;aumento a 24 ore / cattedra per le medie e superiori comporter&agrave;  l&rsquo;espulsione o la mobilit&agrave; di circa 2500 docenti del territorio&rdquo;.</p>
<p>&ldquo;Ogni giorno da citt&agrave; e provincia partono circa 300 persone&rdquo;, continua  Grillo. &ldquo;Molte dall&rsquo;agro aversano. C&rsquo;&egrave; anche chi si &egrave; stabilizzato, ma  per tutti gli altri le prospettive sono molto scarse. &Egrave; una questione  politica. Al momento la scuola non &egrave; considerata un bene prezioso su cui  fare investimenti&rdquo;.</p>
<p>&ldquo;Tutti i supplenti lavorano a chiamata&rdquo;, dice a Linkiesta  Marcello Ziantoni, responsabile delle risorse umane del Primo  Municipio, il centro storico della Capitale. &ldquo;C&rsquo;&egrave; una graduatoria per  ogni divisione amministrativa di Roma, attivata con un bando pubblico.  In base all&rsquo;ordine di graduatoria le educatrici vengono chiamate&rdquo;. &Egrave;  vero che la telefonata arriva la mattina stessa? &ldquo;In caso di malattia  improvvisa. Se si ammala un&rsquo;educatrice la mattina e ci dice &lsquo;io non  posso venire oggi&rsquo;, non possiamo fare altro che chiamare all&rsquo;ultimo  momento&rdquo;. Quanto &egrave; frequente? &ldquo;Diciamo che &egrave; normale pi&ugrave; che frequente.  Non &egrave; che capita tutti i giorni, per&ograve; pu&ograve; capitare. Siamo obbligati ad  agire in questo modo&rdquo;. La sostituzione deve essere immediata, non si  possono lasciare da soli i bambini. Nelle superiori non succede per una  questione di numeri. Sono meno sia gli alunni che gli istituti.</p>
<h5>Risolto anticipatamente</h5>
<p>Il compenso &egrave; uguale a quello giornaliero di un altro insegnante,  non cos&igrave; il contratto. Viene stipulato anche per un giorno. Un accordo  surreale su carta intestata del Municipio che recita: &ldquo;Gli effetti del  presente contratto di lavoro decorrono dal giorno 12 ottobre al giorno  12 ottobre. [...] Il rapporto di lavoro potr&agrave; essere risolto  anticipatamente, senza obbligo di preavviso, per la mancata assunzione  del servizio nel termine assegnato&rdquo;.</p>
<p>Ci sono le graduatorie pubbliche, &egrave; tutto legale e trasparente. Ma  le testimoni ci chiedono l&rsquo;anonimato. Il lavoro precario &egrave; soprattutto  questo. Paura della ritorsione. &ldquo;Ci chiamano anche mezz&rsquo;ora prima&rdquo;, ci  dice un&rsquo;altra insegnante. E aggiunge: &ldquo;Non mettere il mio nome&rdquo;. Per  vivere fa altri tre lavori. Alla fine del mese ha in tasca meno di mille  euro. Un terzo di quello che guadagna serve a pagare l&rsquo;affitto. Di una  stanza. &ldquo;Oggi ero in classe con 29 bambini, pi&ugrave; un bambino autistico  senza insegnante di sostegno. Lavoro alla materna. Questo avviene nel  centro storico. Per un anno e mezzo non ho lavorato. Lo scorso anno solo  31 giorni. A volte sono impegnata in un altro lavoro e, se mi chiamano,  non posso spostarmi. Mi hanno detto che in questi casi &egrave; meglio non  rispondere, altrimenti scendiamo in graduatoria. A volte ci chiamano con  il numero anonimo e allora stai a l&igrave; a pensarci. Rispondo o non  rispondo?&rdquo;.</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/alle-tre-di-notte-in-treno-sognando-unora-di-supplenza</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/alle-tre-di-notte-in-treno-sognando-unora-di-supplenza</guid>     
              <pubDate>Wed, 31 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Ultimi libri di carta. Come ordinare a prezzo scontato</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b> </b> <br/> Redazione terrelibere.org <br/><img src="http://farm6.staticflickr.com/5260/5535287995_582289c70c_t.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Stiamo smaltendo il nostro catalogo cartaceo causa passaggio al `digital   only` (niente pi&ugrave; carta...). Chi volesse acquistare i libri rimanenti  pu&ograve; <a href="../../?x=mail1#tre">contattarci da qui</a>. Ecco le condizioni: ordine minimo 5 copie, spedizione a carico nostro.</p>
<p>Il quadro completo:</p>
<ul style="text-align: left;">
<li><a href="../../libreria/quell-africana-che-non-parla-neanche-bene-l-italiano" target="_blank">Quell&rsquo;africana che non parla neanche bene l&rsquo;italiano</a> - <em>140 copie rimanenti</em>- Una copia &euro; 3,5</li>
<li><a href="../../libreria/ponte-sullo-stretto-e-mucche-da-mungere" target="_blank">Ponte sullo Stretto e mucche da mungere</a> - <em>60 copie rimanenti</em> - Una copia &euro; 3</li>
<li><a href="../../libreria/un-posto-civile" target="_blank">Un posto civile</a> - <em>120 copie rimanenti</em> - Una copia &euro; 2</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/ultimi-libri-di-carta-come-ordinare-a-prezzo-scontato</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/ultimi-libri-di-carta-come-ordinare-a-prezzo-scontato</guid>     
              <pubDate>Wed, 31 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Regionali Sicilia, i consensi a Grillo sono “voto di vendetta”</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Nella città dove per anni si è discusso di Ponte e dove Grillo è sbarcato a nuoto, l`economia è al disastro. Sia privata che pubblica. Protestano tutti. I lavoratori degli autobus senza stipendio. Il teatro che rischia la chiusura. Le case di cura senza soldi. Gli operai del birrificio. Persino i marittimi dei traghetti. I delusi non vanno a votare. Quelli che lo fanno vogliono vendicarsi dei politici. </b> <br/> Antonello Mangano <br/><img src="http://www.nuovosoldo.it/wp-content/uploads/2012/09/volantino.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p style="text-align: right;">Pubblicato su &laquo;<a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/sicilia-il-voto-di-vendetta/" target="_blank">MicroMega</a>&raquo;</p>
<p>MESSINA - &laquo;Moriremo tutti&raquo;. Il gruppo di giovani guarda un nuvolone nero e ipotizza &ndash; ridacchiando &ndash; una tragica fine. Scherzi di ragazzini, ma non &egrave; un caso che da queste parti si giochi cos&igrave;. Tre anni fa, dal cielo arriv&ograve; una macchia nera come quella e fece una quarantina di morti. Zona sud, Giampilieri. Il movimento No Ponte chiese la messa in sicurezza del territorio. Nessuno fece nulla, anzi oggi si discute dei 300 milioni di euro che Impregilo potrebbe intascare. Per non aver fatto il Ponte. E oggi c&rsquo;&egrave; sempre la stessa paura. Morire travolti da acqua e fango.</p>
<p>Si vota nella terra del disastro. Lo Stato va via e lascia pianto e dolore. Grillo &egrave; sbarcato a nuoto e ha detto: &laquo;Portiamo l&rsquo;innovazione, qui non avete n&eacute; reti, n&eacute; wi-fi, n&eacute; ADSL&raquo;. Forse &egrave; l&rsquo;unica cosa che non manca. Ci sono in compenso cumuli di spazzatura ovunque, perch&eacute; i mezzi del Comune non avrebbero i soldi per il gasolio. Protestano tutti. I lavoratori degli autobus senza stipendio. Il teatro che rischia la chiusura. Le case di cura senza soldi. Gli operai del birrificio. Persino i marittimi della Caronte &ndash; monopolista di fatto del traghettamento &ndash; sono in sciopero. Un evento storico. Il padrone, nonostante i profitti ingenti, vuole prendere dalle tasche dei lavoratori quello che spende per l&rsquo;aumento del carburante.</p>
<p>Persino nei posti pubblici si diffonde il terrore. Crollano antiche certezze. In una scuola tutti sono convinti che quest&rsquo;anno la tredicesima non arriver&agrave;. Impiegati solitamente placidi, abbarbicati alle loro scrivanie con energia di bradipo, ora vomitano parole di fuoco. Sciopero. Azioni durissime. Ci incateneremo.</p>
<p>In tutta la citt&agrave; c&rsquo;&egrave; chi minaccia di lanciarsi del vuoto, chi non mangia da giorni, chi prova l&rsquo;assalto al municipio. Ogni mese, la battaglia dello stipendio. Alcuni si lamentano della citt&agrave; indifferente. &laquo;Non gli importa nulla di noi&raquo;. Ma chiunque pu&ograve; dire la stessa cosa. Per anni &egrave; stata la fiera del particolarismo, alimentato dalla clientele politiche. &laquo;Il silenzio dell&rsquo;azienda ci preoccupa&raquo;, hanno scritto candidamente gli operai della Triscele, in presidio permanente di fronte al loro stabilimento.</p>
<p>Si tratta della storia pi&ugrave; assurda. Producevano la Birra Messina, non un grande marchio, ma radicato nel territorio. Lo compr&ograve; la Heineken, per poi disfarsene. Venne un imprenditore locale &ndash; Triscele, appunto &ndash; ma il marchio non lo poteva usare. Perch&eacute; nel frattempo la Birra Messina aveva la sede a Milano, viale Monza, e si produceva negli stabilimenti di Taranto o Bergamo. La produzione locale decise allora per due nuovi marchi, &ldquo;Birra del Sole&rdquo; e &ldquo;Patruni e sutta&rdquo;, dal gioco popolare altrove chiamato &laquo;zecchinetta&raquo;, diffuso in tutto il Sud. Sembrava una bella storia di imprenditoria locale. Poi &ndash; all&rsquo;improvviso &ndash; il fallimento. Ai lavoratori una promessa contorta. Sarebbero stati in qualche modo beneficiari della vendita immobiliare dei terreni dello stabilimento. &laquo;Lavoro, non speculazioni&raquo;, scrivono oggi sugli striscioni. Non &egrave; andata a finire bene.</p>
<p>I politici cercano una via di fuga. Buzzanca, l&rsquo;ex sindaco, si &egrave; dato al surrealismo. I suoi biglietti elettorali erano basati sul &laquo;Vedete quante cose ho fatto?&raquo;. Parchi, viadotti, gallerie. Peccato che quasi nessuna opera era completa. In un manifesto elettorale riusc&igrave; persino a mettere una vittima di mafia, Graziella Campagna, uccisa a 17 anni. Non c`entrava nulla, i familiari lo invitarono a eliminare quell`abbinamento fotografico di dubbio gusto.</p>
<p>I politici sono odiati, adesso. Non tanto perch&eacute; &ndash; a rubinetto di soldi pubblici chiuso &ndash; non riescono pi&ugrave; a far arrivare acqua alle clientele. Ma perch&eacute; hanno prolungato l&rsquo;agonia fino all&rsquo;inverosimile. Hanno promesso quando era il caso di tacere. Hanno millantato l&rsquo;arrosto quando non avevano neppure il fumo. Hanno continuato a fare l&rsquo;unica cosa per cui sono stati addestrati: distribuire soldi e favori a chi d&agrave; il voto.</p>
<p>E con i conti pubblici sull&rsquo;orlo del disastro &ndash; e oltre &ndash; hanno deciso di continuare. L&rsquo;elettore A non &egrave; andato a votare. A che serve? Nessuno pu&ograve; proseguire col vecchio sistema, nessuno &egrave; capace di inventarne un nuovo. L&rsquo;elettore B &egrave; andato alle urne per appartenenza storica. Comunista o democristiano anche con i nuovi simboli. L&rsquo;elettore C ha votato per vendetta. Il voto dispettoso, quello che va ai grillini, con il compito preciso di trascinare nella melma anche l&rsquo;odiato politico. Disastro comune, mezzo gaudio. Bravo il comico genevese e bravi i suoi consiglieri. Nessuno come loro interpreta il livore e le paure della gente. Peccato che la politica sia un&rsquo;altra cosa.</p>
              ]]></description>  
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              <pubDate>Tue, 30 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Un passo avanti, due indietro. Tunisia, un anno dalle elezioni libere</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>L`Assemblea eletta per redigere una Costituzione che è ancora ferma al preambolo. Una Tunisia arrabbiata, in crisi e con un processo di transizione "en panne" festeggia un anno dalle prime elezioni libere. Un anniversario segnato da un omicidio politico, un grande sciopero della stampa, scontri nel sud con conseguente coprifuoco a Gabes, una manifestazione contro contro la violenza.  </b> <br/> Marta Bellingreri <br/><img src="http://farm7.staticflickr.com/6207/6045730108_9befc64ed0_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>TUNISI - A raccontarlo con la strada, con le voci di manifestanti  e con i piccoli momenti di tensione, il 23 ottobre di quest&rsquo;anno non  sembra essere stato l&rsquo;anniversario di una delle giornate storiche  della Tunisia dopo la fine del regime nel 2011: l&rsquo;anniversario delle  elezioni dell&rsquo;Assemblea Costituente. Perch&eacute; in effetti sull&rsquo;Avenue  Bourghiba, partendo cos&igrave; come &egrave; tradizione dalla sede dell&rsquo;UGTT,  il sindacato dei lavoratori, sono confluite circa trecento o quattrocento  persone, definiti in gran parte dalla stampa locale come i ragazzi che  volevano marinare la scuola. Accanto ai giovanissimi, c&rsquo;era qualche  pi&ugrave; maturo oppositore dell&rsquo;attuale governo, ma di certo il quadro  era meno sconfortante che al Bardo, di fronte la sede dell&rsquo;Assemblea  dove, mentre i tre presidenti festeggiavano il loro anno di fallimenti,  in due marciapiedi separati dalle auto del traffico quotidiano e dalla  polizia, si affrontavano con cori e slogan simpatizzanti del Nahda e  dall&rsquo;altro lato un&rsquo;esigua frangia dell&rsquo;opposizione.</p>
<p>Dov&rsquo;era  la Tunisia? Forse, di fronte ad un&rsquo;Assemblea eletta per redigere una  Costituzione che &egrave; ancora ferma al preambolo e ai principi generali,  non &egrave; la piazza a dover parlare. Perch&eacute; gli avvenimenti di una sola  settimana ed altre manifestazioni, non da anniversari, lo dicono altrimenti  e lo dicono chiaro: di una Tunisia arrabbiata, in crisi e con un processo  di transizione <span style="font-style: italic;">en panne.</span></p>
<p>Nell&rsquo;arco di soli sette giorni il paese ha infatti  visto un omicidio, un grande sciopero della stampa, scontri nel sud  con conseguente coprifuoco a Gabes, una manifestazione contro gli omicidi  politici e contro la violenza. E come per l&rsquo;inizio della rivoluzione,  non &egrave; sempre la capitale ad essere la fortunata o sfortunata testimone  degli eventi. &Egrave; a Tataouine il 18 ottobre, nell&rsquo;estremo sud del paese,  durante una manifestazione del &ldquo;Comitato di protezione della Rivoluzione&rdquo;,  che Lotfi Nakdh, il presidente regionale dell&rsquo;unione dell&rsquo;agricoltura  e della pesca, nonch&eacute; coordinatore del partito all&rsquo;opposizione Nidaa  Tounes, &egrave; stato colpito a morte. Gruppi opposti, Nidaa e Nahda, erano  in violenta combutta. Tuttavia il Ministero dell&rsquo;Interno e conseguentemente  l&rsquo;autopsia dell&rsquo;ospedale avrebbero sentenziato una morte naturale  a causa dei problemi cardiaci del defunto. Un&rsquo;autopsia discutibile  per quello che &egrave; stato definito il primo omicidio politico del post-rivoluzione.</p>
<p>Soltanto ventiquattro ore prima, una forte mobilitazione  di fronte al Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini, ha riunito  centinaia di media pubblici e privati, che lamentano la limitazione  alla libert&agrave; di stampa e la mancata attuazione dei decreti che la garantirebbero.  Questa giornata segue ad un lungo periodo di sciopero della fame all&rsquo;interno  di due quotidiani locali, &ldquo;As-sabah&rdquo; e &ldquo;Le Temps&rdquo;, contro la  nomina dei direttori, ex-commissari della polizia. A fine giornata,  il governo si &egrave; espresso in favore di un&rsquo; applicazione dei due decreti  che, poich&eacute; considerati incompleti, erano stati lasciati in sospeso  dal novembre 2011, senza che di nuovi ne fossero redatti. Eppure l&rsquo;annuncio  del governo non si &egrave; concretizzato ancora in una data a partire dal  quale la loro applicazione dovrebbe prendere il via.</p>
<p>Intanto &egrave;&nbsp;Gabes, e dintorni, a vedere fuoco  e fiamme con i lavoratori disoccupati nelle piazze che contestano l&rsquo;assunzione  imparziale e poco trasparente da parte di un&rsquo;impresa pubblica. Secondo  i manifestanti, solo i prossimi al partito al potere Nahda e gli appartenenti  al clan del suo leader, Rached Ghannouchi, sarebbero stati reclutati.  Dalle proteste sarebbero sorti gli scontri violenti con la polizia,  e coerentemente con l&rsquo;incapacit&agrave; di gestione del governo, un coprifuoco  &egrave; stato decretato domenica 21 ottobre. A coprifuoco non rispettato,  le forze dell&rsquo;ordine sono nuovamente intervenute, con la stessa violenza  con cui il giorno dopo il cameraman dell&rsquo;equipe televisiva al Hiwar  Ettounsi &egrave; stato colpito dai manganelli, oltre agli insulti blasfemi  che insieme ai colleghi avrebbe subito.</p>
<p>Nelle stesse ore nella capitale circa tremila cittadini  e oppositori si dichiarano contro gli omicidi politici e la violenza  che abita ormai sempre pi&ugrave;&nbsp;spesso il paese. Il Fronte popolare,  la coalizione di sinistra, ha organizzato una manifestazione sull&rsquo;Avenue  Bourghiba, restata calma a suon di &ldquo;lavoro, libert&agrave;, dignit&agrave;&rdquo;  e &ldquo;il popolo vuole la caduta del governo&rdquo;, nonostante gli allarmismi  e le precauzioni per l&rsquo;ordine di sicurezza in vista del 23 ottobre.  Ma il 23 ottobre &egrave; stato un semi-silente anniversario, triste per chi  osserva come al grande evento delle prime elezioni legislative libere  del paese un anno fa, sono seguiti diversi passi indietro in termini  soprattutto libertari e di giustizia.</p>
<p>&Egrave; &ldquo;One step forward, two steps  back?&rdquo;  il titolo con punto interrogativo dell&rsquo;ultimo rapporto di  Amnesty International sulla Tunisia, che ripercorre e analizza un anno  in cui ancora le torture e i maltrattamenti sono praticati, le famiglie  delle vittime del regime durante la rivoluzione non sono state appagate,  gli artisti non possono esprimere in maniera totalmente libera la loro  indole data l&rsquo;ambiguit&agrave; tra i principi della costituzione del concetto  del &ldquo;sacro&rdquo; e le conseguenti condanne a chi lo avrebbe attentato,  il primo rifugiato politico del post-regime, la poco chiara definizione  di complementarit&agrave; piuttosto che eguaglianza tra uomo e donna, ecc  &hellip; Un lungo rapporto quello di Amnesty che, fin quando i capi del governo  continuano a festeggiare l&rsquo;anniversario di un&rsquo;elezione per un dovere  non completato, far&agrave; fatica a sbarazzarsi di quel punto interrogativo,  un passo avanti e ancora quanti mesi o quanti indietro?</p>
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              <link>http://www.terrelibere.org/un-passo-avanti-due-indietro-tunisi-un-anno-dalle-prime-elezioni-libere</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/un-passo-avanti-due-indietro-tunisi-un-anno-dalle-prime-elezioni-libere</guid>     
              <pubDate>Mon, 29 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>SOS Rosarno. La nuova stagione</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Arance e molto altro. Dalla Piana di Gioia Tauro per un mondo nuovo. Equo Sud presenta la nuova campagna di solidarietà. "Questo è il nostro metodo: rispondere alla sofferenza costruendo speranza e opportunità". Tutti i produttori sono piccoli proprietari. Assumono regolarmente la manodopera impiegata nella raccolta, per oltre il 50% immigrata. E sono interni al circuito della solidarietà con gli africani di Rosarno. </b> <br/>  <br/><img src="https://fbcdn-sphotos-e-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash3/s720x720/548904_519269621419030_1933499882_n.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p><span> </span></p>
<p><a href="http://www.equosud.org/pdf/Produttori/NUOVA%20STAGIONE%20produttori%20e%20listino.pdf" target="_blank">Scarica il listino in PDF</a></p>
<p>Eccoci di nuovo a salutare gli amici che in questi due anni ci hanno  raggiunto nel cammino di SOS Rosarno, a dare il benvenuto ai nuovi  arrivati ed invitare gli altri ad unirsi alla festa. Sembrer&agrave; strano ma &egrave;  proprio questo lo spirito col quale lavoriamo giorno per giorno, nel  pieno delle contraddizioni pi&ugrave; virulente di una terra difficile, nella  parte pi&ugrave; povera d&rsquo;Italia, affianco e insieme ai pi&ugrave; poveri dei poveri  che proprio qui da noi vengono a cercare lavoro e trovano sfruttamento.</p>
<p>Questo &egrave; il nostro metodo: rispondere alla sofferenza costruendo  speranza e opportunit&agrave;. La sofferenza di un territorio sottosviluppato e  degradato, la piana di Gioia Tauro e pi&ugrave; in generale la Calabria e il  Mezzogiorno, dove la disoccupazione cresce con la crisi a un ritmo  doppio rispetto al nord Italia e l&rsquo;emigrazione torna ai livelli del  dopoguerra&hellip; la sofferenza di migliaia di persone che dall&rsquo;Africa e  dall&rsquo;Est Europa arrivano qui perch&eacute; in questo limbo ci si pu&ograve; rifugiare  quando la crisi espelle i pi&ugrave; deboli, quindi i lavoratori immigrati, dai  circuiti produttivi pi&ugrave; sviluppati&hellip; o ancora chi &egrave; considerato  clandestino, solo perch&eacute; irregolare, e drammaticamente pu&ograve; trovare nel  lavoro nero l&rsquo;unica possibilit&agrave; di sopravvivenza.</p>
<p>Ed &egrave; proprio da qui  che partiamo noi, dal mettere insieme i deboli con i deboli perch&eacute;  scoprano quanto si pu&ograve; diventare forti una volta uniti. Quest&rsquo;anno la  nostra attivit&agrave; &egrave; cresciuta ed ha coinvolto in modo organico compagni di  viaggio che gi&agrave; facevano parte della nostra rete e adesso sono tutt&rsquo;uno  con SOS Rosarno. Tutte le cose che proponiamo in questa sede, infatti,  prevedono che una quota del prezzo vada a progetti di solidariet&agrave; con  gli immigrati presenti nel nostro territorio e un&rsquo;altra parte ad  alimentare il progetto comune che stiamo costruendo.Ben trovati a tutti!</p>
<p>La festa che ricomincia &egrave; quella che si svolge negli agrumeti e negli  uliveti della piana di Gioia Tauro, dove contadini cocciuti e migranti  speranzosi coltivano insieme un futuro nuovo per la nostra terra&hellip; una  festa che si celebra nei nostri paesi e nelle varie parti d&rsquo;Italia, in  cui anche quest&rsquo;anno i calafricani andranno in giro a discutere e  ragionare, a raccontare come a Rosarno e dintorni si costruisce un mondo  nuovo e a celebrarlo insieme. I PRODOTTI DI SOS ROSARNO: la QUALITA&rsquo; che  fa rima con SOLIDARIETA&rsquo;.</p>
<p>Gli agrumi e l&rsquo;olio dei produttori di  riferimento di SOS Rosarno provengono rigorosamente da agricoltura  biologica certificata. Tutti i produttori sono piccoli proprietari,  singoli o associati in cooperative, assumono regolarmente la manodopera  impiegata nella raccolta, per oltre il 50% immigrata, e sono interni al  circuito della solidariet&agrave; con gli africani di Rosarno, che  nell&rsquo;assoluta insufficienza delle politiche istituzionali d&rsquo;accoglienza  possono sopperire ai bisogni pi&ugrave; elementari solo grazie al sostegno  delle realt&agrave; associative della societ&agrave; civile.</p>
<p>Ed &egrave; per questo che una  quota del prezzo di tutti i prodotti va a finanziare l&rsquo;attivit&agrave; di  &ldquo;Africalabria, uomini e donne senza frontiere, per la fraternit&agrave;&rdquo;,  associazione multietnica che a Rosarno e dintorni coinvolge italiani e  stranieri in attivit&agrave; di sostegno ai braccianti immigrati come la scuola  d&rsquo;italiano, sportelli informativi, prima assistenza, supporto delle  rivendicazioni per il rispetto dei diritti fondamentali. Una &ldquo;nuova  civilt&agrave; contadina&rdquo; &egrave; il modo in cui abbiamo a volte denominato questo  progetto, includendo in esso tutti i settori della societ&agrave; tranne quelli  dominanti (quelli che dominano economicamente, socialmente,  politicamente&hellip; umanamente) perch&eacute; priva di dominio &egrave; la societ&agrave; nuova  che costruiamo; perch&eacute; una societ&agrave; fondata sulla terra economicamente e  simbolicamente determina il modo in cui viene concepita e realizzata  l&rsquo;attivit&agrave; umana in tutti gli altri settori: che siano servizi o  tecnologie, che sia lo svago o la stessa attivit&agrave; culturale in cui si  esprimono i valori che guidano i comportamenti&hellip; tutto &egrave; orientato al  rispetto della terra e all&rsquo;armoniosa convivenza di coloro che la  abitano. Ecco il nostro progetto. Ecco quello che facciamo.</p>
<p><a href="http://www.equosud.org/pdf/Produttori/NUOVA%20STAGIONE%20produttori%20e%20listino.pdf" target="_blank">Scarica il listino in PDF</a></p>
<p><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/sos-rosarno-la-nuova-stagione</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/sos-rosarno-la-nuova-stagione</guid>     
              <pubDate>Sat, 27 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Ci scusiamo con il dott. Cassata. Ma il libro è stato scritto per amore di verità</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Dopo la pubblicazione del libro "L`enigma di Attilio Manca", il Procuratore Generale dott. Franco Antonio Cassata si è ritenuto offeso da alcuni passaggi contenuti in un capitolo. Questi brani si sono rivelati non veri, e pertanto ce ne scusiamo. Terrelibere.org ha diffuso il volume solo per favorire la ricerca della verità sul caso di Attilio Manca, che rappresenta una delle vicende umanamente più gravi che hanno coinvolto la città di Barcellona.  </b> <br/> Antonello Mangano <br/><img src="http://www.jhswindsor.org/scales-icon-large.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p style="margin-bottom: 0pt; text-align: justify; line-height: 14pt;">Io sottoscritto Mangano Antonino in proprio e quale  titolare di Edizioni Terrelibere.org e Liotren.com a seguito dell`atto  di citazione notificatomi ad istanza del Dott. Antonio Franco Cassata  e delle successive memorie scambiate in giudizio ai sensi dell`art.  183 c.p.c mi sono reso conto della grave offesa arrecata al Dott Franco  Antonio Cassata, specialmente,  dal passo del libro  dello scrittore spagnolo Joan  Queralt, &laquo;L&rsquo;enigma siciliano di Attilio  Manca. Verit&agrave; e giustizia nell&rsquo;isola di Cosa Nostra&raquo;, traduzione  di Olga Nassis, Editore &ldquo;Terrelibere.org&rdquo;, che narra di una presunta  raccolta di fondi con  utilizzo di carta intestata della Procura Generale,  nonch&eacute; dell&rsquo;altro passo secondo il quale il dottore Cassata avrebbe  condizionato tramite la Corda Fratres l`intitolazione delle sale del  Palacattafi.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt; text-align: justify; line-height: 14pt;">Comprendo pertanto che il Dott. Cassata,  giustamente risentito per quanto a lui attribuito contrariamente al  vero, non abbia potuto apprezzare le vere ragioni del paragrafo a lui  dedicato, che non intendeva in alcun modo arrecargli offesa e che &egrave;  stato scritto e diffuso con l`unico intento di favorire la ricerca della  verit&agrave; sul caso di Attilio Manca che rappresenta una delle vicende  umanamente pi&ugrave; gravi che hanno coinvolto la citt&agrave; di Barcellona. Fine  della pubblicazione era solo la riapertura dell`inchiesta sul delitto  che ha gettato nella disperazione un`intera famiglia, non la diffamazione  della figura di alcuno, meno che mai del Procuratore Generale Dott.  Cassata che gode di unanime stima sia per i suoi interessi culturali  che per l&rsquo;impegno profuso contro le consorterie criminali di questa  provincia.&nbsp;Ritengo comunque che l`interesse comune sia la ricerca della  verit&agrave; e la sconfitta delle organizzazioni criminali. Come dimostrano  le precedenti pubblicazioni, solo a questi valori e obiettivi si ispira  la casa editrice&nbsp;terrelibere. org , che non ha fini politici e si muove  in totale autonomia.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt; text-align: justify; line-height: 14pt;">Mi scuso, quindi, con il Dott. Cassata  per l&rsquo;offesa involontaria e dovuta solo all&rsquo;avere io fatto affidamento  sulla genuinit&agrave; e veridicit&agrave; delle fonti utilizzate ed indicate dall&rsquo;autore  del libro. Nel contempo mi impegno ed  obbligo a pubblicizzare quanto sopra sul sito di Terrelibere per almeno  sei mesi e con avvisi da distribuire  nelle librerie di Messina, Milazzo e Barcellona, nonch&eacute; a eliminare  il paragrafo sul Dott. Cassata dalle successive edizioni  del libro  sopra menzionato.</p>
              ]]></description>  
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              <link>http://www.terrelibere.org/ci-scusiamo-con-il-dott-cassata-ma-il-libro-stato-scritto-per-amore-di-verit</link>                        <guid>http://www.terrelibere.org/ci-scusiamo-con-il-dott-cassata-ma-il-libro-stato-scritto-per-amore-di-verit</guid>     
              <pubDate>Fri, 26 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
          </item>  
           <item>  
              <title>Tuteliamo chi lavora per il made in Italy: i braccianti africani</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Mentre i media, i gastronomi e i politici esaltano il Made in Italy alimentare, gli artefici di questo sistema sono i lavoratori di altre nazioni e continenti. Quando si tratta di lavori stagionali, il grado di inciviltà di molti datori di lavoro è veramente impressionante. Anche in posti come Saluzzo è compito primario dei datori di lavoro garantire un tetto ai braccianti. </b> <br/>  <br/><img src="http://farm9.staticflickr.com/8453/8000000182_a13b8ccf5c_m.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Cresce in tutta Italia la sensibilit&agrave; verso il mantenimento  del  paesaggio rurale contro la perdita di suolo agricolo e la   cementificazione. Il Bel Paese sta perdendo la bellezza delle sue   campagne, di coltivi secolari e borghi antichi. Pi&ugrave; volte ho  avuto modo  di sottolineare che il mutamento del paesaggio &egrave;  il frutto di un  processo economico che ha impoverito le nostre  campagne di quell`umanit&agrave; contadina che garantiva non solo  la bellezza dei luoghi, ma  anche l`assetto idrogeologico dei  terreni, i saperi e la memoria.</p>
<p>Negli ultimi anni molte  produzioni agricole sono presidiate e garantite  da lavoratori  stranieri, cosicch&eacute;, mentre i media, i gastronomi e i  politici  esaltano il <em>made in Italy</em> alimentare, gli artefici di questo   sistema sono i lavoratori di altre nazioni e continenti. Nelle  mie  Langhe la produzione dei vini pregiati &egrave; garantita da  una comunit&agrave; di  oltre diecimila macedoni con le loro  famiglie; nelle stalle per le  vacche da latte emiliane si trovano  gli indiani Sikh; maghrebini e  polacchi nelle malghe valdostane.  Insomma, molti dei nostri gioielli  gastronomici sono prodotti da  cittadini stranieri. Nei casi  sopracitati, l`integrazione &egrave;  garantita da imprenditori agricoli  sensibili e rispettosi dei  diritti dei lavoratori.</p>
<p>Viceversa, quando si  tratta di lavori  stagionali, il grado di incivilt&agrave; di molti datori di  lavoro  &egrave; veramente impressionante. Fenomeni di caporalato nel Sud  d`Italia, luoghi di accoglienza indecorosi, norme contrattuali  violate e  lavoro in nero. Il fenomeno si va estendendo in diverse  parti del  Paese, con la raccolta di frutta e verdura. Alcune  settimane fa, nelle  campagne di Alessandria fioccarono denunce da  parte di braccianti verso  aziende senza scrupoli, che speculavano  sul lavoro, nel totale  disprezzo delle norme.</p>
<p>Da due anni, nella  civilissima Saluzzo, nel  cuore della provincia di Cuneo, la  raccolta della frutta vede  convergere centinaia di lavoratori  africani che vengono accampati alla  bell`e meglio in aree  marginali della citt&agrave;. I comuni del territorio e  la Caritas  hanno messo in atto un po` di ospitalit&agrave;. Ma questa &egrave;   stata insufficiente a garantire una sistemazione decorosa ai  migranti.</p>
<p>Questo encomiabile sussidio non pu&ograve; essere la  regola dell`accoglienza,  &egrave; compito primario dei datori di  lavoro garantire un tetto a questi  lavoratori, rispettare i  contratti e le obbligazioni di legge. Vedere  questi giovani  dormire per terra su cartoni, senza riparo, costretti a  cucinare  all` aperto, senza luce e servizi igienici, senza assistenza   medica (se si escludono alcuni medici volontari) &egrave; uno  spettacolo  indegno per un Paese civile. Il colpo d`occhio di  questa specie di  accampamento ricorda il grande film tratto dal  libro di Steinbeck,  Furore, dove masse di profughi senza lavoro  cercano nella grande  campagna californiana il Paese che avevano  sognato.</p>
<p>Troveranno solo  miseria e guerra tra poveri. Vorrei  ricordare ai conterranei quel testo  del cantautore cuneese Gian  Maria Testa che per primo ha espresso  solidariet&agrave; a questi  lavoratori: &laquo;Eppure lo sapevamo anche noi l`  odore delle  stive, l`amaro del partire e la nebbia di  fiato  alle vetrine, il tiepido del pane e l`onta di un rifiuto&raquo;.  Lo  sapevamo anche noi, ma la memoria del nostro popolo &egrave;  debole e occorre  reagire con fermezza per ravvivarla.</p>
<p>Spero che i  sindacati assumano la  tutela degli emigranti con pi&ugrave;  determinazione. Oggi i personaggi del  Quarto stato di Pellizza da  Volpedo avrebbero la pelle nera come questi  contadini. Chiedo  alle organizzazioni agricole, specialmente se hanno  tra gli  associati questi produttori di mele e kiwi, di non fare come  gli  struzzi e mettere la testa sotto la sabbia. Provvedano a porre in   essere tutte le condizioni per assicurare il rispetto e la  dignit&agrave; di  queste persone. Ricostruiscano un tessuto sociale  con la sussidiariet&agrave;  della societ&agrave; civile ma con la  responsabilit&agrave; primaria e gli oneri a  carico dei proprietari  dei frutteti, nessuno escluso. Solo cos&igrave; si  estirperanno i  pregiudizi che stanno alla base di comportamenti  antidemocratici  che impediscono una corretta integrazione. Solo cos&igrave; si   saner&agrave; una ferita che non fa onore alla grande tradizione  contadina  di questo angolo di Piemonte.</p>
<p><a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/31/tuteliamo-chi-lavora-per-il-made-in.html?ref=search" target="_blank">Fonte originale (31 agosto 2012)<br /></a></p>
              ]]></description>  
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              <pubDate>Mon, 22 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
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              <title>Tunisi, l`artista di fronte alla libertà. `Dream City` non è solo una mostra</title>  
              <description><![CDATA[  
              <b>Alla fine di settembre a Tunisi, all`inizio di ottobre a Sfax. L`iniziativa di arte contemporanea ha invaso la Medina. Il tema, non scontato, è quello della libertà. Non tutto è nero a Tunisi, come quando sono state bruciate scuola e ambasciata americane o si innalza la bandiera salafita sopra gli edifici. "DreamCity", la città del sogno.  </b> <br/> Marta Bellingreri <br/><img src="http://farm9.staticflickr.com/8335/8099180528_d79ce81993_z.jpg" align="left" hspace="7" vspace="7"> <p>Non  tutto &egrave;&nbsp;nero a Tunisi, come quando sono state bruciate scuola  e ambasciata americane o si innalza la bandiera salafita sopra gli edifici.  Tunisi non &egrave;&nbsp;e non vuole essere solo questo. Sa colorarsi di differenti  tinte e nelle vie del suq, del mercato nella citt&agrave;&nbsp;vecchia si  riempe di musica, foto, video, installazioni, si riempe dei suoi cittadini.  Quelli che la citt&agrave;&nbsp;vecchia non la abitano e non ci lavorano,  la scoprono quasi come turisti. Tunisini, anche loro turisti per una  settimana. Questo &egrave;&nbsp;successo in occasione della biennale d`arte  contemporanea che dal 26 al 30 settembre ha letteralmente investito  la Medina, la citt&agrave;&nbsp;vecchia. Si chiama <span style="font-style: italic;">Dream City</span> il festival ed &egrave; la terza edizione dal 2007. Ma  &egrave; la prima dopo la caduta del regime di Ben Ali, il 14 gennaio 2011.  Non a caso, il tema scelto per questo anno &egrave; stato: <em>L`artista di fronte  alla libert&agrave;</em>. Dal 5 al 7 ottobre invece, &egrave; sbarcata la prima edizione  a Sfax, la seconda citt&agrave; della Tunisia.</p>
<p>Nel  piccolo <span style="font-style: italic;">impasse </span>chiamato Ali Asmar si riunisce solitamente in un antico  e minuscolo mausoleo decorato e profumato di incenso il gruppo <span style="font-style: italic;">Stambali  Sidi Ali Asmar</span>, che propone una creazione musicale festiva, data  dallo slancio spirituale delle tradizioni antiche delle comunit&agrave; nere  del sud della Tunisia. In questa stessa atmosfera quattro giovani musicisti  tunisini hanno ambientato la loro performance musicale: "Rivisitazione  della tradizione attraverso l`universo musicale contemporaneo, la <span style="font-style: italic;">transe</span> dello Stambeli unita all`anarchia ritmica dei suoni della strada".  Il cortile dove suonano i quattro &egrave; sempre pieno e ad accompagnare  il battere creativo e impertinente del batterista Amin Nouri vi sono  i fiori di gelsomino che dall`albero del cortile scendono sulle loro  teste, a ritmo di percussioni, tastiera e basso.</p>
<p><a class="lytebox" href="http://farm9.staticflickr.com/8047/8099180364_17f0c5d3f4_z.jpg"><img style="float: left; margin: 9px;" src="http://farm9.staticflickr.com/8047/8099180364_17f0c5d3f4_q.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La  Medina svela l`antica biblioteca nazionale, la vecchia sede del partito  del regime, musei e antiche <span style="font-style: italic;">madrase </span>solitamente chiuse al pubblico, abbandonate a s&eacute; stesse,  con scartoffie di libri, polvere, vecchie porte spalancate e tante altre  irrimediabilmente serrate. <span style="font-style: italic;">DreamCity</span> &egrave; proprio questo sogno, una citt&agrave; abitata nei suoi  luoghi abbandonati, una bellezza storico-artistica rivissuta. Eppure  passando per ogni strada, sono i commercianti a reclamare la loro <span style="font-style: italic;">DreamCity</span>,  "entra, qui c`est la <span style="font-style: italic;">cit&eacute; des reves",</span> indicando la loro bottega in cui invitano  ad entrare. Il loro <span style="font-style: italic;">Dream </span>&egrave; che i visitatori si fermino a comprare qualcosa, anzich&eacute;  correre da uno spettacolo a un altro. I turisti infatti sono diminuiti,  soprattutto perch&eacute; le spezie della Medina e gli altri aromi difficilmente  scavalcano il nero del fumo e l`odore di bruciato che dominavano la  citt&agrave; il 14 settembre, giorno dell`attacco salafita all`ambasciata  americana per protesta contro il film anti-Islam che ha scatenato il  mondo arabo: immagine di distruzione, l`unica che conosce l`Europa del  mondo arabo.</p>
<p>A volte  i cittadini visitatori appaiono davvero come degli alieni accanto alle  botteghe e agli artigiani, soprattutto passando con delle cuffie-audio.  Sembrerebbero i visitatori di un grande museo europeo, dove dalle cuffie  puoi scegliere la lingua, arabo o francese, e lasciarti guidare. Si  chiama "Tessere la Medina" ed &egrave;&nbsp;la video-installazione  ideata dalla tunisina Sonia Kallel per far ripercorrere i laboratori  artigianali di tessitura. Vecchi fondachi, dove splendeva la seta e  ora ci mangia una capra, fili coperti e scoperti, tappeti di fronte  ad un concittadino tunisino ignaro di questo antico e nuovo splendore.  L`incontro di adesso &egrave;&nbsp;quasi una mediazione alla vista e all`udito  a chi nella Medina ci abita e lavora da secoli, e chi ci mette piede  perch&eacute;&nbsp;si pu&ograve;&nbsp;permettersi di pagare il biglietto per un  solo percorso artistico giornaliero.</p>
<p><a class="lytebox" href="http://farm9.staticflickr.com/8329/8099171953_7c914ba501_z.jpg"><img style="float: left; margin: 9px;" src="http://farm9.staticflickr.com/8329/8099171953_7c914ba501_q.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A difettare  infatti in questo quadretto del cuore vivo, del terreno frantumato e  delle ossa fratturate della capitale nordafricana &egrave;&nbsp;proprio  il meccanismo di partecipazione o meglio di anti-partecipazione popolare  al <span style="font-style: italic;">DreamCity</span>: sette dinari per seguire un itenario e dodici per  farne due. Diventano cinque dinari per gli studenti, inviati dalle varie  facolt&agrave; di accademia delle belle arti e scuole di cinema. Quelle insomma  in cui solo pagando puoi accedere. Chi non si paga il biglietto spesso  vuole proprio boicottare questo evento al quale contribuiscono dodici  tra sponsor, ministeri e ambasciate straniere. Che spesso hanno solo  permesso ai tecnici dell`organizzazione di avere un <span style="font-style: italic;">ticket restaurant </span>per i locali vicini.</p>
<p>E improvvisamente  si apre il cielo. Poche parole. Nessuna spiegazione. Fila per entrare.  Scale, piano, altre scale, cielo. Il collettivo Wanda ha lasciato all`immaginazione  e poi al blu cielo le aspettative dei suoi spettatori. Nel tetto del  Souq Chaouachia infatti l`idea &egrave;&nbsp;quella solo di sdraiarsi in dei  cuscini e guardare il cielo, chiaro chiarissimo su mattoni, antenne  paraboliche e immondizia.</p>
<p>Da una mostra fotografica nel parcheggio della  Casbah sulle carceri tunisine, al film di una regista francese su <span style="font-style: italic;">La  travers&eacute;e</span> degli algerini verso Marsiglia. Dalle lanterne magiche  di Karakuz, personaggio della tradizione popolare, al teatro-ombra di  Marion e Ghazi Frini in cui la danza e le installazioni video rianimano  una stanza del vecchio partito della tortura, con una frase: <span style="font-style: italic;">Non sono l`ombra di nessuno. </span>Tutto questo riposa nel cielo  di Tunisi, che un mese fa era ombreggiato dal fumo nero dell`ambasciata  americana che bruciava. Che oggi accoglie lo sguardo stanco di un visitatore  delle arterie della sua citt&agrave;. Che attualmente sovrasta un labirinto  di strade e che domani potrebbe proteggere il destino di una societ&agrave;  civile attiva e affamata di cambiamenti e trasformazione. Ripartendo  anche dagli artigiani che tessevano.</p>
<p><a class="lytebox" href="http://farm9.staticflickr.com/8323/8099172277_3988a7723c_z.jpg"><img style="float: left; margin: 9px;" src="http://farm9.staticflickr.com/8323/8099172277_3988a7723c_q.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A Sfax,  invece, l`ultimo decoratore di porte di legno &egrave;&nbsp;morto l`anno scorso.  La Medina di Sfax ne ha talmente tante che toccando o fotografando questi  ornamenti si pu&ograve;&nbsp;farli rivivere. Ma a nessun bambino si &egrave;&nbsp; voluto insegnare il mestiere, perch&eacute;&nbsp;non fruttava pi&ugrave;. Eppure  i bambini corrono incuriositi dagli eventi: vogliono entrare  dappertutto. A Sfax sbarca la prima edizione del <span style="font-style: italic;">Dream City, </span>cittadini e commercianti, increduli e curiosi, bambini  pi&ugrave; audaci. La citt&agrave; di Sfax &egrave; la seconda capitale del paese, non  solo per grandezza e numero di abitanti, ma come secondo porto commerciale  e industriale del paese. Il patrimonio artistico che si conserva nella  sua citt&agrave; vecchia, la pi&ugrave; grande Medina della Tunisa circondata dalle  antiche e possenti mura di difesa, esplode nella sua dimenticata bellezza  in caldissime giornate che ricordano la vicinanza col Sahara.</p>
<p>Non  scotta solo il sole. Dalla torre a nord-est delle antiche mura e per  tutto il suo perimetro fino alla torre a sud-est, &egrave;&nbsp;altamente  sconsigliato passare. In apparenza, in lontananza, tutto tace. &Egrave;&nbsp; il quartiere delle prostitute a scottare, e gli sfaxiani o altri visitatori  fraquentatori non ispirano molta fiducia. Eppure ai confini di questa  parte di medina intoccabile <span style="font-style: italic;">Dream City </span>apre. Suonano e stordiscono in una continua <span style="font-style: italic;">transe </span> dello <span style="font-style: italic;">Stambeli Urbain </span>che aggiungono alla loro performance la proiezione  video dei disegni astratti e confusi, crisi e panico urbano che si perde  in suoni sempre nuovi.</p>
<p><a class="lytebox" href="http://farm9.staticflickr.com/8463/8099171815_b3cba9d979_z.jpg"><img style="float: left; margin: 9px;" src="http://farm9.staticflickr.com/8463/8099171815_b3cba9d979_q.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nella  biblioteca per bambini della Medina, i libri sono inchiodati ad un pannello,  appoggiati a terra a sostenere lo stesso, strappati e bruciati. Quello  che l`artista algerino Mustapha Benfodil comunica e denuncia &egrave; la distruzione di cento milioni di libri ogni anno nelle biblioteche  del mondo, distruzione di esemplari, ma anche censura. Il suo "<span style="font-style: italic;">Antilibro</span>" arriva  a Sfax in fotocopie perch&eacute; nessun editore stamperebbe un libro stampato  in entrambi i lati. Poco ci vuole a stupire, divertire e innervosire  Sfax come avviene nel vicolo di fronte alla presentazione dell`antilibro:  attrici immobili e silenziose come sculture viventi in semi-libert&agrave;  interrogano i codici dello spazio sociale nella citt&agrave; considerata tra  le pi&ugrave; conservatrici della Tunisia. Che per&ograve; ci sorprende con case  antiche aperte, decorate in legno e animate di teatro. In uno spettacolo  di tetti vecchi aperti agli artisti nuovi, l`artista tunisino di fronte  alle sue libert&agrave;.</p>
              ]]></description>  
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              <pubDate>Thu, 18 Oct 2012 00:00:00 GMT</pubDate>  
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